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17.27. Dopo ore di attesa parte il conto alla rovescia della missione Red Bull Stratos. Alcuni minuti e si comincia a vedere il pallone che si gonfia di elio, come ci hanno spiegato ormai da giorni.
Poi vedi il balloon, come lo chiamano là, nel New Mexico, che si alza verso il cielo, la gru che si sposta e piano piano lascia la capsula, dando il via all’ascesa di Felix Baumgartner.
Il suo sorriso si incrocia all’eco delle grida dalla sala di controllo, e ti emozioni come, ormai da tempo, sapevi che sarebbe successo.
Il momento più pericoloso era questo, quello senza margine d’errore, perché prima di 4.000 m non avrebbe potuto aprire il portello e tuffarsi.
Era un anno e mezzo che attendevi questo evento, da quando avevi letto della missione Red Bull, che cercava di superare il record di Joseph Kittinger del 1960. Da allora segui tutto, ti prepari al giorno del lancio e non vedi l’ora di osservare quello che per te potrebbe essere l’equivalente di ciò che fu l’allunaggio del 1969 per tuo padre.

Mentre Baumgartner sale e il pallone si espande per via della minore pressione hai tutto il tempo di pensare, di farti un’idea di quel che sarà, di cercare di comprendere come deve essere per lui lanciarsi da lassù, di come sarà la Terra da 36.000 m di altezza, di come si possa anche solo concepire una cosa del genere.
Allora rivaluti ancora di più l’altro fenomeno che è in video, se mai ce ne fosse bisogno. Quel Joseph Kittinger che nel 1960 si tuffò da 31.033 m con un pallone simile a quello del base jumper austriaco.

Poi ti concentri di nuovo sulla missione che stai per ammirare.

Alle 19:20 viene superata l’altezza massima raggiunta dal precedente record del ’60, e comprendi che qualcosa di grande sta per avvenire.

Alle 19:33 viene battuto il primo record: la più alta quota raggiunta da un uomo con un pallone aerostatico.
Vedi la Terra dalla telecamera e capisci chiaramente la sensazione della visione sferica che il paracadutista austriaco deve provare. Ti vengono i brividi a pensare a cosa sta passando per la sua testa, a pensare a cosa farà fra poco l’atleta dentro la capsula.

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L’ansia inizia a farsi strada fra i tuoi pensieri quando, dalle parole pronunciate dal team a terra, capisci che ci sono piccoli problemi alla visiera, ma niente sembra turbare Felix, incredibilmente.
La quota massima è raggiunta alle 19:41 ora italiana, ma il pallone permette ancora la salita. Fra poco si dovrà depressurizzare la capsula, ma incredibilmente si superano i 37.000 metri senza rallentare come tutti si aspettavano
La checklist con la sequenza delle procedure da seguire comincia alle 19:43. La tensione sale ancora pensando a ciò che stai per vedere, a ciò a cui stai per assistere.
Poi si sale fino a 39.980 metri e non capisci cosa succede, con l’astronauta Paolo Nespoli che parla di rischio scoppio e una valvola che dovrebbe far fuoriuscire elio dal pallone che non sembra funzionare. Ma improvvisamente vedi scendere la quota sul display del computer, e tutto sembra tornare normale.

Alle 19:52 Felix chiude la visiera scura del casco e avvia la procedura di depressurizzazione. La capsula, dopo essere scesa sotto quota 39.000 m torna a salire, quando ormai la depressurizzazione è quasi completa.

Da terra assicurano che la tuta è pressurizzata, tutto sembra a posto e continuano con le procedure.
Si oscilla nell’altezza fino a scendere un po’, ma ormai non fa più differenza, tutto è quasi pronto per aprire il portellone.

Alle 20:07 si apre il portellone con uno scatto deciso. Ti si congela il sangue anche se osservi tutto dal divano di casa.  La Terra sotto, il buio più completo sopra e la forma sferica del nostro pianeta chiara e distinguibile anche dalla telecamera.

