febbraio 2011


Il Sei Nazioni va avanti, noi no. La sconfitta contro l’Inghilterra è stata di quelle che fanno male. Non si può dire che nn me lo aspettassi. Dopo la sconfitta contro i verdi d’Irlanda pensavo di trovare una squadra giù di corda e di morale, e così è stato. Speravo però che una reazione ci fosse, quantomeno nel primo tempo. Speravo che reggessimo un po’, e invece niente.

Abbiamo sofferto dall’inizio alla fine, in tutte le zone del campo, specialmente in touche, dove sembravamo dei principianti totali. Non si possono perdere 8 rimesse su nove contro la squadra Inglese, no si possono perdere con nessuno in realtà. Non siamo mai riusciti a fare un attacco decente, non avevamo una piattaforma di partenza e non abbiamo giocato a rugby, mai.
Sembravamo la squadra di dieci anni fa.

Unica nota decente l’esordio di Semenzato, che non ha giocato poi così male, per lo meno si è difeso, anche se a me non ha fatto impazzire. Va detto però che esordire al Twickenham no è facile, soprattutto per chi deve dettare il gioco.
Alla fine il risultato è di quelli che annichiliscono, un 59-13 che ti lascia troppi interrogativi ai quali non solo non riesci a rispondere, ma ai quali non puoi rispondere. Devi solo lasciare perdere tutto, credere ed essere convinto di essere la squadra che ha quasi battuto l’Irlanda, e andare aventi. Considerare la disfatta come una parentesi negativa e basta, in cui niente ti è riuscito e quello che poteva andare storto lo ha fatto.

Adesso ci sono i dragoni Gallesi, ancora arrabbiati per la sconfitta all’esordio contro gli Inglesi e rinfrancati per la bella vittoria contro gli Scozzesi. Adesso ci sono quei Gallesi che devono dimostrare di essere tornati a livelli di qualche anno fa, livelli che, secondo me, non hanno ripreso con continuità. Alternano grandi prestazioni ad altre più anonime. Starà a noi renderli sterili, soprattutto attaccabili. Se gli lasci il gioco sei finito, se li attacchi diventa possibile.

Negli altri campi intanto sorprende la Francia, capace di vincere soffrendo con la Scozia e di dimostrare la sua forza contro l’Irlanda, battuta per 25-22 a Dublino.

Ci sono delle volte in cui vincere ti cambia, e molto. Delle volte in cui non conta solo giocare bene o andarci vicino. Delle volte in cui sfiori la svolta ma non ci arrivi.
Sabato scorso è stata una di quelle volte.
L’Italia ha domato l’Irlanda, e l’ha fatto, davvero. La partita che ti aspetti da tre o quattro anni era là sotto gli occhi di tutti.
Abbiamo lottato, con la tattica giusta. Abbiamo retto i verdi di Dublino sotto l’aspetto tattico, sotto quello fisico e mentale. Abbiamo preso le nostre touche e vinto le mischie che dovevamo. Persino recuperato ad un errore che in altre circostanze ci avrebbe distrutto la partita. Parlo della meta concessa ai nostri avversari. Un posizionamento errato della nostra difesa lascia spazio al solito O’Driscoll che ci punisce.
Noi reagiamo, recuperiamo e andiamo in vantaggio a 4 minuti dalla fine. A quel punto dovevamo solo prendere la rimessa in gioco avversaria e reggere. Reggere di forza, di cuore, di testa, in tutti i modi ma reggere. E invece perdiamo subito la palla, diamo troppo spazio a quell’O’Gara che ci punisce in tutti gli incontri e gli lasciamo fare il drop che ci riporta indietro di due punti, nonostante fossimo in superiorità di un uomo.

A quel punto c’è poco da fare, se non cercare un fallo che ci permetta di battere un piazzato vincente. SPrechiamo tutto con un drop improbabile di Orquera, che prima del calcio sapevamo già non poter riuscire. Perché lui non è O’Gara – e non me ne voglia – ed era troppo lontano dai pali. Finisce 13-11 per loro.

Perdiamo, con onore ma perdiamo.
Accarezziamo il sogno ma perdiamo.

