Barbarians battono All Blacks 25-18.

Partita fantastica, cominciata e finita con un ritmo assurdo, con una foga agonistica fantastica.

Un Habana mostruoso, capace di segnare tre mete ad una squadra che non ne aveva subite neanche una in tutta la tournè europea, neanche da Francia e Inghilterra, semmai una tecnica che era sacrosanta contro di noi, ma qualcuno non si è sentito di darla.

Bello, tutto bello, perfino troppo.

100 anni di Twickenham festeggiati nel migliore dei modi, anche per tre italiani, Perugini, Del Fava e Geldenhuys.
Tutto veramente bello, come la leggenda dei Barbarians, unica squadra al mondo senza sede, una sorta di “resto del mondo” come si dice di solito quando si gioca contro gli altri, gli stranieri, magari gli amici al campino sotto casa.
E questo era lo spirito del 1890, anno di fondazione della squadra inglese di nascita, quando un gruppo di amici per iocare intraprese viaggi nel Regno Unito solo per divertirsi.

Se poi ti continui a mettere i calzettoni del club di appartenenza, la filosofia della squadra è chiara. Per una volta giochi per divertirti, solo per amore dello sport che pratichi. 15 uomini colorati dal ginocchio i giù con i colori del proprio club che per una volta si divertono a giocare insieme, non importa nazionalità o fede rugbystica, quel che conta è attaccare e provare a vincere.

Per capire meglio basti pensare che la meta più bella della storia del rugby è stata fatta proprio dai Barbarians, a Cardiff, nel 1973, marcata da un certo Gareth Edwards, uno che il rugby lo sapeva giocare.

Per la cronaca, allenatore dei vincitori era quel Nick Mallett che di solito si siede sulla panchina azzurra. Bello il suo commento finale, orgoglioso della vittoria pur ammettendo, e con frasi inequivocabili e non di falsa retorica, che il merito era dei giocatori, lui con due soli allenamenti aveva fatto ben poco, praticamente niente.

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