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D’impulso ti diventa tutto chiaro. Le ragioni per cui ha deciso di saltare, la bellezza di ciò che sta per accadere, la poesia del gesto e la follia della mente. Ma sei felice di essere lì a vederlo, felice di aver seguito il base jumper austriaco da dieci anni a questa parte. Rivedendo le sue imprese passate: il lancio dalle Petronas Tower, il salto dal Cristo Redentore a Rio, l’attraversamento della Manica con una tuta alare in fibra di carbonio. Hai sempre pensato che fosse l’erede di uno dei tuoi eroi di quando eri bambino, quel Patrick De Gayardon che hai sempre ammirato.

Alle 20:09 Felix si lancia nel vuoto da 39.045 m.

Sul piccolo ballatoio della capsula, le sue parole sono incredibili:

“The whole world is watching me, is so high, and now I’ll jump.”

“Tutto il mondo mi sta guardando, è così alto, e ora mi butto.”

Poi il salto verso la Terra, così, come se fosse routine e non una cosa più grande di lui.

L’accelerazione, visualizzata sul display della TV è assurda, da fantascienza. Le casse trasmettono il respiro affannato di chi in quel momento sta volando, e la tensione ti esplode dentro.
In pochissimi secondi Felix raggiunge i 1.173 km/h del display.
Subito dopo, attraverso la telecamera ad infrarossi che lo segue dalla Terra, si vede l’alone della rottura del muro del suono che avvolge il suo corpo.
La velocità rallenta al contatto con l’atmosfera e con l’attrito che aumenta al diminuire delle rarefazione dell’aria.

Ma Felix comincia a roteare, in quello che in gergo è chiamato “vite piatta”. La paura di tutti, perché il rischio è di svenire e perdere il controllo, con tutti i problemi del caso, anche se il paracadute di emergenza si dovrebbe aprire da solo ad una certa quota da terra.
Il respiro nelle casse sparisce e il timore è che sia quasi impossibile riprendere il controllo, il timore è che qualcosa stia andando storto. In sottofondo non senti più le frasi sconnesse che fino a qualche attimo prima giungevano dal team Red Bull, e la paura aumenta.
Poi le rotazioni sembrano rallentare, le braccia ti sembrano più tese e presenti, e in pochi attimi il corpo in caduta libera si stabilizza.

Pochi attimi e senti la voce di Baumgartner, con le urla di soddisfazione e di sollievo che rispondono da terra. Capisci che è un mostro, che è andato vicino a perdere tutto, ma che adesso quel tutto è tornato al suo posto.

Ma c’è l’ultimo problema che incombe. Prima di raggiungere la quota massima, il casco dell’atleta austriaco segnalava problemi all’impianto di riscaldamento della visiera, problema non risolto prima del salto.
Felix non vede, come comunica via radio. Poi vedi aprire il paracadute, troppo presto rispetto alle procedure.
Il sospetto è che abbia anticipato i tempi, ma non si sa a che altitudine abbia aperto la vela che lo porterà dolcemente al suolo. Il pericolo è che sia molto in alto e che il freddo sia intenso o che l’ossigeno scarseggi in caso di discesa troppo lenta ad una quota in cui l’aria è ancora difficile da respirare. Alla comunicazione dei 4.000 di altezza, sembra andare tutto bene.

Alle 20:19 tocca terra, tutti applaudono e lui si inginocchia per esultare, e non solo.

Ha fatto una cosa incredibile, mostruosa.

Alle 20:23 arriva la conferma che la velocità del suono è stata superata, impresa pionieristica e assurda. Impresa.

La missione si è conclusa con successo battendo tre record: l’altezza massima raggiunta da un pallone aerostatico con equipaggio, l’altezza maggiore di un lancio da pallone aerostatico e la velocità massima raggiunta da un uomo in caduta libera. Il record di durata di una caduta libera è invece rimasto a Joe Kittinger che lo stava guidando da terra.

Inizialmente ti dispiace, perché dopo una cosa del genere vorresti che gli obiettivi fossero tutti raggiunti. Ma poi sei felice per Kittinger che, umile e gran signore, si è messo a disposizione di Baumgartner come mentore. Lo ha guidato da terra con la sua voce, ha pianto quando i giorni scorsi il lancio non andò a buon fine.
E capisci che tutto è giusto così.

