luglio 2010


Le ferite sono per lui, le ferite sono per chi lavora con lui, le ferite sono per chi lo ascolta.
Fa male sentire uno con questa classe dichiarare che la voglia di soffrire e faticare sta passando. Fa male sentire uno così sentire che il problema è di testa, che vorrebbe più palcoscenici, che non sa cosa succede e che non sa cosa dire.
Tutte cose vere, ma strane.

Quello così, quello che parla, è Alex Schwazer. Uno che ha vinto un’olimpiade da mostro della specialità.
Quello che parla così è uno che, come dichiarato dal suo allenatore, un certo Sandro Damilano, è un campione assoluto. Traduzione? Non uno dei tanti, che poi i tanti lì sono comunque fenomeni, ma uno dei pochi, dei 2-3 al mondo.

E sono convinto che sia così, convintissimo. Alex, secondo me, è un autentico fenomeno, capace di vincere sempre e comunque. E forse sta proprio qui il problema, come lui stesso ha detto.
Quando vai alle gare e tutto è già scritto, cioè se non vinci fallisci, è dura avere stimoli.
Quello che fa paura è che lo dice un personaggio quasi assurdo nello sport di oggi. Uno che ama marciare e quello che fa. Uno che letteralmente si fa un culo così, che lavora alla grande e che non si tira mai indietro, di solito. E do solito lo fa con il sorriso sulle labbra, sinonimo di grande passione e voglia di allenarsi. Di solito o fa con autoironia, sinonimo di intelligenza e fiducia estrema nelle proprie capacità.
Una fiducia che forse lo ha portato a perdere tutto questo.
Secondo me, Schwazer sa quello che vale, e pretende da se stesso anche di più. Come vincere 20km 50km a distanza di pochi giorni, come dominare sempre tutte e gare, come voler dimostrare, ad ogni occasione, che è il migliore. Dimostrarlo a se stesso prima che agli altri credo.

E quando non ce la fa, come ogni tanto può accadere, soprattutto nel grande appuntamento, sono delusioni scottanti.
Lo ha fatto vedere chiaramente a Berlino l’anno scorso, quando chiese scusa a tutti per il fallimento ma mostrò volontà di reagire. Lo ha fatto vedere a Barcellona ieri, quando però è sembrato stanco, senza la grinta che uno come lui deve avere, per cercare di vincere sempre.
Non per farcela sempre però.
Come gli ha detto Bragagna non deve dimostrare niente a nessuno, lui è il campione olimpico, ed è vero.

E allora speriamo che Damilano, che ancora vuole vincere molto da allenatore, gli faccia ritrovare la grinta che ha sempre avuto, gli faccia mantenere la consapevolezza di essere uno dei pochissimi, senza scordare che ogni tanto si può perdere, che non si può sempre vincere e che proprio le sconfitte ti insegnano a vincere. Il sale dello sport, soprattutto di quelli di fatica e di fondo, è questo.
Spero e so che lo capirà, è uno dei pochi anche per questo…


Si inizia subito con la delusione Schwazer, grande, enorme delusione per il marciatore azzurro, partito per vincere a mani basse e costretto al ritiro per problemi fisici dalle immagini, ma più mentali come lui stesso ha dichiarato nell’intervista. L’oro va al Francese Diniz, autore di una grande prova, partito primo e in fuga fin dal primo metro. Si conferma campione Europeo di fronte al polacco Sudol e al Russo Bakulin.

Più o meno alla stessa ora, delusione anche per la gara di Antonietta di Martino, incapace di qualificarsi per la finale del salto in alto, incapace di superare la misura di 1,92mt.
Quest’anno aveva saltato 2,01mt, ma nella gara dell’anno fallisce una qualificazione ampiamente alla sua portata. Peccato, veramente peccato. Antonietta è una grande atleta, che di solito da il meglio in queste occasioni, dispiace veramente vederla uscire così, con tre salti brutti e nemmeno vicini alle sue potenzialità.

