Era da molto che non scrivevo su questo blog, e certamente non volevo farlo per un motivo del genere.

È cominciato il Giro d’Italia, e volevo scrivere della corsa, della caccia alla maglia Rosa, di Contador e Nibali e di molto altro.

Mi ritrovo invece a dover, per forza di cose, parlare d’altro. Non di sport, né di ciclismo, purtroppo.
Accade tutto a 25 km dall’arrivo della terza tappa. Wouter Weylandt durante la discesa del Passo del Bocco. Le immagini, che mostrano il medico del Giro impegnato nel massaggio cardiaco, lasciano da subito poco spazio all’immaginazione. Il ciclista belga verrà dichiarato morto dopo 40 minuti di massaggio cardiaco.

È difficile scrivere qualcosa su una tragedia del genere, forse non è neanche giusto scrivere e raccontare le dinamiche, tanto a cosa serve?
Solo che a me Weylandt piaceva, davvero. Non so perché ma da quando lo avevo visto vincere la tappa di Middelburg, durante il Giro dello scorso anno, facevo il tifo per lui.
È un po’ come quando scopri un nuovo sportivo che ti stupisce, quando non credevi che potesse vincere, quando sapevi a malapena che esisteva, e capisci, o credi, di aver visto qualcuno di forte, che di lì a poco crescerà e diventerà una stella del suo sport.

Pensare poi che è un ragazzo di appena due anni più di te, che sta facendo quello che ama, che sta correndo in bici come ha sempre sognato di fare, ti ferisce ancora di più. Soprattutto se adori lo sport e il ciclismo in particolare, soprattutto se aspetti la primavera per l’inizio dei grandi “Giri” ciclistici.

E vedere le immagini di lui a terra, subito dopo la caduta non migliora il tuo stato d’animo. Segui la tappa con disinteresse, svegliandoti quando parlano delle condizioni di chi lotta fra la vita e la morte.
In Rai sono tutti molto bravi, a partire da chi la tappa la commenta, o cerca di fare quello che può. Pancani e Cassani praticamente si affievoliscono, attendono solo notizie dal luogo dell’incidente, tutto perde di significato e tutti aspettano qualcosa di buono.
La corsa finisce, chi vince non conta. Si avverte che nell’aria c’è qualcosa di grave, non ci sono immagini e le notizie non sono confortanti. Il massaggio cardiaco continua, fai i conti e vedi che sono più di 15 minuti che tentano di rianimarlo. Poi Bulbarelli dice che il cuore batte ancora, e allora ci speri, allora credi che possa farcela.

Poco dopo comincia il “Processo alla tappa”. In studio è il silenzio che comanda. A parlare sono solo i collegamenti con gli inviati che portano poche novità e altro sconforto. Nessuno sa cosa dire, Stefania De Stefano ci mette la faccia, ma non sa bene cosa fare, ovviamente. Quello che però passa dalla televisione è l’estrema umanità i tutti i giornalisti Rai, l’estremo dolore di un team che soffre per quello che accade. La conduttrice prova più volte a fermare il programma, deve andare avanti e lo sa, ma è tremendamente difficile. Sentire la voce della De Stefano e di Pancani sull’orlo delle lacrime, vedere gli occhi gonfi di Bulbarelli e Martinello stupisce, con il secondo dei due che piange letteralmente.
E allora capisci che la notizia è arrivata. Ti accorgi che anche te sei lì lì per lasciarti andare. Perché l’empatia con il ciclismo te la porti dentro, perché sai cos’è la passione per uno sport, perché non sai neanche perché, è così e basta.
Chi conduce lascia le immagini in sottofondo, nessuno parla più perché nessuno ce la fa più a parlare.
Fino al collegamento con il medico della corsa che racconta l’accaduto, racconta i soccorsi e quello che hanno potuto fare. Fino a che non arrivano le parole che fanno più male.
“Abbiamo tentato di tutto, ma non c’è stato niente da fare”


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