Il giorno seguente è quello dedicato alle riflessioni, alle analisi su ciò che è stato.

Apri il sito della missione e rimani sbalordito leggendo queste parole:

“Austria’s Felix Baumgartner earned his place in the history books on Sunday Oct 14 after overcoming concerns with the power for his visor heater that impaired his vision and nearly jeopardized the mission.

Baumgartner reached an estimated speed of 1,342.8 km/h (Mach 1.24) jumping from the stratosphere, which when certified will make him the first man to break the speed of sound in freefall and set several other records, while delivering valuable data for future space exploration.”

“L’Austriaco Felix Baumgartner si è guadagnato il suo posto nei libri di storia Domenica 14 ottobre dopo aver superato i problemi con la potenza per il riscaldamento della visiera che ha compromesso la sua visuale e quasi messo a repentaglio la missione.


Baumgartner ha raggiunto una velocità stimata di 1,342.8 km / h (Mach 1.24) saltando dalla stratosfera, che una volta certificata farà di lui il primo uomo a infrangere la velocità del suono in caduta libera e registrare diversi altri primati, offrendo anche dati importanti per l’esplorazione futura dello spazio. “

Pochi centimetri più in basso leggi “Mission Complete”. Appena sotto tre parole tipicamente americane, che però ti danno un senso enorme di soddisfazione:

Well done Felix!

Ridi sommessamente pensando a quello che è stato, a quello che hai visto e a quello che ti rimarrà dentro.
E rimani di sasso quando leggi di nuovo che la velocità raggiunta è molto al di sopra di quanto hai letto il giorno precedente. 1342.8 km/h.
In realtà non ti viene molto da dire. È la sensazione che ti rimane dentro che ti lascia senza parole, consapevole della straordinarietà di ciò che Felix ha avuto il coraggio di tentare. I dati tecnici e statistici lasciano il tempo che trovano adesso, anche se in futuro saranno analizzati con lo scrupolo necessario in questi casi.

Il resto è storia, per quanto mi riguarda e per quello che sento io. Non importa se ci sarà chi crederà inutile l’impresa o se qualcuno non la reputerà degna di nota.

Tutto è stato tremendamente bello, lasciando emozioni che rimarranno.

Mi sento solo di ringraziare Felix Baumgarter per quello che ha regalato.

Tutto il Mondo ti stava guardando. Era così alto. Eppure hai saltato.

Well Done Felix!

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Il giorno dopo ancora non ci credi. Ripensi a tutto e ancora non sembra vero.

Proprio come tutto sembrava labile da farti male, surreale, il giorno precedente, tanto ti pare tutto vero il giorno successivo. E il problema è proprio questo, è vero e non puoi farci niente.

Nelle prime ore di ieri le tue reazioni sono scostanti, disparate. Passi dal non crederci ad andare a cercare tutte le notizie possibili. Scrivi un articolo su quello che provi e  ti rendi conto che lo devi salutare, m ancora è tutto surreale.
Quella sensazione non ti abbandona per tutta la giornata. Quella sofferenza che non capisci, incapace di accettare il fatto per quello che è. La verità ti colpisce la sera, quando sei a letto, quando tutto ti appare chiaro.

È lì che rivedi le immagini del giorno, lì che realizzi che non lo vedrai alla prossima gara, lì che comprendi che il 58 non sarà più sul cupolino della sua Honda.
Ed è ancora lì che non sai come reagire. Si perché non sei uno di famiglia, non sei un suo amico e neanche uno che ci stava a contatto tutte le settimane per lavoro. Non lo conoscevi nemmeno in realtà. Ti senti un po’ fuoriposto, come se non avessi il diritto di piangerlo.
Ma la sua visibilità, il suo modo di fare, la tua passione per il suo sport, per la sua passione, ti avvicinavano a lui molto più di tante altre cose, almeno ideologicamente.

