C’è chi si lamenta e c’è chi gode.
Io godo!
Oggi ho visto uno degli spettacoli sportivi più belli degli ultimi 20 anni.
Se non altro una delle tappe più belle degli ultimi 20 anni, se si vuole rimanere solo in ambito ciclistico.
E l’analogia con la Roubaix non è casuale.
Corridori sfiniti, qualcuno staccato di 5 minuti, vedi Sastre, qualcuno che tira fuori il miracolo, vedi Cunego, e qualcuno che, come al solito, non molla mai, vedi il campione del Mondo Evans.
Corridori che cadono e si rialzano, e che, alla fine, perdono meno di quel che potevano perdere, appellandosi alla classe che hanno, vedi Basso, Nibali e Scarponi.
215 km che alla fine sono di follia pura, più che altro per colpa del maltempo che condiziona in modo pesante una tappa fondamentale del giro 2010.
Follia sportiva però, follia bella e romantica, come Lloyd aveva in qualche modo previsto dopo la vittoria di ieri.
Una follia che fa rima con passione, quella dei tifosi presenti sulle strade bianche, che poi bianche non sono, oggi. Quella dei presenti per assistere ad un passaggio su salite a fondo sterrato che raggiungevano pendenze del 15% e che, per una volta, hanno tramutato i corridori in maschere di fango e smorfie di fatica. E non sto scherzando, c’ero e l’ho visto da meno di un metro di distanza.

Dicevo che c’è anche chi si lamenta, Vinokourov per dirne uno, ma sono anche molti altri addetti ai lavori a fare la bocca storta, dichiarando che una tappa così è si bella ed eroica, ma adatta a corse di un giorno, adatta a essere una classica, e non una tappa di un grande giro.
Io in questo caso mi incazzo, per due motivi.
Il primo è che se sei un professionista devi essere pronto a tutto e, così come io, umile tifoso di provincia, credevo fin dalla presentazione del giro che questa sarebbe stata una tappa fondamentale, allo stesso modo tu, ciclista o membro della squadra, devi fare ricognizoni, studiare il percorso e roba simile. Non limitarti a guardare l’altimetria e poco più.
Perché in un caso arrivi preparato, nell’altro perdi minuti, che poi significa buttare un giro intero…
E poi come si fa a lamentarsi dopo che tutto questo ti ha ridato la maglia del primato?
Il secondo motivo è che chi critica forse si scorda che una volta c’era chi, per pochi spiccioli, correva anche per 17 ore consecutive, partendo alle tre di notte.
Una volta c’era chi saliva con la neve e si cambiava i tubolari da solo.
Una volta c’era chi si arrabbiava se vedeva qualcuno abbandonare, lo prendeva e gli metteva la faccia nella neve, per poi obbligarlo a ripartire ricordando i sacrifici dei genitori per comprargli la bici…

E se una volta era così perché non deve esserlo anche oggi, se pur aiutati dalle radioline, da biciclette di dieci chili più leggere e da sistemi di allenamento e alimentari decisamente migliori?
In fondo questo è il bello del ciclismo, è ciò che lo ha reso popolare, nel senso vero del termine, nel senso di unico sport che ti viene a trovare a casa, nel senso di appassionare tutti quelli che erano là, a prendere la stessa acqua di chi era in corsa, a soffrire insieme, perché alla fine sono due facce della stessa medaglia, poco ma sicuro.

Ma al di là delle lamentele e di poche polemiche rimarrà una tappa che molti ricorderanno, come vengono spesso ricordate le imprese mitiche passate.
Rimarrà una giornata bella e che il maltempo ha reso unica.
Rimarrà la fatica nel volto di chi saliva, il dolore nelle gambe e la voglia di lavarsi la faccia dal fango che ti copriva gli occhi.
Rimarrà la sensazione di altri tempi, di fatica che significa più, immagini che sembravano confinate a decenni passati, vincolate al bianco e nero delle vecchie TV e a “due uomini soli al comando”.
Rimarrà la tappa di domani, Terminillo, dopo la fatica di oggi, e sarà dura per tutti. Credo che qualcuno salterà di nuovo.
Rimarrà tutto questo, e non mi sembra poco…
Questo è sport, questo è ciclismo.

Il resto non conta…

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