I rimpianti sono tutti italiani. Per un’Olimpiade che non va.
Un’Olimpiade che ci lascia a quattro medaglie e tanti pugni di mosche.
Altre delusioni, tremende delusioni.

La prima arriva ancora dallo sci alpino. Da quel gigante maschile che ci vede, a mio modesto avviso, con la più forte squadra al mondo. I nostri che sarebbero da medaglia sono almeno 3, Blardone, Simoncelli e Moellg, poi per Ploner non si sa mai.

E invece niente. Moellg e Ploner mai in gara, così come Simoncelli, che almeno ha la scusa delle infiltrazioni per l’infortunio subito al ginocchio due giorni prima della gara. Ma si sa, è uno degli uomini più sfigati – e non me ne voglia – del circo bianco. Fra lamine rotte per dei sassi, gare annullate quando era primo e mal di schiena, le ha viste tutte. Mancava solo l’infortunio olimpico quando era in gran forma, ed eccolo qua a Vancouver.
Probabilmente non sarebbe stato da podio in una pista molto lontana dal genere che lui ama.
Un gigante brutto, a tratti quasi da Coppa Europa per la velocità degli atleti. Un pendio regolare ma mai ripido, porte lontane e non angolate nelle prima manche e una neve imbarazzante, praticamente acqua un po’ più fredda dello 0°.
Niente ghiaccio e niente pendio rendono i nostri sciatori come altri.
E alla fine niente podio.
La prima manche ci lascia l’appiglio Blardone, quarto a due decimi dal Janka in testa, e a 4 centesimi da Svindal terzo, terzo di manche con una grande prestazione, di nuovo.

La seconda poi è da mani nei capelli. Nonostante la traccuatura del tecnico italiano, che cerca di far curvare di più il tracciato per favorire i nostri e migliorare lo spettacolo, Blardone sbaglia subito e si allontana fin dalle prime porte dal podio. Chiuderà 11esimo, staccato di 9 decimi dal podio e di 1,52 secondi dal primo.

Si conferma medaglia d’oro, dopo il mondiale dello scorso anno, un Carlo Janka strepitoso, che dimostra come sia possibile vincere sia sul ghiaccio e porte ravvicinate della Val d’Isère, sia sulla pappa e porte larghe di Vancouver.
Secondo un grande Kjetil Jansrud, autore del miglior tempo di manche e in grande rimonta dopo il nono posto nella prima frazione. Terzo, ancora Aksel Lund Svindal, che esce dalle olimpiadi con uno stato di forma mostruoso e tre medaglie, una per ogni colore.

Alla fine brutta gara, soprattutto per i contenuti tecnici della pista, galvanizzata solo dal fatto che, dopo la prima manche, erano in 15 compresi in 1,71 secondi.
Lo spettacolo è venuto solo da lì, per il resto poco o niente.

Altra delusione per quella che quattro anni fa fu trionfo. La staffetta 4×10 km di sci di fondo maschile non conferma l’oro di Torino, ma neanche va a medaglia.
E d’altra parte i nostri non hanno più poco più di trent’anni, ma vanno più per i quaranta. Di Centa 38, Zorzi 37 e Piller Cottrer 38, tutti ancora da compiere. Solo Valerio Checchi si salva con un 29 che fa tanto giovincello in mezzo agli altri.
Non voglio assolutamente sputare sopra ad atleti che adoro, però l’evidenza è questa. Quattro anni fa erano nel pieno della maturità agonistica, oggi sono in fase calante, anche se uno spunto ci può sempre stare, la classe c’è e rimane.

Ma lo spunto no c’è stato ieri, in quella che è stata una gara meravigliosa. Quattro nazioni i fuga, Svezia, Repubblica Ceca, Francia e Germania. La seconda e la terza a sorprendere nettamente.
L’Italia si stacca subito, anche se di poco con Checchi, un po’ di più con Di Centa, prova la rimonta con Piller Cottrer che poi mantiene lo svantaggio ereditato in seconda frazione calando nel finale della sua prova, e alla fine si arrende con Zorzi che non fa neanche la volata per il settimo posto.