La giornata va avanti con molte medaglie molte finali. Partiamo dalle femminili.
Il salto con l’asta donne va alla russa Feofanova, tornata ad alti buoni con un 4,75mt di tutto rispetto. Argento e bronzo per la Germania con Spiegelburg e Ryzih che superano entrambe i 4,65 mt.
La Russia non rimpiange quindi l’anno sabbatico della zarina Isinbayeva e, anche senza di lei, vince l’oro europeo.

Si prosegue con i 400m donne, dominati ancora dalla Russia con una tripletta corsa a ritmi altissimi. Firova prima con 49″89 e un ritmo velocissimo fin dai primi metri, seconda K. Ustalova con 49”92 e terza Krivoshapka con 50″10. Peccato per Libania Grenot, che poteva sperare in un podio, che ha corso sui livelli del suo personale record Italiano (50″30) e che purtroppo ha chiuso in quarta posizione con 50″43.
Brava, bravissima, anche Marta Milani, settima con 51″87, suo nuovo primato personale.

Nessuna sorpresa nel lancio del martello donne, vinto dalla tedesca Heidler con la misura di 76,38mt. L’atleta teutonica si aggiudica così, dopo il mondiale dello scorso anno, anche il titolo continentale, mettendo a segno una doppietta memorabile. Chiudono il podio la russa Lysenko e la polacca Wlodarczyk.

Bellissima la finale dei 3000 siepi femminile. In gara Marta Dominguez, idolo di casa e campionessa del mondo in carica. Gara corsa a ritmi piuttosto alti, che porta in volata finale proprio la Spagnola assieme alla Russa Zarudneva. Alla fine la spunta la seconda, prendendosi pochi metri di vantaggio in ogni ostacolo. La Russa è veramente dotata di grande classe nel superamento delle barriere che le permettono di guadagnare quei due tre passi di vantaggio rispetto alla propria avversaria, evitando di perdere una volata che, sulla carta, era ad appannaggio della Spagnola.

Russia che domina anche nella 400 ostacoli femminile, vinta per distacco dalla Antyukh con 52″92, tempo di altissimo livello anche a ritmi mondiali. Seconda la bulgara Stambolova con 53”82, terza la Britannica Shakes Drayton con 54″18.

Meravigliosa invece la finale degli 800 donne vinta, tanto per cambiare, dalla Russa Savinova (01’58”22), seguita a sorpresa dall’Olandese Hak (01’58”85) e dall’Inglese Meadows (01’59”39). Britannica prima fino all’ultimo rettilineo dove sembrava in grado di andarsene, da dietro però arrivano le sue due rivali che la superano di gran carriera. La Meadows alla fine rischia anche il terzo posto, che riesce a mantenere sulla lonea del traguardo con difficoltà.

E ora le gare maschili.

Si parte con la più attesa, i 200 mt maschili. Sembrava tutto scritto, con Lemaitre in grado di vincere sottogamba la finale grazie alla sua fase lanciata che non vede rivali in Europa. Si pensava addirittura a un tempo vicino se non sotto i 20″ netti. Invece tutta altra storia.
Il Francese parte male, fa una curva orribile come in semifinale e fa una fatica enorme per mettere in moto il suo lanciato. Alla fine si affida, tutto scomposto e claudicante, alle sue caviglie. Sul traguardo è lui il primo (20″37), con un centesimo di vantaggio sul redivivo Britannico Malcolm e quindici centesimi sul connazionale Mbandjock.
Francia che si prende altre due medaglie, ma il bianco più veloce del mondo non ha brillato, è sembrato molto stanco, e non molto a posto tecnicamente. Certo è che, se vince correndo così male, sia tecnicamente che tatticamente, viene da pensare a cosa potrebbe fare in futuro, quando sicuramente gli meteranno addosso qualche chilo in più nel busto e gli insegneranno a correre anche in curva.

Molto bella anche la finale dei 110 ostacoli. Per la vittoria sembrava avvantaggiato il ceco Svoboda, che parte primo e ci rimane fino a tre ostacoli dalla fine. Poi sbaglia, non supera bene la barriera e perde il passo, lasciando la gara all’atleta Britannico Turner, davanti al Francese Darien e all’Ungherese Kiss.