Diciamo addio a quell’inizio di Sei Nazioni che dobbiamo fare se vogliamo sperare in una svolta. Adesso ci aspetta l’Inghilterra al Twickenham. Probabilmente ne usciremo con le ossa rotte. Potevamo andare a Londra senza l’affanno di dover dimostrare ancora qualcosa, con due punti in tasca contro una delle avversarie più forti al mondo. Potevamo toglierci il fantasma dell’Irlanda che ritroveremo al mondiale. Potevamo andarci con il morale alle stelle consapevoli di poterci vincere. Adesso ci andiamo impauriti di perdere, consapevoli che se torniamo a mani vuote siamo di nuovo con l’acqua alla gola, con la paura di quel cucchiaio di legno che ogni anno ci troviamo a dover scongiurare, a dover schivare.
Potevamo fare di più e, secondo me, dovevamo.

Non è una critica assoluta, l’Italia mi è piaciuta e so che hanno fatto una partita come forse non abbiamo mai visto, ma gli episodi e nostro favore c’erano. Loro non avevano chiuso il match quando potevano ed avevano preso un giallo in un momento chiave. Ne dovevamo approfittare e basta, in qualunque modo. Non lo abbiamo fatto e basta. L’amaro in bocca è ancora più forte.

Spero che non sia così, spero che i ragazzi di Mallett vadano a giocare contro quelli di Sua Maestà consapevoli di poter vincere, lo hanno abbiamo dimostrato, ora devono farlo.

Le parole di Claudio Ravetto, direttore agonistico della nazionale di sci, erano chiare.
L’esperienza olimpica ci aveva lasciato un grande Razzoli e molta amarezza per le medaglie perse. Come l’inizio di questo anno, del resto, che ci ha visto mancare podi per pochi centesimi in più di un’occasione.


Eppure partiamo male, la gara di Super G femminile non va come speravamo, il risultato d’insieme è buono, ma non c’è l’acuto di Merighetti o Fanchini. A ben figurare è Elena Curtoni, sesta a 83 centesimi di secondo dalla vincitrice Goergl, che ha fatto tutto in maniera perfetta. L’Italiana, fresca campionessa mondiale junior della specialità, sorprende per le doti mostrate, per le curve da funambolo che ha fatto e per la grinta e la freddezza con cui ha interpretato la pista. Bello stile e gran futuro, almeno secondo me.
Delude la Vonn che, infastidita da cadute in allenamento e da botte alla testa arriva solo settima, impaurita dal ghiaccio e mai in grado di sciare come sa. La sua amica Riesch se la cava con un terzo posto ottimo in una gara in cui aveva solo da perdere. Seconda una Mancuso che nei grandi appuntamenti difficilmente delude.

Ma al mondiale dovevamo fare di più. Nell’anno del dominio di Kostelic il Super G appariva comel grande occasione. Nessun vero favorito, molti outsider e gara difficile. Poi arriva il ghiaccio, quello verde come direbbe De Chiesa, quello che rende la pista tedesca una lastra da domare e da interpretare, soprattutto in due passaggi.

Nei punti chiave molti sbagliano. Miller sembra fare tutto bene, ma abbatte una porta, ci perde un bastoncino, e continua come se niente fosse, dando spettacolo fino all’errore decisivo che gli toglie le speranze mondiali. Poi arriva Reichelt, perfetto da inizio alla fine. Nella gara di Hinterstoder aveva fatto vedere di essere tornato quello di qualche anno fa, a Garmish lo ha confermato.

Sembra dura da battere, Innerhofer ci prova lo stesso. In fondo, “questa gara è ogni due anni, prova il tutto per tutto e poi vedi”.

E così fa, interpreta alla perfezione una pista bellissima, tecnica e ben tracciata che, per una volta in un Mondiale o un’Olimpiade, non fa rimpiangere Kitzbuhel.
Arriva al traguardo con sei decimi di vantaggio su Reichelt e subito capisce di aver fatto la gara della vita. Nessuno lo supererà, né Cuche né uno Svindal molto opaco, né un Kostelic mostruosoche, ancora una volta, sorprende e si porta a casa un bronzo nel Super G mondiale.
Non siamo pirla…

Ieri la supercombinata femminile, vinta dall’austriaca Anna Fenninger davanti ad una rediviva Maze e ad una Paerson che si prende un’altra medaglia mondiale. Deludono Merighetti e Schnarf.


