giugno 2010



Era tanto che aspettavo questo momento.
Era dal 7 febbraio che speravo nella nomina di Paolo Bettini a CT della nazionale di ciclismo.
Era da quella cazzo di Domenica in cui Franco Ballerini ha perso la vita che speravo in questa notizia.

Finalmente il Grillo.
Per dare continuità.
Per proseguire il lavoro del suo predecessore.
Per onorare un amico.
Per onorare un signore, da qualunque aspetto la si guardi.

Cosa penso e pensavo di Ballerini l’ho già scritto.
Cosa penso di Bettini si avvicina molto a cosa penso di Ballerini.

Proprio per questo sono felice.

Perché non c’era alternativa. Perchè è la scelta più giusta. Perché il Grillo Toscano è stato un grande sotto la guida dell’ex CT, del quale conosceva tutti i trucchi e tutti gli assi nella manica. Quei trucchi che potrà insegnare ai suoi ex compagni. A partire da quel Visconti che ha vinto il tricolore pochi giorni fa dimostrando che al Giro ci sarebbe stato bene. A partire da quel Ballan che lui ha aiutato a vincere l’iride. A partire da quel Damiano Cunego che per me è sempre più il suo erede.

Il mondiale in Australia sarà difficile, moto difficile. In un tracciato adatto ai velocisti sarà molto improbabile vedere un italiano trionfare.

Ma poco importa. Il Grillo c’è, e chi c’era prima di lui no se lo scorda.

Auguri Paolo.
Merci Ballero.

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Certe cose ti accadono una volta nella vita.
Certe cose non ti accadranno più.
Certe cose ti portano nella storia, anche più di chi ha vinto Wimbledon per almeno una volta.

Dev’essere questo che hanno pensato Isner e Mahut, i due tennisti che una settimana fa hanno battuto ogni record di durata per una partita di tennis. Sul campo 18 di Wimbledon due perfetti sconosciuti hanno dato vita ad un match finito dopo 11 ore e 5 minuti sul 70-68 al quinto set.

La partita della vita se l’è aggiudicata John Isner, ragazzone di 206 cm di peso che sembrava giocare a ping pong dalle immagini.
E il bello della cosa è che i due erano perfetti sconosciuti, e probabilmente tali rimarranno. Per una volta però il campo 18 aveva più spettatori del centrale.
Il bello è che anche il tabellone ad un certo punto ha smesso di funzionare.
Il bello erano i commento di Mcnroe che, quando ha saputo del ritorno della Regina a Wimbledon sul campo centrale, mentre sul 18 si disputava l’ultimo giorno del lunghissimo match, ha commentato dichiarandosi sollevato che la partita non si giocasse nel campo n.1, altrimenti due non si sarebbero rialzati dopo l’nchino alla prima donna d’Inghilterra.
L’occasione della vita capita quando meno te lo aspetti, e non sto pensando solo ai giocatori, ma anche agli spettatori, poco interessati ad un match sulla carta non molto avvincente che si è rivelato il più lungo della storia, giocato a cavallo di tre giorni.
Peccato che alla fine abbia dovuto vincere uno dei due, peccato che nel libro dei record entrerà il nome del vincitore, prima di quello del battuto.
Senza di uno non ci sarebbe stato l’altro.

I test match di Giugno sono di solito ad appannaggio dell’emisfero sud, sia perché sono loro a giocare in casa, sia perché sono più in forma in questo periodo dell’anno. Molti risultati però sorprendono.
La Francia perde con un distacco incredibile contro il Sud Africa, l’Inghilterra viene prima domata da un’Australia con una prima linea imbarazzante, per poi prendersi la rivincita e batterla di un punto solo. Il Galles viene sotterrato dagli All Blacks e la Scozia fa l’impresa in Argentina.

La bella sorpresa è però quella dell’Italia intera. Una nazionale che Mallett schiera per non subire troppo i campioni del mondo, quelli delle touche di Matfield e delle mete di Habana, quelli dello sport che veramente ha rivoluzionato una nazione con Mandela, e nel 1995, non nel 2010 e con un pallone rotondo come molti vanno dicendo.