Bellissime, veramente stupende, anche le ultime due gare di giornata, i 1500 e i 400 uomini.

La prima gara vedeva favoriti gli Spagnolo Casado e il grande Reyes Estevez. La gara parte lenta, il ritmo lo fa proprio lo Spagnolo più famoso, fino alla fine, quando il ritmo si alza e lui non riesce a tenere i primi della serata. La spunta comunque uno Spagnolo, Casado vince con un tempo relativamente alto, 3’42″74 di fronte alla sorpresa tedesca Schlangen e al connazionale Olmedo.
Spagnoli in delirio e che conquistano, finalmente, una medaglia d’oro nelle loro specialità, quel mezzofondo una volta caro anche ai nostri colori.

E sorpresa è stata anche nella finale dei 400 mt. Erano attesi il Francese Djone, l’Inglese Bingham e il Belga Jonathan Borlée. Nel rettilineo finale però spunta fuori il fratello gemello del Belga, Kevin, che supera tutti e va a vincere una finale bellissima per lui. I due fratelli si guardano e si abbracciano subito, l’uno consapevole della grande gara che ha fatto, l’altro dell’occasione persa. Il podio è completato da Bingham e l’altro Britannico Rooney.

La terza giornata di gare a Barcellona porta altre cinque medaglie d’oro.

La prima va al Russo Alexander Shustov con 2,33 mt, che batte il connazionale più quotato Ivan Ukhov (2,31). Il bronzo è andato al britannico Martyn Berman con 2,29mt. Bella la finale, che si gioca fino all’ultimo salto e che vede il trionfo del giovane sul più grande, del nuovo contro l’attuale, a testimoniare la grande scuola Russa.

La seconda gara di giornata decreta la doppietta tedesca nel giavellotto femminile. Oro a Lindha Stahl, con un lancio di 66.81 metri, seconda Christina Obergfoll con 65.58. Terza la primatista mondiale Barbora Spotakova con 65,36 metri.

Bella anche l’ultima gara del decathlon maschile. Il francese Barras e l’Olandese Sintnicolaas erano divisi da soli 5 punti prima dei 1500 finali. Dietro di loro, staccato di soli 29 punti il Bielorusso Krauchanka.
alla fine la volata la vince i Francese, che porta il secondo oro alla sua nazione, una Francia che ha ancora molte carte al suo arco e che rischia di vincere il medagliere della competizione.

Ma meravigliose sono state le ultime due gare.

Splendida la prima, il triplo maschile che è stata una delle più belle competizioni degli ultimi anni. Due fenomeni, a livello mondiale e non Europeo, si sono fronteggiati fino all’ultimo. Philips Idowu e Teddy Tamgho. Il primo campione del Mondo in carica, il secondo capace di saltare, quest’anno, la terza misura della storia, 17,98 mt.
L’estroso britannico parte subito bene, con un 17,46 e un 17,47. Il Francese Tamgho si avvicina a 17,45, ma Idowu mette l’oro al sicuro con un 17,81mt.
La sorpresa però la fa il romeno Oprea, talento giovanile che si è perso negli anni e che si ritrova in un sol colpo. Riesce a saltare un 17,51 mt che gli valgono il secondo posto. Il battuto è il Francese, che partiva come secondo favorito e che non è riuscito a saltare come sa. La Gran Bretagna, dal canto suo, ha trovato il successore di Jonathan Edwards.

Meravigliosa anche la finale dei 100 mt. femminili.

Gara corsa ad alti livelli. Le tre nel podio marcano i loro tempi personali nel momento migliore. La spunta la tedesca Sailer, con un tempo di 11″10 di tutto rispetto.


Come la gara maschile il fotofinish decreta le tre posizioni del podio. Seconda, a solo un centesimo dall’oro, la Francese Mang, davanti alla connazionale Soumaré che chiude con 11″18.