Ci pensi e realizzi perché stai soffrendo. Perché aveva 24 anni, uno meno di te. Perché sognava come te. Perché ti faceva divertire, dentro e fuori dalle corse. Perché era spontaneo e genuino, ed in lui potevi credere quando diceva qualcosa, in qualunque modo la dicesse.

Perché alla fine non lo vedrai più e tutto questo ti mancherà, anche a te che non lo conoscevi, figurarsi agli altri, a chi con lui ha condiviso una vita.

Sarà retorica, sarà quello che volete, ma è un boccone duro da mandare giù, soprattutto se la tua passione è lo sport.

Ti risuonano in testale parole del padre: <<Non se lo meritava>>

Nel senso che era veramente un bravo ragazzo, nel senso che davvero era così come lo vedevi. Le capisci e rifletti ancora di più, anche se non puoi fare niente.

Rimani lì, solo, a non saper come reagire.

Solo nel vero senso della parola, a pensare a tutto e niente, straniato da una giornata che ti ha portato via il sorriso.

Poi ci pensi, capisci che lui non lo avrebbe voluto, sorridi e chiudi gli occhi.

Ciao Marco, Grazie di tutto.

Cambi canale e ti accorgi subito che qualcosa non va. Cambi canale e percepisci che qualcosa di grosso è accaduto.

Guardi in alto sullo schermo e noti la scritta: “Race Cancelled”. Cazzo pensi, non succede mai.
Allora ti ritrovi ad osservare l’asfalto, e noti che non è bagnato, la pioggia non è il motivo.
Osservi meglio, il team è quello Repsol, tutti a testa china e sguardo cupo, tutti sull’orlo di una crisi di pianto.
In piedi vedi subito Pedrosa, poi un amico ti fa notare anche Dovizioso. Allora pensi che manca Stoner, e ti metti sull’attenti.
Sull’altro canale la finale del mondiale di Rugby sta cominciando di nuovo dopo la pausa del primo tempo, ma non ti importa niente, adesso devi capire come mai hai quel groppo in gola, come mai hai quella sensazione di qualcosa di grosso che non va.

Aspetti in silenzio, cercando di interpretare gli sguardi degli inquadrati, secondi interminabili in cui nessuno dice niente, nemmeno i telecronisti. Dentro di te ripeti le stesse cose:

– “Che cazzo è sucesso?”
“La gara non la annullano mai, al massimo la interrompono…Che cazzo è successo?”
“A chi è successo?2

Cominci ad avere paura, come quando toccò a Shoya, come auando toccò a Fabrizio, come ad Ayrton, a Franco, o a Wouter…

non capisci più niente, sai solo che non quadra qualcosa. Poi vedi beltramo, il suo volto rigato di lacrime e il dolore stampato sulla faccia ligia dalla sofferenza. Poi senti le parole di Meda. Ascolti tutto con il cuore in gola. Capisci che manca molto poco e ti scordi del Rugby, dell’avvenimento che aspettavi da un mese e mezzo. Ti scordi di tutto e aspetti la parola fine. Perché anche se la mente non lo vuole ammettere sai che finrà così. Lo hai già visto altre volte, lo hai già evvertito e lo sai già.

Poi rivedi le immagini e capisci tutto. Speri solo che non sia Valentino ad averlo preso. Non perché hai sempre tifato per lui, non perché lo adori o per patriottismo, solo per umanità. Sai che erano tremendamente amici e non vorresti che toccasse a lui, proprio a lui. Tu non sapresti come fare ad andare avanti.

Riguardi tutto e vedi quello che non avresti voluto vedere. Nessuno lo dice ma sai che c’è anche lui di mezzo.

Poi torni ad ascoltare e a soffrire, a sperare anche se non credi. Pochi attimi dopo arriva ciò che non volevi. Lo capisci dai volti del padre, di Pernat e di tutto il paddock. Non c’è bisogno che nessuno parli.

Ti emozioni ancora di più proprio per questo, perché il silenzio di tutti è emblematico di cosa stiano provando, perché lo sguardo di Beltramo ti fa male, molto male, troppo male. Perché anche se non sei dove loro, anche se non ci sei a contatto ogni settimana com loro, soffri anche te, empaticamente.