La nazionale di Mallett – che dichiara di raparsi a zero in caso di sconfitta sotto ai 20 punti di distacco – parte bene e per venti minuti tiene gli Springbocks nel loro campo, anche a rischio di subire una meta. Andiamo anche in vantaggio sulla punizione che ne deriva, con Mirco Bergamasco sempre più a su agio nei piazzati.

Poi arriva Habana. Quando hai in campo uno come lui ti puoi sbizzarrire in attacco, e sfruttarne la velocità assurda.
Il Sud Africa è una squadra che ti può colpire anche partendo dai propri ventidue, e così accade nell’unica touche, solo una si, che ci rubano nel primo tempo.
Qualcosa inesorabilmente gli devi concedere, de proprio lì ti puniscono poco puoi fare.

Altre due mete ci sorprendono nella prima frazione, che chiudiamo sotto 22-3, con un Mornè Steyn mostruoso per gli Africani.
Una arriva con un colpo di genio dei nostri avversari, con un’interpretazione del regolamento sulle maul incredibile, una cosa da far vedere a tutti quelli che amano la palla ovale.

La seconda frazione offre molto altro. Un placcaggio al collo su Gower ci da la superiorità numerica che ci consente di marcare una meta con il nostro capitano, quel Sergio Parisse rientrato dall’infortunio al ginocchio subito con ritmi da fenomeno. La sua classe è indiscutibile, ci mancava molto e si è visto perché. Due tre sottomano nel match e una meta, senza contare placcaggi e giocatori sbattuti a terra con le spalle.

Poco importa se prima avevamo subito un altra meta avversaria. Alla fine andiamo anche ad un soffio da un altra segnatura, e l’errore a un metro dalla linea di meta è nostro, non una grande difesa loro.

La Francia dominatrice del Sei Nazioni, una settimana fa, aveva perso 42-17. Noi concludiamo sotto di 16 punti, 29-13, esattamente 11 anni dopo la sconfitta per 101-0 subita proprio dagli Springboks di Mallett, che spero si tagli tutti i capelli, se lo merita

Che dopo Rossi toccasse a Lorenzo molti lo avevano pronosticato. molti lo credevano e qualcuno parlava di altri, magari sperava in altri.
Ciò che appare dalle prime due gare senza il Dottore invece non lascia dubbi, almeno secondo il mio parere. Il futuro è di Jorge Lorenzo, per me senza dubbi. Sulle doti di guida c’è qualcuno che può dargli filo da torcere, Pedrosa, Stoner, Dovizioso, Spies e magari anche quel Simoncelli che finora ha fatto vedere poco o niente.
Il problema per tutti è i carisma dello spagnolo primo in classifica. E’ l’unico che sembra sapere sempre quello che fare, che non ha mai paura di nessun avversario e che non ha mai, o quasi, subito la pressione di Valentino.

Pedrosa dal canto suo sembrava essersi liberato da uno spettro troppo pesante per lui, l’infortunio del numero uno poteva liberarlo da un duello che ha sempre perso, da un duello al di sopra della sua portata. Al Mugello sembrava essere la svolta e invece, nella gara inglese, i limiti palesi di Camomilo sono tornati, prepotentemente e inesorabilmente.

Discorso a parte per Dovizioso, che adesso è secondo nel mondiale facendo, secondo me, il minimo sindacale, forse poco di più. Ha una bella testa l’Italiano, ma qualcosa ancora manca, tutto sta nel trovare ciò che gli serve, sempre che ci riesca.

Altra sembra la situazione del canguro australiano, due anni fa forza della natura e imbattibile, oggi misero cascatore della domenica. La classe c’è ancora, lo dimostrano i tempi sul giro che comunque riesce a fare, unico del plotone in grado di stare dietro a Lorenzo. Il problema vero è la gestione psicologica di sè stesso, troppo convinto di quello che è e allo stesso tempo troppo impaurito di quello che non è.

La discesa negli inferi della classifica sembra essere finita, ma ancora i limiti di Stoner sono troppi, o li supera, magari tornando sotto l’ala protettiva di Livio Suppo alla Honda, o tutto sembra molto difficile.