Buone notizie anche per l’Italia, Meucci va in finale nei 5.000 maschili per tentare il bis dopo il bronzo dei 10.000. Giuseppe Gibilisco entra in finale del salto con l’asta passando agevolmente i 5,65mt e rimanendo l’unico atleta che non ha sbagliato un salto. Io nella medaglia ci spero sempre quando in pedana c’è lui.

Bella, veramente bella Italia agli Europei di Barcellona.
Nel secondo giorno di gare le sorprese vengono dal capitano Nicola Vizzoni che, 10 anni dopo l’argento olimpico di Sidney si ripete a grandi livelli e conquista un argento europeo bellissimo. Lo Slovacco Libor Charfreitag si prende l’oro, il bronzo va all’ungherese Krisztian Pars, scavalcato in classifica dall’italiano per soli sei centimetri (79,06 Mt contro i 79,12 Mt dell’azzurro). Ma la gara è bellissima.

Nicola era terzo prima dell’ultimo lancio dell’Ungherese, che lo scavalca e lo mette fuori dal podio. Poi il sesto lancio del capitano azzurro. Si rivede l’urlo che dieci anni fa spinse l’attrezzo verso l’argento olimpico. Ancora una volta è secondo posto, ma a 37 anni e dopo molti infortuni, è uno spettacolo.

Nei 10.000 metri femminili l’oro va alla turca Elvan Abeylegesse, che domina la gara e stacca tutti presto, troppo presto, ma fa vedere un talento enorme, che fa paura anche a livelli più alti. Dietro di lei la russa Inga Abitova la portoghese Jessica Augusto.

Ma la gara del giorno erano i 100 mt maschili. Favorito d’obbligo l’ex dopato Dwain Chambers. L’Inglese parte in testa grazie alla potenza che lo contraddistingue. Fino ai 70 metri è primo, poi si perde e lascia spazio a Cristophe Lemaitre, che nel lanciato credo abbia pochi rivali, non solo a livello Europeo.

Il ragazzo deve ancora crescere, soprattutto dal punto di vista fisico e tecnico del tronco. Deve ancora imparare a partire bene e non ha la potenza necessaria a farlo, per adesso. Già dall’anno prossimo può attaccare i 9″90. E credo che abbia ancora un po’ di margine. Se se la gioca bene può lottare a livelli altissimi. Non è Bolt e non lo sarà mai, ma una medaglia mondiale o olimpica può anche arrivare. E’ dura ma può arrivare.
La sorpresa però e dietro di lui. Chambers è troppo contratto e non gioca bene le sue carte. Al fotofinish arrivano con lo stesso tempo al centesimo in 5. Alla fine l’argento va all’altro inglese Mark Lewis-Francis, bravo come non mai a protendere il busto quando era fuori dalle medaglie.

Senza il fermo immagine non sembra lui il secondo, ma alla fine è proprio la sua spalla quella più avanti di tutte. Terzo l’altro transalpino Martial Mbandjock.
Delusione azzurra. Se Lemaitre vince con 10″13, tempo non alla portata di Di Gregorio – in semifinale aveva fatto il suo personale con 10″17 – il podio lo era, facendo la gran prestazione. Il gruppo dei secondi ha fermato il cronometro a 10″18, se avesse fatto la gara della vita chissà. Peccato per un ragazzo che di solito ai grandi appuntamenti tira fuori qualcosa in più. La tensione nervosa è tanta, già in semifinale aveva fatto il numero. Alla fine va bene così, anche se la speranza c’era…

Prima giornata agli Europei di Atletica in quel di Barcellona.
Partiamo subito bene.

Alex Schwazer si prende l’argento nella gara augurale, la 20km di marcia.
Il campione Olimpico di Pechino era arrivato qui con i favori del pronostico, primo tempo stagionale sia nella distanza corta che nella 50 km.
La gara però non va come lui vorrebbe, alla fine scappa il Russo Stanislav Emelyanov, che precede l’Altoatesino e il portoghese Joao Vieira.