Ritorni alla realtà, è tutto vero, non ci credi ma è vero.

Ciao Marco, grazie di tutto

P.S. Alla fine è giusto che siano loro a salutarlo. Spero che nessuno osi criticare, né le loro parole (per le quali si può discutere ma rimangono comunque personali), né i loro sentimenti, che credo siano assolutamente autentici.

“Ho deciso che ti ricorderò con un sorriso, con quel sorriso che avevi sempre. Ti ricorderò con quell’esclamazione che ho avuto oggi quando ti ho visto prima di partire con quel coso giallo in testa e gli occhiali da sole, ho detto “minchia sic, fortuna che sei simpatico, perchè sei proprio brutto”.
Ti ricorderò come quello che a Monza, quando ti ho visto è sceso dalla macchina ha tolto il casco e incazzato come una iena se n’è andato a piedi dopo aver perso.
Ti ricorderò come “quel bastardo di Sic” che stava diventando un mostro.
Ti ricorderò come l’amico pazzo di Vale, quello del primo mondiale 125 cc, quello che a inizio stagione lo volevano mettere nei casini perchè “era violento”.
TI RICORDERO’ COME IL CAMPIONE CHE SEI SEMPRE STATO…
SEI UN GRANDE E TI PORTERO’ PER SEMPRE NEL MIO CUORE.”


Valentino Rossi

 

“Con te credo sia rimasto un pezzo di me, un pezzo di vita, un pezzo di cuore. Tutte le nostre avventure, battaglie sin da quando eravamo bimbi, bimbi con un sogno. Sono convinto che te ne sei andato facendo quello che amavi, ma questo non serve a riempire il vuoto che ci hai lasciato. Sto riflettendo se realmente ne vale la pena, fare sacrifici, rischiare la pelle, dedicare tutta la vita per rimanere un ricordo. Sappi però che se andrò avanti per inseguire quel sogno, lo farò per te”.

Mattia Pasini

 

 

 

Volevo scrivere da tempo le mia impressioni personali sul mondiale di rugby in corso. Volevo scrivere prima, dopo il primo match dell’Italia e ripetermi nei giorni successivi, Non ho avuto tempo, voglia, o magari cose da dire.
Mi ritrovo a parlare ora, ad analizzare quello che è stato e quello che sarà.

L’Italia di Mallett è al punto di svolta della gestione dell’allenatore sudafricano. Punto di svolta relativo poi per lui, che comunque vada lascerà la guida del nostro movimento.

Una decisione, quella della federazione, tipica dell’italiano medio a mio modo di vedere. Perché se passerà bene, avremmo raggiunto il massimo dalla sua gestione e sarà giusto rinnovare, se non supererà il turno allora avremmo deciso per tempo di cambiare ad un fallimento annunciato.
Un mettere le mani avanti che non apprezzo e che non capisco. Una mancanza di rispetto verso una persona che ha dato molto al nostro movimento e che credo dovremmo ringraziare a prescindere, invece che trattare come un uomo inutile prima di vedere i risultati delle sue scelte.

Scelte discutibili. A me non piace Orquera come n.10, avrei preferito di gran lunga il Burton visto solo due volte con la maglia azzurra negli ultimi tempi, ma il risultato si vedrà Domenica prossima contro i verdi d’Irlanda.

La mia sensazione personale è che l’Italia sia cresciuta molto. Magari non sarà al livello delle grandi squadre internazionali quando ci gioca contro, ma credo che rispetto alle piccole realtà, come sono gli USA che affronteremo domani mattina, siamo nettamente migliorati. Quattro anni fa patimmo contro Romania e Portogallo. Ora abbiamo vinto nettamente contro la Russia e credo che lo faremmo anche domani contro gli statunitensi. Sono impressioni personali e niente di più, ma vedo automatismi diversi e una mentalità nettamente evoluta grazie all’ingresso in quella Celtic League di cui è autore proprio Nick Mallett, più ancora del presidente Dondi, più ancora della federazione.

