maggio 2011


Il Giro d’Italia era deciso da tempo. Dalla tappa dell’Etna si era capito che il più forte era lui. Quell’Alberto Contador capace di staccare gli avversari dovunque. Come la strada si inerpica in salita lui comincia con la sua danza e nessuno può resistere.

Ha fatto paura in tutte le tappe in cui ha staccato gli avversari, atterrendoli e annichilendoli con la sua cadenza incredibile. Ha impressionato sullo Zoncolan, sul Gardeccia, ma soprattutto sul Grossglockner e nella cronoscalata del Nevegal, dove ha dimostrato una condizione mostruosa che gli permette quasi di giocare con gli avversari di turno.

È il Giro dei dubbi, il Giro dell’attesa per il risultato del processo al campione Spagnolo per il caso clembuterolo dello scorso Tour. Una corsa a tappe brutta nel suo significato, che obbliga i tifosi e gli appassionati ad attendere ancora qualche mese per sapere se Contador poteva correrlo questo Giro.
Una corsa strana. Fossi in gara non saprei cosa fare, se puntare al secondo posto e alla squalifica dello Spagnolo o se rispondere ai suoi attacchi e rischiare di saltare. Hanno provato a fare entrambe le cose sia Scarponi che Nibali, con risultati poco soddisfacenti.

Ma il cannibale dell’era moderna è veramente il più forte corridore degli ultimi dieci anni, superiore, secondo me, anche all’Armstrong che ha vinto sette Tour di fila. Con questo Giro è alla quinta vittoria consecutiva nelle grandi corse a tappe a cui ha partecipato.
Purtroppo la giustizia sportiva è lenta e poco convincente. È di ieri la notizia che l’appello per Contador è stato rimandato a Luglio, probabilmente dopo il Tour de France, permettendo di fatto allo Spagnolo di partecipare alla Grand Boucle e tentare di vincere i tre grandi giri nel solito anno.
Permettendo, di fatto, al campione Spagnolo di dissipare i dubbi sulla sua positività.
Si perché se l’anno scorso era dopato, con una quantità minima di clembuterolo trovata nel suo sangue e un Tour vinto di una trentina di secondi, e se quest’anno non viene trovato positivo, vincendo quindi regolarmente, come può essere squalificato un anno dopo andando più forte di quando dovrebbe essere colpevole?

L’UCI è troppo lenta nelle sue decisioni, aspetta troppo e di fatto sminuisce lo spettacolo che vediamo tutti i giorni. Perché la decisione di confermare la squalifica va presa in fretta, con cognizione di causa ma in fretta, non in più di un anno.
Ribadisco il concetto che adesso non solo è stupido squalificarlo, ma praticamente impossibile per quello che lui fa vedere.

Ma detto questo, e preso atto di ciò, rimangono nella mente gli scatti del campione Spagnolo, il suo modo di salire “ballando” sui pedali della sua bici, il suo modo di dominare gli avversari.

Da oggi poi rimarrà anche la sua signorilità. Nel finale della tappa stacca di nuovo tutti, riprende il suo ex gregario Paolo Tiralongo, uno che non ha mai vinto in 11 anni di carriera da gran gregario. Dopo aver dimostrato i essere il più forte incita il ciclista Italiano e corona il suo sogno lasciandolo vincere.
Un modo di chiudere i conti e pareggiare i favori che Tiralongo gli ha fatto nell’anno passato, un modo di mostrare la sua gratitudine, un modo di continuare quella tradizione che nel ciclismo ha fatto nascere il modo di dire “tappa a te e maglia a me”.

Contador è il dominatore del Giro, è il cannibale dei giorni nostri, è il più forte al Mondo, da oggi è anche un Signore, e la S maiuscola non è un caso.


Era da molto che non scrivevo su questo blog, e certamente non volevo farlo per un motivo del genere.

È cominciato il Giro d’Italia, e volevo scrivere della corsa, della caccia alla maglia Rosa, di Contador e Nibali e di molto altro.

Mi ritrovo invece a dover, per forza di cose, parlare d’altro. Non di sport, né di ciclismo, purtroppo.
Accade tutto a 25 km dall’arrivo della terza tappa. Wouter Weylandt durante la discesa del Passo del Bocco. Le immagini, che mostrano il medico del Giro impegnato nel massaggio cardiaco, lasciano da subito poco spazio all’immaginazione. Il ciclista belga verrà dichiarato morto dopo 40 minuti di massaggio cardiaco.

È difficile scrivere qualcosa su una tragedia del genere, forse non è neanche giusto scrivere e raccontare le dinamiche, tanto a cosa serve?
Solo che a me Weylandt piaceva, davvero. Non so perché ma da quando lo avevo visto vincere la tappa di Middelburg, durante il Giro dello scorso anno, facevo il tifo per lui.
È un po’ come quando scopri un nuovo sportivo che ti stupisce, quando non credevi che potesse vincere, quando sapevi a malapena che esisteva, e capisci, o credi, di aver visto qualcuno di forte, che di lì a poco crescerà e diventerà una stella del suo sport.

Pensare poi che è un ragazzo di appena due anni più di te, che sta facendo quello che ama, che sta correndo in bici come ha sempre sognato di fare, ti ferisce ancora di più. Soprattutto se adori lo sport e il ciclismo in particolare, soprattutto se aspetti la primavera per l’inizio dei grandi “Giri” ciclistici.

E vedere le immagini di lui a terra, subito dopo la caduta non migliora il tuo stato d’animo. Segui la tappa con disinteresse, svegliandoti quando parlano delle condizioni di chi lotta fra la vita e la morte.
In Rai sono tutti molto bravi, a partire da chi la tappa la commenta, o cerca di fare quello che può. Pancani e Cassani praticamente si affievoliscono, attendono solo notizie dal luogo dell’incidente, tutto perde di significato e tutti aspettano qualcosa di buono.
La corsa finisce, chi vince non conta. Si avverte che nell’aria c’è qualcosa di grave, non ci sono immagini e le notizie non sono confortanti. Il massaggio cardiaco continua, fai i conti e vedi che sono più di 15 minuti che tentano di rianimarlo. Poi Bulbarelli dice che il cuore batte ancora, e allora ci speri, allora credi che possa farcela.

Poco dopo comincia il “Processo alla tappa”. In studio è il silenzio che comanda. A parlare sono solo i collegamenti con gli inviati che portano poche novità e altro sconforto. Nessuno sa cosa dire, Stefania De Stefano ci mette la faccia, ma non sa bene cosa fare, ovviamente. Quello che però passa dalla televisione è l’estrema umanità i tutti i giornalisti Rai, l’estremo dolore di un team che soffre per quello che accade. La conduttrice prova più volte a fermare il programma, deve andare avanti e lo sa, ma è tremendamente difficile. Sentire la voce della De Stefano e di Pancani sull’orlo delle lacrime, vedere gli occhi gonfi di Bulbarelli e Martinello stupisce, con il secondo dei due che piange letteralmente.
E allora capisci che la notizia è arrivata. Ti accorgi che anche te sei lì lì per lasciarti andare. Perché l’empatia con il ciclismo te la porti dentro, perché sai cos’è la passione per uno sport, perché non sai neanche perché, è così e basta.
Chi conduce lascia le immagini in sottofondo, nessuno parla più perché nessuno ce la fa più a parlare.
Fino al collegamento con il medico della corsa che racconta l’accaduto, racconta i soccorsi e quello che hanno potuto fare. Fino a che non arrivano le parole che fanno più male.
“Abbiamo tentato di tutto, ma non c’è stato niente da fare”