Buona comunque, a mio avviso, la prova di Alex. In un solo colpo spazza vi molte critiche che tanti gli avevano rivolto. perché in questo paese sei un grande se vinci, ma poi o vinci sempre o non sei nessuno, un fallito o un bollito.
Lui invece ha sempre lavorato come un matto, sempre marciato alla grande. E’ vero, ha fallito i mondiali di Berlino, ma ci può stare contro atleti fortissimi.
Se si pensa poi che, a livello Europeo, molti dei più forti al mondo rimangono – vedi i Russi – la prova di Alex acquista valore e consistenza.
Si, poteva fare di più, ma non ha certo fallito, e nelle gare si può perdere.
Adesso c’è la 50 km, gara che lui predilige e in cui è il favorito d’obbligo. Spero che questo argento lo sblocchi definitivamente dopo la delusione tedesca.

La medaglia comunque da fiato e speranze ad un movimento, quello dell’atletica italiana, che è in crisi come non mai nella sua storia.

La prima giornata della manifestazione ha comunque fatto vedere buone cose, a partire dai 100m piani. Finalmente scoperte le carte dei vari favoriti. Uomo da battere era e resta Dwain Chambers, dotato di una potenza straordinaria che lo farà partire fra i primi nei 50 metri iniziali.
Il suo antagonista principale rimane, secondo me, Cristophe Lemaitre, Francese di 20 anni, primo bianco a correre sotto i 10″ netti.
La sua tecnica non è ancora sopraffina, le spalle e la parte superiore del corpo sono ancora troppo piccole, ma la classe c’è, e molta. Nel lanciato ha pochi rivali a livello europeo, se partirà bene nella finale…
Il terzo favorito, almeno dalle impressioni personali, può essere Francis Obikwelu portoghese che sembra essersi presentato al meglio nella manifestazione più importante dell’anno.
E gli Italiani? tutti hanno passato il turno, con buone impressioni per Cerutti e, soprattutto, Di Gregorio. Non bene Simone Collio, che deve fare molto di più se vuole entrare nella finale. Tutti e tre hanno comunque buone chanche.

La seconda medaglia d’oro di giornata invece va a Nadzeya Ostapchuk con un miglior lancio da 20,48 metri, argento alla connazionale Natallia Mikhnevich con 19,53 m. Terzo posto con 19,39 metri alla russa Anna Avdeyeva.
Chiara Rosa eliminata dopo i primi tre lanci con 17,49 m.


In serata i 10.000 metri uomini. il Somalo naturalizzato Inglese Mo Farah vince con 28’24″99, ma le emozioni sono qualche metro più indietro.
A sorpresa lotta per le medaglie anche Daniele Meucci, che se la gioca nel finale con Chris Thompson e con il Marocchino naturalizzato Spagnolo Ayad Lamdassem.
L’atleta di casa cerca di sorprendere Mo Farah con una volata lunghissima a due giri dalla fine, quando l’oro e l’argento sembravano cosa già decisa e Meucci si sarebbe giocato al massimo il bronzo. Poi però qualcosa succede. Nei 400 metri finali lo Spagnolo finisce la benzina. Sul rettilineo d’arrivo lo affiancano e lo superano sia Thompson che Meucci, che si lottano allo sprint la seconda posizione. Alla fine saranno tre i millesimi di secondo che li divideranno.
Con lo stesso tempo i due,28’27″33, ma l’argento va al britannico. Grande comunque l’Italiano, che rimonta i due tre metri nel finale che gli consentono di provare a prendere la medaglia d’argento. Non ce la fa ma non importa, alla fine va bene così. Nessuno si sarebbe aspettato un risultato del genere, nemmeno lui, che a fine gara dichiara che pensava ad un settimo ottavo posto, poi ci ha provato e le gambe lo hanno spinto fino a qui.
Ottimo settimo posto anche per Andrea Lalli
Grande soddisfazione per il nostro mezzofondo che, in passato, con Cova, Panetta, Antibo, Mei, Lambruschini, ci ha dato molto, moltissimo, titoli mondiali ed europei compresi.
Adesso dominano gli Africani, i tempi sono cambiati, ma almeno in campo europeo siamo tornati su un podio dopo anni di buio.