Domani vedremo se avrò ragione, ma la mia sensazione è che possiamo farcela, che per la prima volta l’obiettivo sia alla nostra portata, che per lo meno loteremo con i denti e con cognizione di causa contro un’Irlanda molto più forte di quella che fu la Scozia 4 anni fa. Un’Irlanda che ha battuto l’Australia che dovrebbe contendere la Web Ellis Cup agli All Blacks.
Se sarà come dico io non mi sembra cosa da poco. Se non sarà così la federazione ha già messo le mani avanti, alla faccia di Mallett e di tutto il suo lavoro…

Era il 2005 quando vincemmo l’ultima partita importante della nostra Pallavolo.

Era il 2005 quando trionfammo negli Europei casalinghi, a sorpresa e con cuore.

Poi niente altro, tante speranze e poche certezze, fra squadre composte da grandi professionisti quasi a fine carriera e giovani promettenti che però non decollavano definitivamente.
Se ne sono andati i vari Cisolla, Papi, Fei, Vermiglio, Cernic e altri. Sono arrivati Parodi, Savani e Zaytsev.
La nostra pallavolo è passata dalla delusione mondiale dello scorso anno per rinascere. Nel 2010 perdemmo con un Brasile stellare in semifinale e non riuscimmo a conquistare il bronzo contro la Serbia.
Anastasi, allora nostro allenatore se ne è andato in Polonia, sostituito da Berruto.

Siamo arrivati all’europeo Austro-Ceco con tante speranze e qualche certezza, abbiamo passato un girone nemmeno troppo facile convincendo fino all’ultima partita con la FRancia, dove già sicuri del passaggio come primi della classe ci siamo rilassati e abbiamo perso la partita.

Ai quarti di finale abbiamo trovato la Finlandia in una partita non facilissima che abbiamo vinto per 3-1. La semifinale è dominata proprio contro la Polonia di Anastasi. E adesso siamo in Finale, dopo 6 anni di molte ombre e poche luci internazionali torniamo la squadra del secolo, almeno per una sera, aspettando quella finale che ci vedrà opposti ad una Serbia stellare e con un cuore incredibile. Nella semifinale contro la Russia va sotto 2 set a 1 e 22-20 nel quarto set. Tutto sembra portare verso la vittoria russa, più quotata e più forte. Poi esce il cuore di Miljkovic e compagni. 22 pari e via punto a punto fino al 31 pari. La palla pesava terribilmente ma Miljkovic con grandi colpi e tutta la Serbia con recuperi mostruosi difendono su un Khtey fantastico, capace di mettere giù quasi tutte le palle che gli vengono offerte.
Questo quasi fa tutta la differenza del mondo. Si va al tie break sul 33-31. la Serbia va avanti, la Russia rientra e poi altri due colpi assurdi dei ragazzi di Miljkovic. Finisce 15-13 per la Serbia, con una decisione clamorosa della terna arbitrale che, sul 14-13 dichiara fuori l’attacco Russo nettamente toccato dal muro avversario. Proteste russe che partono subito e che, poi si fermano sul muro dell’arbitro.
In finale potremo vendicare il bronzo perso un anno fa.
Sarà difficile, dura e da lottare punto su punto, ma possiamo farcela come abbiamo fatto molte volte. Basta ricordare la storia che abbiamo alle spalle, non si diventa squadra del secolo per caso…

Sarebbe l’ora, però, di far vedere le partite su Rai 2, non su Raisport. Sarebbe l’ora di permettere a molti Italiani di vedere la propria nazionale in chiaro, non in streaming. Sarebbe l’ora di permettere a molti movimenti sportivi nazionali di avere la propria visibilità, e non lasciarla al solito e unico sport che esiste in Italia. Perché poi siamo bravi a lamentarci quando le cose vanno male alle manifestazioni internazionali, ma no facciamo niente per cambiare le cose, per far crescere movimenti che ne avrebbero tremendamente bisogno…
Continuiamo così, intanto loro sono in finale…

Se questa è la cultura sportiva in Italia mi vergogno di far parte di questa nazione.