Molto è stato detto, praticamente tutto quello che c’era da dire.
A partire da come è andato l’incidente, la dinamica della derapata, la situazione clinica. Per continuare con la descrizione minuziosa dell’intervento impressiona solo a leggerla, passando per le ipotesi di possibili sostituti, sul suo futuro e sulle concrete possibilità di recupero.
Si sono anche azzardate puttanate del tipo “A giugno rientra sicuro!”.

Ora però vorrei alcune cose. Vorrei che si lasciasse in pace per un po’. Vorrei che si lasciasse il ragazzo a pensare a quello che è stato e a quello che sarà. Vorrei che si lasciasse il campione a reagire all’ennesimo momento no di una carriera che di incidenti ne ha vissuti molti. E questo non significa lasciarlo solo, ma lasciarlo da solo a pensare, a lottare, a reagire. Intorno a lui, sono certo, ha chi lo sa aiutare e lo sa motivare. Non credo che abbia bisogno dell’attenzione mediatica continua. CI saranno aggiornamenti e sarà giusto così, ma niente assilli.

Mi piacerebbe che così fosse, ma più di tutto mi piacerebbe veder tornare un pilota che, prima di aver imparato a tifare per lui, mi ha insegnato a rispettarlo per quello che è, poi a seguirlo per quello cha fa in pista.

E allora in bocca al lupo Robert, buona fortuna o quello che si dice in questi casi.
Magari, soprattutto, arrivederci…


Il Sei Nazioni sta cominciando. Fra poco l’esordio dell’Italia in campo a Roma contro l’Irlanda. Quell’Irlanda che dovremo battere anche al mondiale di settembre per passare il turno.
In un anno che deve essere quello della svolta però non mi piace quello che sta succedendo attorno al CT Mallett. Quel che si dice è che il sostituto di Mallett sia già pronto. SI fa il nome di Jacques Brunel, il francese allenatore del Perpignan.
Non mi piace perché sarà l’anno decisivo per il nostro movimento. Nell’anno dell’ingresso nella Celtic League che deve dare la svolta al nostro movimento, coronando la crescita nel mondiale in cui dobbiamo, per la prima volta nella nostra storia, passare il turno.
Non mi piace perché destabilizza il lavoro di un allenatore che in 4 anni ci ha dato molto, moltissimo. Ha contribuito a rinnovare, o meglio, a cercare di far crescere definitivamente un movimento che di fatto ancora ha bisogno di molto. Ha conribuito all’idea Celtic League, ha cercato mediani e ali, ha portato Mirco Bergamasco a calciare trovando un piede affidabile dove nessuno l’avrebbe cercato.
Certo, i risultati non sono stati troppo positivi. In quattro anni è sempre mancata la grande affermazione, quella che ci avrebbe dato qualcosa in più.
Sono però arrivate belle prestazioni con Australia Nuova Zelanda l’anno passato e qualche altra cosa. Anche sconfitte importanti come quella con i Pacific Islanders o le due contro l’Argentina in due anni, ma ci può anche stare, a mio modo di vedere.

Mallett ci ha sempre messo la faccia e il coraggio di provare a giocare come una squadra dell’emisfero sud. Annunciare, o quasi, il suo sostituto prima di un Sei Nazioni decisivo, e prima di un mondiale ancora più importante, non credo sia la scelta giusta, sia per i risultati che devono arrivare, sia per il rispetto che Nick merita.

Senza pensare poi ad un allenatore che dovrebbe di nuovo cambiare tutto l’impianto di gioco, non essendo uno della parte bassa del mondo, ma un “cugino” Francese.

Mallett non sembra averla presa bene, soprattutto sembra teso, come se dovesse dimostrare qualcosa che secondo me deve si dimostrare, ma soprattutto al mondiale e nel prossimo Sei Nazioni, quello del 2012. L’impressione è che i ciclo sia considerato finito, più dalla federazione che dal CT azzurro, che molte idee ha in testa secondo me, soprattutto per il dopo 2011, per l’addio o avvicendamento necessario di molte nostre colonne, vedi Mauro Bergamasco, Perugini o Lo Cicero, Gower, più molti altri che hanno qualche anno in più, forse non quattro anni in più.

Fatto sta che queste sono le voci che, ribadisco, non mi piacciono.
Il Sei Nazioni comincia, e noi abbiamo contro i verdi Irlandesi. Vediamo come vanno a finire questi due mesi, poi tiriamo le somme.