Contador fa il tris. Vince il suo terzo Tour consecutivo di quelli a cui ha preso parte.
Vince forse il suo miglior Tour.
L’anno scorso era decisamente più forte, era decisamente più in forma e decisamente il migliore del gruppo.
Quest’anno ha sofferto molto di più, consapevole dei propri limiti e della forza del suo avversario, quell’Andy Schleck che cresce sempre di più e che sarà il suo avversario per i prossimi anni, in barba all’amicizia e verso un dualismo che può dare molto a questo sport.


Contador ha vinto di 39″, in barba a chi dice che questo Tour era noioso, in barba a chi dice che era già deciso. Noiosa una corsa che termina all’ultima cronometro non può essere. Sarebe stato meglio vincere alla prima salita e poi basta? Non credo proprio. E’ che i due erano praticamente uguali, stessa forma e stessa forza in salita. niente di più e niente di meno. Quindi ha prevalso il tatticismo e la corsa giocata sui secondi e su pochi rischi.

Contador ha vinto di 39″, quelli del salto di catena.
Inizialmente non mi era piaciuto, poi, giorno per giorno, ho capito che non solo ci stava, ma che era anche giusto. Giusto perché Schleck era già stato aspettato quando Cancellara fermò il gruppo, decisione sacrosanta ma che comunque gli aveva evitato di perdere più di 3 minuti.
Giusto perché anche lui aveva attaccato lo Spagnolo quando la caduta del fratello Franck aveva spezzato il gruppo nella tappa del pavé.
Giusto perché Schleck aveva la maglia gialla, lui aveva attaccato, il pistolero Spagnolo ha risposto all’attacco. E poi l’errore è stato del Lussemburghese, che ha sbagliato a cambiare, mettendo la catena in obliquo e determinando il salto di catena. In fin dei conti se uno buca alla Roubaix nessuno lo aspetta. La corsa è corsa e gli errori si pagano. Sarebbe stato magari più signorile, ma il ciclismo è fatto di dualismi e di sfide a due.
Se perdiamo anche questo e tutti sono amici il gioco non funziona più. E allora, anche se di facciata hanno salvato l’immagine da amici, anche se poi, nelle successive tappe, non si sono di certo attaccati a vicenda a più non posso, alla fine l’antagonismo c’è, e andrà crescendo negli anni secondo me.
Così la gente si potrà schierare, fare per l’uno o per l’altro, come alla fine è giusto che sia.

Contador ha vinto da fenomeno in gara, da chi sa gestire tutto al meglio. A partire dal compagno di squadra Vinokourov per arrivare alla tappa decisiva in cui di certo non era nella sua miglior forma. Nella cronometro ha marcato Schleck per non rischiare, è andato con il ritmo del suo avversario per non andare fuori giri e finire la benzina nel finale. Alla fine però Andy è andato piano, molto piano, e correre sotto ritmo è dura. Si rischia poi di non riuscire a cambiare marcia quando si deve, e lo Spagnolo ha rischiato molto, moltissimo.
Alla fin però ha vinto, e che gli vuoi dire?
Lo accusano di non saper gestire la corsa, ma ha vinto una Vuelta di 46″, due Tour di 23″ e 39″, un giro d’Italia di 1’57” ma prima dell’ultima tappa ne aveva 4 di secondi di vantaggio. Non mi sembra uno che non si sa gestire. Mi sembra uno che parte sempre per vincere e il più delle volte lo fa.

Alla fine per me è stata una bella corsa, è stato un bel Tour, con una prima settimana bellissima, con cambi di maglie e sorprese. Con un’ultima settimana deludente sotto il piano della spettacolarità, ma alla fine si corre per vincere, non per lo spettacolo.


Il Tour delle lacrime, a partire da quelle di Cavendish, bellissime per il significato che avevano per il corridore inglese, tornato Cannonball dopo mille difficoltà.

Per arrivare a quelle di Cadel Evans, splendide per quello che significavano per lui. Un altro Tour perso, un altra grande corsa a tappe che non lo vedrà vincitore, con la maglia di Campione del Mondo addosso e un gomito fratturato che non gli ha impedito di portare la corsa a termine. Un carattere incredibile, una grinta assurda per chi, una volta nella vita, un grande giro se lo meriterebbe, davvero.


