Contador fa il tris. Vince il suo terzo Tour consecutivo di quelli a cui ha preso parte.
Vince forse il suo miglior Tour.
L’anno scorso era decisamente più forte, era decisamente più in forma e decisamente il migliore del gruppo.
Quest’anno ha sofferto molto di più, consapevole dei propri limiti e della forza del suo avversario, quell’Andy Schleck che cresce sempre di più e che sarà il suo avversario per i prossimi anni, in barba all’amicizia e verso un dualismo che può dare molto a questo sport.


Contador ha vinto di 39″, in barba a chi dice che questo Tour era noioso, in barba a chi dice che era già deciso. Noiosa una corsa che termina all’ultima cronometro non può essere. Sarebe stato meglio vincere alla prima salita e poi basta? Non credo proprio. E’ che i due erano praticamente uguali, stessa forma e stessa forza in salita. niente di più e niente di meno. Quindi ha prevalso il tatticismo e la corsa giocata sui secondi e su pochi rischi.

Contador ha vinto di 39″, quelli del salto di catena.
Inizialmente non mi era piaciuto, poi, giorno per giorno, ho capito che non solo ci stava, ma che era anche giusto. Giusto perché Schleck era già stato aspettato quando Cancellara fermò il gruppo, decisione sacrosanta ma che comunque gli aveva evitato di perdere più di 3 minuti.
Giusto perché anche lui aveva attaccato lo Spagnolo quando la caduta del fratello Franck aveva spezzato il gruppo nella tappa del pavé.
Giusto perché Schleck aveva la maglia gialla, lui aveva attaccato, il pistolero Spagnolo ha risposto all’attacco. E poi l’errore è stato del Lussemburghese, che ha sbagliato a cambiare, mettendo la catena in obliquo e determinando il salto di catena. In fin dei conti se uno buca alla Roubaix nessuno lo aspetta. La corsa è corsa e gli errori si pagano. Sarebbe stato magari più signorile, ma il ciclismo è fatto di dualismi e di sfide a due.
Se perdiamo anche questo e tutti sono amici il gioco non funziona più. E allora, anche se di facciata hanno salvato l’immagine da amici, anche se poi, nelle successive tappe, non si sono di certo attaccati a vicenda a più non posso, alla fine l’antagonismo c’è, e andrà crescendo negli anni secondo me.
Così la gente si potrà schierare, fare per l’uno o per l’altro, come alla fine è giusto che sia.

Contador ha vinto da fenomeno in gara, da chi sa gestire tutto al meglio. A partire dal compagno di squadra Vinokourov per arrivare alla tappa decisiva in cui di certo non era nella sua miglior forma. Nella cronometro ha marcato Schleck per non rischiare, è andato con il ritmo del suo avversario per non andare fuori giri e finire la benzina nel finale. Alla fine però Andy è andato piano, molto piano, e correre sotto ritmo è dura. Si rischia poi di non riuscire a cambiare marcia quando si deve, e lo Spagnolo ha rischiato molto, moltissimo.
Alla fin però ha vinto, e che gli vuoi dire?
Lo accusano di non saper gestire la corsa, ma ha vinto una Vuelta di 46″, due Tour di 23″ e 39″, un giro d’Italia di 1’57” ma prima dell’ultima tappa ne aveva 4 di secondi di vantaggio. Non mi sembra uno che non si sa gestire. Mi sembra uno che parte sempre per vincere e il più delle volte lo fa.

Alla fine per me è stata una bella corsa, è stato un bel Tour, con una prima settimana bellissima, con cambi di maglie e sorprese. Con un’ultima settimana deludente sotto il piano della spettacolarità, ma alla fine si corre per vincere, non per lo spettacolo.


Il Tour delle lacrime, a partire da quelle di Cavendish, bellissime per il significato che avevano per il corridore inglese, tornato Cannonball dopo mille difficoltà.

Per arrivare a quelle di Cadel Evans, splendide per quello che significavano per lui. Un altro Tour perso, un altra grande corsa a tappe che non lo vedrà vincitore, con la maglia di Campione del Mondo addosso e un gomito fratturato che non gli ha impedito di portare la corsa a termine. Un carattere incredibile, una grinta assurda per chi, una volta nella vita, un grande giro se lo meriterebbe, davvero.


Sarà anche il Tour dell’addio del Re americano, le Roi Américain come lo chiamano in Francia. Sarà l’ultimo Tour di Lance Armstrong, la fine di un’era. La fine di chi ha vinto sette Tour e che lascia mostrando tutti i suoi limiti di 38enne. Il Tour di troppo per la sua carriera che alla fine non è poi così male, alla fine chiudere da comune mortale lo riappacifica con chi lo ha sempre visto non molto bene. Lo riavvicinano al pubblico Francese che non lo ha mai amato fino in fondo. Vuoi per il suo modo poco spettacolare di vincere, vuoi per il suo modo di interagire con i media, vuoi semplicemente perché simpatico non è. Comunque adesso lo è un po’ di più per loro. Adesso, appesa la bici al chiodo, dovrà rispondere ad accuse dalle quali sarà difficile difendersi. Staremo a vedere.


Menzione particolare per Alessandro Petacchi, che vince la seconda maglia verde Italiana al Tour, dopo l’unica affermazione del passato, quella di un certo Bitossi.
Sul traguardo di Parigi Ale-Jet fa ancora il suo, si prende l’ennesimo secondo posto dietro ad un cavendish mostruoso e va a vincere una maglia che non era così facile da portare a casa.
Il velocista italiano si riprende così da tutte le critiche passate, andando di volata ad affrontare quelle presenti, andando a difendersi da accuse che spero non siano fondate.

Per il resto…
Au revoir, à la prochaine fois…

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