Ultima analisi per Spies, che secondo me ha le carte in regola per stupire. Non capisco però la casa dei tre siapason che affida la moto del Dottore a un vecchio collaudatore, tale Yoshikawa.
Magari il texano avrà meno pressione e stessa moto nel team dove è adesso, ma un’ufficiale è un’ufficiale.
Sta di fatto che l’Americano ha fatto vedere di saper lottare anche con il dolore, di saper salire sul podio e di saper gestire la mente e la gara, anche quando non conosce le piste. I margini di miglioramento sono ampi, quanto non si sa.

Poi c’è Rossi, che si infortuna nel momento peggiore per farlo. In quel momento della carriera che ti riempie di dubbi sul proseguimento a questi livelli, dubbi sulle motivazioni e sulle moto, sulle auto, in cui correre.
Quello so è che l’infortunio è il primo vero della sua carriera, e non credo che sia stata solo fortuna, come altri che conosco hanno scritto. Un po’ perché non credo in scherzi beffardi del fato o nel destino che dir si voglia, un po’ perché credo che la fortuna, o il caso più semplicemente, vada attirata e costruita. Se non è mai caduto, se non si è mai infortunato, un motivo c’è, ed è molto semplice.
Sicuramente quest’anno doveva dare qualcosa in più, e magari è successo il patatrac, o magari è solo un errore come ci può stare in una carriera intera, in fin dei conti si sono infortunati quasi tutti, ci sta e ci può stare in mezzo a nove campionati vinti.

Credo anche che tornerà, sbattendosene dei richiami a quattro ruote, che secondo me non fanno per lui, e che tornerà in grado di vincere di nuovo. Bisogna vedere dove tornerà, se in Yamaha o in Ducati magari, bisogna vedere se punteranno su Lorenzo o se aspetteranno ancora un po’, magari ancora impauriti dalla storia che Rossi si porta dietro, impauriti di farlo andare a lavorare per il nemico.

A quel punto bisognerà vedere se potrà diventare, di sacrosanto diritto in quel caso, il miglior pilota della storia.

Francesca Schiavone si prende il Roland Garros. Immensa impresa della tennista Italiana che sorprende tutti. Anche se la grinta l’ha sempre avuta, anche se la Navratilova le aveva pronosticato la sua classe già anni fa.
La chiave del successo stavolta sono quelle Fed Cup che ci hanno dato tante soddisfazioni negli ultimi anni a livello femminile e che hanno dato coscenza del proprio valore a Francesca e a Flavia Pennetta.

Il percorso della neo regina di Parigi è stato stupendo, capace di battere atlete del calibro di Dementieva, Wozniacki e Stosur, che a sua volta aveva eliminato Serena Williams, Henin e Jankovic.
La Schiavo perde un solo set al primo incontro del torneo e sale al sesto posto in classifica, accompagnata nelle migliori dieci anche da Flavia Pennetta.
Nella finale vince il primo set 6-4 e rimonta nel secondo dove passa dallo svantaggio di 4 giochi a 1 fino al tie break, vnto poi 7-2. La solita grinta che si porta dietro da anni stavolta serve a darle la vittoria più prestigiosa ella carriera, contro un’avversaria che era la più in forma del momento.

Finalmente qualche gioia dal nostro tennis, che da trompo tempo non vedeva la luce di un risultato di prestigio, troppo spesso oscurato da troppe immagini di altri sport.

Sembra il finale di un percorso iniziato con la Fed Cup, speriamo sia l’inizio di un nuovo movimento che traini anche il settore maschile, magari partendo proprio dalla Davis Cup e dalla possibile risalita nel primo gruppo mondiale.

In campo maschile invece c’è chi si prende la rivincita da troppi fischi immeritati.
Rafael Nadal vince su Robin Soderling, che perde la sua seconda finale consecutiva.
Lo Spagnolo si riprende la posizione n.1 del ranking dopo due anni difficili, molto difficili, ricchi di piccoli e grandi infortuni, critiche ingiustificate e giudizi troppo affrettati sull’esito già scontato della sua decadenza.
Batte lo svedese per 6-4, 6-2, 6-4 e conquistando il suo quinto Roland Garros, solo Borg ne ha vinti di più, soltanto uno di più.