Sarà anche il Tour dell’addio del Re americano, le Roi Américain come lo chiamano in Francia. Sarà l’ultimo Tour di Lance Armstrong, la fine di un’era. La fine di chi ha vinto sette Tour e che lascia mostrando tutti i suoi limiti di 38enne. Il Tour di troppo per la sua carriera che alla fine non è poi così male, alla fine chiudere da comune mortale lo riappacifica con chi lo ha sempre visto non molto bene. Lo riavvicinano al pubblico Francese che non lo ha mai amato fino in fondo. Vuoi per il suo modo poco spettacolare di vincere, vuoi per il suo modo di interagire con i media, vuoi semplicemente perché simpatico non è. Comunque adesso lo è un po’ di più per loro. Adesso, appesa la bici al chiodo, dovrà rispondere ad accuse dalle quali sarà difficile difendersi. Staremo a vedere.


Menzione particolare per Alessandro Petacchi, che vince la seconda maglia verde Italiana al Tour, dopo l’unica affermazione del passato, quella di un certo Bitossi.
Sul traguardo di Parigi Ale-Jet fa ancora il suo, si prende l’ennesimo secondo posto dietro ad un cavendish mostruoso e va a vincere una maglia che non era così facile da portare a casa.
Il velocista italiano si riprende così da tutte le critiche passate, andando di volata ad affrontare quelle presenti, andando a difendersi da accuse che spero non siano fondate.

Per il resto…
Au revoir, à la prochaine fois…


E’ da domenica che volevo scrivere di Valentino Rossi. Non per esaltarlo come tutti fanno, ma per valutare quello che ha fatto.
Secondo me non è un miracolo, non è un eroe e non è un mostro.
Semplicemente è un pilota fenomenale.
Credo però che abbia valutato tutto a dovere. Credo che dovesse rientrare per forza, per convincere la Ducati definitivamente e per dimostrare a tutti, e a se stesso, che è lui il migliore.
Credo anche che i rischi siano stati valutati, che sapesse a cosa andasse incontro e cosa rischiasse.
Mi ricordo di un Capirossi con la mano rotta che arrivò sul podio e svenne una volta sceso di moto. Mi ricordo di Locatelli, rientrato a correre 50 giorni dopo 15 fratture al volto e una settimana di coma. Mi ricordo di ciclisti con spalle o gomiti fratturati. Mi ricordo di un certo Niki Lauda che lottava per il mondiale con il volto che sanguinava sotto le bende. Di esempi lo sport è pieno e l’elenco sarebbe assurdo.

Certo è che questi hanno qualcosa in più. Certo è che non sono persone comuni, certo è che hanno una passione sfrenata e che senza di essa non possono stare.

Detto questo non voglio di certo togliere i meriti di ciò che è stato fatto.
Mi aspettavo il Dottore in pista dopo 2 mesi, magari dopo la pausa estiva, nelle migliori delle ipotesi. Me lo aspettavo, più realisticamente, prima della fine dell’anno, nelle ultime gare per riprendere confidenza e lo scettro che ha sempre avuto nei confronti del gruppo.
E invece eccolo lì.
Me lo aspettavo a tirarsi indietro in caso di Bagarre, e invece eccolo lì. Me lo aspettavo vicino al podio, ed eccolo lì.
In fin dei conti il talento lo sanno tutti qual’è, la moto la sa guidare e di certo le potenzialità sono infinite.
Però il rischio c’è, magari minore di quello che tutti pensano ma c’è. In fin dei conti si corre a più di 300 all’ora, che fai ti tiri indietro?

La riprova la darà De Puniet, fratture di tibia e perone scomposte per lui, pensa di rientrare dopo 35 giorni dal suo infortunio. Vivono in un mondo tutto loro…

Rossi comunque sorprende ancora, come se ce ne fosse bisogno. Ma alla fine ci ha fondato una carriera e un’immagine, forse quando non sorprenderà più sarà finito. Ancora no…

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