Certe cose ti accadono una volta nella vita.
Certe cose non ti accadranno più.
Certe cose ti portano nella storia, anche più di chi ha vinto Wimbledon per almeno una volta.

Dev’essere questo che hanno pensato Isner e Mahut, i due tennisti che una settimana fa hanno battuto ogni record di durata per una partita di tennis. Sul campo 18 di Wimbledon due perfetti sconosciuti hanno dato vita ad un match finito dopo 11 ore e 5 minuti sul 70-68 al quinto set.

La partita della vita se l’è aggiudicata John Isner, ragazzone di 206 cm di peso che sembrava giocare a ping pong dalle immagini.
E il bello della cosa è che i due erano perfetti sconosciuti, e probabilmente tali rimarranno. Per una volta però il campo 18 aveva più spettatori del centrale.
Il bello è che anche il tabellone ad un certo punto ha smesso di funzionare.
Il bello erano i commento di Mcnroe che, quando ha saputo del ritorno della Regina a Wimbledon sul campo centrale, mentre sul 18 si disputava l’ultimo giorno del lunghissimo match, ha commentato dichiarandosi sollevato che la partita non si giocasse nel campo n.1, altrimenti due non si sarebbero rialzati dopo l’nchino alla prima donna d’Inghilterra.
L’occasione della vita capita quando meno te lo aspetti, e non sto pensando solo ai giocatori, ma anche agli spettatori, poco interessati ad un match sulla carta non molto avvincente che si è rivelato il più lungo della storia, giocato a cavallo di tre giorni.
Peccato che alla fine abbia dovuto vincere uno dei due, peccato che nel libro dei record entrerà il nome del vincitore, prima di quello del battuto.
Senza di uno non ci sarebbe stato l’altro.

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