Ieri se n’è andata una intera squadra di Hockey, quella del Lokomotiv Yarislav. Se n’è andata in un incidente aereo proprio a Yarislavl. L’aereo è caduto nelle acqua del Volga subito dopo il decollo. Abordo tutta la prima squadra più quattro giocatori delle giovanili. Tutti deceduti ad eccezione di uno steward e di Alexander Galimov, giocatore del team russo.

Se ne sono andate anche molte stelle ex NHL, tra i quali il portiere svedese ed ex olimpionico Stefan Liv, il capitano della nazionale slovacca Pavol Demitra (ex St. Louis e Vancouver), i cechi Josef Vasicek, Jan Marek e Karel Rachunek, e il lettone Karlis Skrastins. Tra i russi, i più noti erano il difensore Ruslan Salei, Karlis Skrastins e Alexander Vasyunov, nella scorsa stagione a Detroit.

La cosa che più mi rattrista è che nessuno ne parla, che Studio Sport – Studio Calcio, a volte MotoGP e Formula 1 per la verità – non menzioni nemmeno l’incidente. Che la Gazzetta dello Sport ne parli solo a pagina 43, dopo l’Attualità, il caso Meredith, la manovra finanziaria, gli stipendi in dettaglio dei calciatori di serie A, il fantacalcio,  il Meteo e il palinsesto Tv.

Così, come se non fosse successo niente.

E quello che mi fa più rabbia è il fatto che la cosa si ripeta ogni volta. Dopo Ballerini, dopo Caliandro, dopo Meoni, dopo Casarotto e Marco Delle Cave, nomi fra tanti.

L’Ultimo morto proprio ieri, travolto a Roma da un furgone dei Carabinieri. La Gazzetta ne parla a pagina 31, in un trafiletto che sarà si e no di 5 cm…

E se vogliamo seguire le pure logiche del mercato, che pure non sarebbe giusto seguire in queste situazioni, va detto che la notizia venderebbe anche molto. La tv del dolore mi pare che vada molto ultimamente no?

Se questo deve essere il maggior giornale italiano di sport, se questa è la nostra cultura sportiva, peraltro similitudine quasi esatta della nostra cultura nazionale, non mi meraviglio che tutto vada a rotolo.

Ma me ne dispiaccio tremendamente, fiero di essere Italiano, ma di non sentirmi così Italiano.

Mi viene in mente Gaber…e assieme a lui mi incazzo ancora di più…


Quello che non sembrava possibile è accaduto. Che non fosse quello degli scorsi mondiali si vedeva bene.
Che potesse perdere la finale lo pensavo possibile due mesi fa, ma con Powell, Gay e tutti gli altri. Non in una gara priva delle prime sei prestazioni stagionali.

Il primatista mondiale Usain Bolt ha perso la finale mondiale dei 100m, punto e basta.
L’ha persa per errori suoi, prima in allenamento, secondo me, poi in gara con il suo modo di essere sbruffone al limite del sopportabile.

In allenamento perché ha messo quei chili di potenza in più che, a conti fatti, gli hanno fatto perdere due tre decimi.
In gara per la sua volontà di dimostrare, prima di ancora di correre, di non soffrire mai nessuno, di non sentire la pressione come gli altri, perché lui è il più forte senza discussioni.
Quest’anno non è stato così, mai durante i meeting, nemmeno nella prova mondiale.
La pressione l’ha sentita eccome, la pressione la si vedeva bene. Ad un primo turno in cui sembrava tornato quello di due anni fa era seguita una semifinale contratta e poco sciolta, in cui aveva dimostrato di avere dei limiti, di non poter scendere sotto i 9″80.
Intanto gli altri crescevano, più nella convinzione di poterlo battere che nella forma.

E in finale l’errore. Bolt appare sicuro come sempre, tranquillo ai limiti dell’impossibile. Poi parte prima dello sparo, molto prima.
Lo stadio si gela e lui si toglie la maglia in una smorfia di incredulità mista ad un’espressione della serie “che cosa ho fatto?”


