Era da tanto che volevo tornare a parlare di ciclismo. Lo faccio in un momento in cui però, come al solito del resto, non è un bel momento. Lo faccio per un bisogno personale di dire certe cose, un bisogno personale di esprimere determinate cose, di dire la mia su alcuni argomenti.


Per prima cosa volevo parlare del Mondiale maschile. Lo so, è molto che è stato corso ma prima non ho potuto, o voluto scivere, il perché non lo so nemmeno io.
In molti hanno criticato la squadra Italiana, hanno detto gli errori e sottolineato i ritardi di condizione. Secondo me la cosa è molto diversa. Per ma Bettini ha fatto correre come doveva, soprattutto come sapeva.
La squadra ha attaccato, gli uomini erano giusti e la corsa è stata controllata. Si può discutere sulla mancanza di qualcuno, ma la realtà è una sola. Era un mondiale da Bettini e Pozzato, per quanto sia un gran corridore, non è come “il Grillo”. Le caratteristiche erano altre, e una corsa così lunga snatura molte cose. Così ti ritrovi con un gruppo compatto nel quale c’è anche Freire. Pensi che la corsa sia decisa, come altre tre volte è già accaduto. Poi spunta Hushovd.
E a me non dispiace. Il Norvegese è uno che in bici sa andare, e molto anche. Sa soffrire e vincere in più modi. Lo ha dimostrato anche in Australia. E se ci pensiamo bene ha vinto uno che va forte alla Roubaix, che viene fuori quando la fatica si fa sentire, mentre Pozzato aveva i crampi sul finale. Anche se ci può stare dopo tutti quei km. Per la verità lui, Pippo, ci ha provato, sfiorando il podio che sarebbe comunque voluto dire molto, ma è andata così.

Buono l’esordio di Bettini come CT, era un attaccante nato e ha fatto correre all’attacco. Peccato per il ricordo del Ballero.

Mi è piaciuti vedere Cadel Evans difendere la maglia fino alla fine, in un mondiale quasi impossibile per uno come lui, l’anno scorso sorprese tutti, quest’anno no.

 

Chiuso il discorso mondiale vorrei parlare del solito male del ciclismo. Sono settimane che si parla di Contador, della quantità irrisoria di clembuterolo trovata nel suo sangue dopo la giornata di riposo del Tour de France, del fatto che stia pensando al ritiro e di tutto il resto.
Torri ha detto, secondo me in maniera gravissima, che se non facesse male alla salute legalizzerebbe il doping, prima di aggiungere che tanto i corridori sono tutti dopati.

Va ricordato che Ettore Torri è presidente della procura antidoping italiana. Trovo gravissimo generalizzare su tutta la categoria, e ancor più grave pensare ad una legalizzazione delle sostanze proibite.
Il problema non sta nella salute, o meglio, non solo lì. Il punto, secondo me, è che il messaggio stesso di sport dice di vincere e partecipare con le proprie forze, di dare tutto se stessi, per prima cosa contro se stessi. Il punto è che se sapessi di vincere non con le mie forze, mi farebbe schifo. Si, so che così si fanno record e soldi, si raggiunge la fama ecc., ma il fatto è che il problema è culturale. Lo sport dovrebbe essere passione. Non si dovrebbe fare il calciatore per i soldi e per le veline, non fare il pilota per avere contratti da Schumacher o roba simile. Si dovrebbero seguire le proprie passioni. Sputare sangue in allenamento, che si tratti di salita in bici, di corsa in pista di atletica o di nuoto in vasca. Si dovrebbe lottare perché l’adrenalina che senti quando le gambe che hai tanto allenato girano, quando corri senza fatica e magari vinci sull’ultima porzione di pista disponibile, superando il tuo rivale più agguerrito, dovrebbe essere molto più bella di quella che ti da leggere il conto in banca.

Così niente doping o scorciatoie varie, così sarebbe cuore e basta. Poi il fattore economico ci sta ed è giusto che ci sia, ma sempre dietro ad una certa etica.
So che sono sogni da sportivo della domenica, da uno che nel suo piccolo cerca di allenarsi tutti i giorni sapendo che non potrà arrivare dove altri potranno, ma è così che la penso, e so che lo farei anche se fossi uno di quelli che vedi in televisione.

Dico questo perché così finisce lo sport, così finisce il ciclismo che tanto amo. Se pensiamo agli ultimi anni pochi sono rimasti quelli che, dopo aver vinto o esserci andati vicino, poi non sono stati beccati in fallo.
A partire da Di Luca, Riccò, Landis, Rassmussen, Valverde, Sella, Riis, Vinokourov, Basso, Rebellin e via discorrendo. Certo hanno pagato, chi più chi meno e sempre troppo poco per uno che vorrebbe la radiazione in questi casi.
Ma il problema è un altro.
Il problema è che segui una corsa di 21 giorni, ti appassioni, gioisci e ti emozioni. Poi finisce e devi aspettare tre mesi sperando che non ci siano dopati. E’ assurdo ma è così.

E allora ti trovi a pensare se valga sempre la pena vedere e seguire uno sport che è bellissimo, mostruosamente appassionante, ma che in fondo in fondo, forse, troppo marcio. E’ vero che controlli antidoping li fanno soprattutto ai ciclisti, ma è anche vero che ne trovano molti, troppi, colpevoli.

Spero, anche se non credo, che Contador risulti non colpevole, che questa storia doni un po’ di credibilità, anche se molto poca, ai corridori e al ciclismo in generale.
Perché così è devastante.

Se poi fai anche gli sconti di pena quando qualcuno collabora, neanche fosse un pentito mafioso, allora qualcosa che non va, francamente, credo proprio che ci sia, vero Danilo?

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