Davanti intanto fuga della Svezia che vince in solitario, diventando la nazione di questi giochi per quanto riguarda il fondo con 3 ori, 2 argenti e 1 bronzo. E dietro gli svedesi grande rimonta di Petter Northug, che porta la sua Norvegia al secondo posto, scavalcando la molto soprendente Repubblica Ceca che alla fine batte la Francia in volata.
Northug era venuto per dominare i giochi, non è stato così ma si porta a casa comunque 1 oro nella sprint a squadre, questo argento e 1 bronzo nella sprint individuale.

Alla fine si scopriranno le concause. Di Centa che dichiara di aver abagliato gli sci, scegliendo sciolina a non “il pelo”, che ha aiutato gli altri a non far attaccare la neve sotto i proprio scie  scivolare meglio au un mato caldo e difficile da percorrere. Ma alla fine le scelte migliori arrivano quado sei in forma, non so perché ma quando deve andare male va male, spesso e volentieri. Scendiamo dal podio della staffetta dopo 18 anni, a partire da quel ’92 di Albertville, pasando per l’oro di Lillehammer e Torino.

Adesso ci manca a staffetta femminile, ma ci deve andare bene per sperare in medaglia, la 30 km femminile e la 50 km maschile. Nell’ultima siamo campioni olimpici in carica con Di Centa. Difficile ripetersi, speriamo in medaglia, più che altro con Piller che la forma ce l’ha.

E la vergogna?
Prima di tutto per la Rai, che si collega su rai due solo durante i replay della gara, replay sull’arrivo, non sull’inizio.
Si colega a gara terminata dunque, costringendo Bragagna a scusarsi con gli spettatori, che si sono persi una gara meravigliosa.
Non dico di non fare vedere Inter – Chelsea, ma sulla seconda o terza rete si poteva fare di più. Così mi sembra veramente una vergogna, uno scandalo per una televisione che dovrebbe fare del servizio pubblico il suo credo.
Ma forse è quello che ci meritiamo se guardiamo solo uno sport. Il problema è che c’è chi ne vorrebbe vedere altri…

Altra vergogna, anche in questo caso grande, nel gigante femminile.
In una gara in cui a malapena si vedeva una porta per la nebbia, quando il regolamento dice che gli atleti ne dovrebbero poter vedere tre, si decide di spingere comunque le sciatrici fuori dal cancelletto di partenza.
Il risultato?
Da casa non si vedeva una discesa bene, e la gara è stata veramente insulsa, senza una parvenza, neanche minima, di regolarità agonistica.
Tralasciando il fatto che a perderci siamo stati ancora noi Italiani, con una squadra fortissima e costretta a sperare nel podio della sola Manuela Moellg, date le defezioni di Brignone, Karbon e Gius, lo spettacolo è stato veramente assurdo.
Il massimo lo si è raggiunto quando, dopo che Lindsey Vonn era caduta e ancora in terra e con i soccorsi che valutavano e sue condizioni a pochi metri dalle porte, hanno dato comunque il via a Julia Mancuso, costringendola ovviamente a fermarsi dopo una trentina di secondi.
Gran rabbia dell’Americana che si è vista costretta a salire su una motoslitta e ripartire dal cancelletto come 31esima anzichè 18esima, con tutti gli svantaggi del caso.

Assurdo continuare in una gara falsata e per giunta neanche televisiva, dato che per riuscire ad arrivare alla fine della manche prima del peggioramento meteo, le ragazze sono state spinte fuori con tempi, fra l’una e l’altra atleta, ancora più ridotti del normale.
Un comportamento assurdo da parte di federazione internazionale e comitato olimpico.
Peggio ancora poche ore dopo, quando si è tentato di far partire una seconda manche dove non si vedeva nemmeno la prima delle porte che le atlete dovevano affrontare. E ci si è provato in tutti i modi, addirittura abbassando la partenza di circa dieci porte, mossa che praticamente avrebbe distrutto il significato di un gigante olimpico portandolo a livello di uno dilettantistico. Tralasciando i discorsi su una neve simile a quella del gigante maschile, non capisco come si possa ritenere valida una prova del genere.

Per la cronaca, poi la seconda manche è stata annullata, ma non la prima, che viene considerata valida a tutti gli effetti. Oggi seconda manche di un gigante che ormai non sa più di nulla, oltre ad essere, palesemente, senza significato e regolarità sportiva. Ieri prima la Goergl, seconda la Barioz, terza la Zettel.

Questo ci tocca, rimpiangendo Torino 2006…

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