Hai sbagliato caro Usain, chiaro e semplice. Hai sbagliato a fare lo sbruffone, hai sbagliato a credere di essere imbattibile, hai sbagliato a sottovalutare tutto e tutti, avversari e contesto.

 

Alla fine il personaggio dei mondiali sarà comunque lui, in un’immagine che rimarrà nella storia dell’atletica e sarà quella più rappresentativa di questi mondiali.
Perché gli occhi sono stati puntati più su di lui che sul vincitore, perché fa più sorpresa lui che perde di Blake che vince.
Adesso rimane da vedere quanto pagherà la sconfitta nella gara dei 200m. Certo è che il ricordo se lo porterà dietro e che la cosa brucerà ancora per molto tempo, ma l’occasione di rifarsi c’è subito.
La mia sensazione è che non si sentisse sicuro, che sapesse di non essere imbattibile e non in grado di fare il record del mondo. Ha deciso di provarci comunque, ha azzardato e ha sbagliato per provare a fare un tempo che secondo me non avrebbe mai potuto fare e che molto probabilmente non farà più in futuro.

Yohan Blake comunque è un gran bel talento e il più giovane vincitore dei 100 m ai mondiali. Un 9″92 che vale molto di più visto il metro e più di vento contro. Fa i tempi che Bolt faceva alla sua età, non ancora 22 anni, e chissà cosa potrà fare in futuro.

Secondo il semprepresente Walter Dix (10″08), altra importante medaglia nell’occasione che conta. Dopo due bronzi olimpici a Pechino, qui arriva l’argento mondiale.

Terzo l’incredibile Kim Collins (10″09), 35 anni ed ex campione mondiale di Parigi 2003. E mi fa incredibilmente piacere. Vedere uno che appartiene ad una nazione con meno abitanti delle persone presenti allo stadio in cui gareggia fa simpatia, vederlo competere al vertice per più di dieci anni fa molto piacere. Vederlo vincere medaglie con meno mezzi di quelli che hanno i suoi avversari ti fa capire quanto conti la testa . Lui parte sempre bene, cala nel lanciato per evidenti limitazioni fisiche, ma lotta fino in fondo e alla fine ottiene risultati insperati. E questo mi piace terribilmente.

Chi ha perso l’occasione della vita è il francese Lemaitre, quarto di giornata che non sfrutta una gara difficilmente ripetibile, senza molti dei migliori al mondo. La sua delusione a fine gara si vede, per un podio che credeva possibile, soprattutto dopo l’errore del numero uno al mondo. Ma i turni per lui si fanno sentire, la fatica di dover correre sempre al massimo rimane nelle gambe e in finale qualcosa è mancato.

Ma è stata anche al giornata della sconfitta imprevista di Mo Farah. L’inglese era favoritissimo dopo le vittorie conquistate con estrema autorevolezza nei meeting di quest’anno. Nei 10.000 maschili fa la sua gara e sceglie la sua tattica, ritmo non troppo veloce per sfruttare la sua incredibile volata. Bekele, al rientro dopo due anni si stacca e si ritira subito, lasciando l’amaro in bocca a tutti per quanto ci si aspettava da lui.


Il finale invece è bellissimo. Ai 600m finali parte da solo Farah che stacca tutti e sembra in grado di vincere facile. L’unico che non ci sta è Ibrahim Jeilan, etiope che si trova staccato di almeno 5 metri. Sembra tutto fatto ma Jeilan fa una volata incredibile, rimonta fino alla fine e sul rettilineo finale ci crede ancora, nonostante i due tre metri di distacco. Farah reagisce, sembra farcela ma viene superato sulla linea del traguardo. La sua delusione è chiara e palese, la gara di Jeilan è spaventosa, con un ultimo giro sotto i 53″, forse sotto i 52″.
Terzo l’altro Etiope Imane Merga (27’19″14), staccato di 5 secondi da Farah (27’14″07) e Jeilan (27’13″81).

Gran gara e gran giornata di spettacolo, con due sorprese che nessuno si aspettava.