Il Maiorchino è uno che non molla mai, e anche se adoro vedere la classe di Roger in campo, devo dire che apprezzo molto la tenacia e la grinta infinita di Nadal. Non sarà Federer, ma la classe c’è tanta comunque, il carattere forse anche di più. Quantomeno non il senso di appagamento che sembra legare lo Svizzero nel limbo di chi non sa più che fare.
Speriamo di no, è l’unica sfida che può tirare il tennis mondiale, l’unica che per adeso vale la pena di vedere.

Per una volta la sensazione di aver perso qualcosa di bello se ne va.
Anche se per merito mio, non certo di chi le partie non le trasmette.

Parlo di tre finali, finali di palla ovale.
Prima quella di Heineken, che ho dovuto vedere in streaming, gustandomi solo il secondo tempo. Sia perché non ero in casa nel primo pomeriggio, sia perché, fra cercare link vari e capire dove cliccare, se n’è andata l’ultima parte del primo tempo e l’inizio del secondo.
Mi sono rimasti negli occhi però gli ultimi 20 minuti. Con il Biarritz dietro per 21-12 in una partita che vedeva solo calci a portare punti alle due squadre, fra drop e piazzati.
Poi la reazione dei baschi di Francia, che riaprono tutto a 6′ dalla fine, con una meta che li riporta al 21-19. Difesa del Tolosa e quarta Heineken della storia per il club Francese.
E gli ultimi minuti sono stati da urlo.

La seconda finale è quella del campionato italiano. Nell’ultimo atto di qullo che è stato il Super10, Treviso si impone su Viadana in quella che è la sfida Celtica, fra le due franchigie che l’anno prossimo ci rappresenteranno nella Celtic League.
Come detto la spuntano i Trevigiani con un 16-12 che non porta tante emozioni se non nel secondo tempo, quando Viadana si riavvicina dal meno 11 della prima frazione fino al risultato finale.
Anche qui arrembaggio estremo per tentare qualcosa che non riesce, e Treviso si porta a casa il quindicesimo titolo.

Ma la partita più bella intanto si giocava in Inghilterra. La finale di Premiership sono riuscito a vederla solo perché ero a casa di chi si pagava Sky. Cambio canale, dai i ritmi lenti Italiani a quelli velocissimi Inglesi è una folgorazione.
E lo spettacolo è altro rispetto a casa nostra.
Mee fin dall’inizio, squadre che si affrontano a viso aperto. Da una parte i Leicester di Castrogiovanni e Flood, alla sesta finale consecutiva, dall’altra i Saracens di capitan Borthwick e del nostro Aguero.
Il primo tempo se ne va sul punteggio di 20-14 per i campioni in carica di Leicester, fra mete e spettacolo, offerto anche dal nostro pilone migliore, quel Castrogiovanni capace di buttare a terra l’uomo di forza e passare con una tecnica non adatta ad un pilone.

Poi lo spettacolo della ripresa, il recupero dei Saracens fino al 27-26 a tre minuti dalla fine, grazie ad un calcio piazzato.
Sembra tutto finito, ma il calcio di rimessa dei Leicester è corto, i Saracens non lo controllano e perdono il possesso. Placcaggio al collo su Dan Hipkiss, che si prende il vantaggio ma non cade, riparte e segna la meta decisiva al 39esimo della ripresa. Flood trasforma e i Leicester si portano sul 33-27.
I Saracens ci provano a spallate per un minuto, poi perdono la Touche e finisce lì.
Il bello però viene adesso.
Gli sconfitti non hanno mai vinto il titolo, nonostante questo sono lì, al centro del campo a congratularsi con chi li ha battuti,
sinceramente dispiaciuti ma onorati di averne fatto parte.

Questo è Rugby, peccato che per vederlo devi pagare. Peccao che anche molti che pagano non lo vedano.
Peggio per loro…