Ciclismo


Provo a dare dei giudizi, i miei giudizi, a quello che è stato probabilmente il più bel Tour degli ultimi dieci anni.

Non sono mai stato un estimatore della Grand Boucle e delle sue salite. Certo, l’ho sempre seguita da appassionato di ciclismo, ma ho sempre preferito le erte del Giro alle rampe lunghe e regolari della corsa in Giallo. Quest’anno, però, il tracciato prevedeva più salite e meno cronometro, che storicamente decidono il Tour più dei tapponi alpini o pirenaici.
Le premesse c’erano tutte, da Contador, dominatore del Giro, che ovviamente avrebbe faticato di più dopo le fatiche in rosa, a Cunego quasi vincitore del Giro di Svizzera. Da Basso che aveva preparato la corsa Francese con meticolosità (salvo caduta che ha ritardato la sua preparazione di 10 giorni), a Evans, eterno secondo e alle ultime battute utili. Passando ovviamente per i fratelli Schleck: Frank, più grande e probabilmente meno talentuoso del giovane, che sulle strade di Francia ha raccolto molto e si è sempre difeso bene, l’altro, Andy, con un immenso talento ancora da dimostrare, voglioso di rivincite dopo due secondi posti consecutivi e dopo il Tour dell’anno passato, perso di trenta secondi da un Contador battibile come mai negli ultimi anni.

Tutto è stato avvincente fin da subito con cadute che hanno messo a dura prova il fenomeno Spagnolo nella prima settimana e ribaltamenti continui di classifica nelle ultime tappe.

Contador ha provato con le unghie e con i denti a riprendere quella maglia Gialla che sembrava persa dopo la seconda settimana, ma senza riuscirci. In sua difesa vanno ricordate le fatiche del Giro d’Italia, vinto da autentico dominatore, le cadute della prima settimana che gli hanno fatto perdere due minuti e il dolore al ginocchio relativo proprio alle botte prese nelle prime tappe.
Il ciclista più forte del momento ha provato comunque a ribaltare la corsa da campione, e ci era quasi riuscito con attacchi in salite che sembravano non poter fare la differenza e fughe in discesa d’altri tempi. Senza la crisi nella tappa del Galibier con arrivo a Serre-Chevalier avrebbe davvero potuto vincere. La tappa del numero di Andy Schleck per intendersi, in cui lo Spagnolo ha perso più di tre minuti dal Lussemburghese e un minuto e mezzo da Evans. Il giorno successivo ha regalato sprazzi di autentica follia, coraggio e talento sull’Alpe-d’Huez, per poi spegnersi negli ultimi chilometri e lasciare il passo all’amico Sanchez battuto dal talento francese Rolland.
Ci ha provato, ha fatto il possibile in una stagione che può anora dargli soddisfazione. Ha mostrato di saper perdere ma di non voler accettare la sconfitta fino all’ultimo metro disponibile, provandoci anche nell’ultima cronometro. Così deve correre un campione secondo me, così si da spettacolo e si possono vincere Giro e Tour nello stesso anno. Pazienza, sarò per un’altra volta…

Il discorso Schleck è molto diverso. Fino all’anno passato l’eterno piazzato era Evans, l’eterno secondo incapace di vincere e perseguitato dalla sfortuna. Adesso lo scettro di perdente rischia di prenderlo Andy Schleck, tre volte consecutive secondo al Tour dopo il secondo posto, allora a sorpresa data la giovane età, al Giro d’Italia 2007.
I fratelli Lussemburghesi, mai come quest’anno, avevano l’occasione di gestire la corsa e provare a dominare il Tour alleandosi, e invece hanno sbagliato tutte le tattiche possibili. Andy è sembrato meno in forma di Frank nelle prime due settimane. Sui pirenei correva in rimessa, aspettando il fratello e facendogli da gregario, cercando lui di spaccare il gruppo in vista di un attacco di Frank. Poi sulle Alpi la metamorfosi. Nella tappa del Galibier il gran numero di uno che talento ne ha da vendere. Fuga solitaria di 90 km e arrivo con vantaggio di più di 2′ su Cadel Evans e Voeckler, più di 3′ su Contador. Sull’Alpe-d’Huez si prende la maglia, convinto di difenderla il giorno successivo a crono. Alla fine prenderà 1’30” da un Evans scatenato, dovendosi accontentare di un secondo posto che ormai gli va stretto.
Il mio parere è che ancora sia troppo spocchioso e presuntuoso per vincere un Tour con l’umiltà del campione. Senza cronometro vai da poche parti, soprattutto se perdi un Tour come quello di quest’anno, disegnato per gli scalatori come forse in Francia non faranno più. Soprattutto se stai lì a tentennare, aspettando un fratello che non è alla tua altezza e non capendo le mosse giuste da fare in corsa, come allearsi con il Contador in fuga sull’Alpe-d’Huez e dare la mazzata finale all’Australiano, come lasciare il fratello o farlo partire prima nella stessa tappa, in modo da costringere il gruppo o ad andarlo a prendere o a perdere il Tour a favore di Frank. Insomma, ancora Andy è acerbo, il problema è che ha già molti secondi posti sulle spalle e gli anni cominciano ad essere 26…sarebbe l’ora di darsi una mossa anzichè fare proclami pre cronometro tipo: “io questa maglia la porto a Parigi a costo di spaccare la bici”…io comincerei a prendere il martello…

È stato il Tour di Voeckler, arcigno e duro fino alla fine. Il francese ha provato a sorprendere tutti vincendo, non ci è riuscito, ma ha lottato e sofferto fino all’ultima tappa. Il querto posto finale è comunque un risultato enorme per uno che era entrato nei 20 in un grande giro solo una volta, per uno che era abituato ad azzeccare la fuga giusta e riprovarci comunque il giorno successivo, per uno che è un gran bel corridore da corse di un giorno, ma niente di più di un buon ciclista per quel che riguarda le corse a tappe. SI è trovato in una situazione più grande di lui e ha lottato con energie e forze ce lui stesso non sapeva di avere. Un gran bel Tour che ha canalizzato praticamente tutte le prime pagine dei giornali Francesi per almeno due settimane.

È stato un Tour bellissimo, con il tre cambi di maglia negli ultimi tre giorni (mai successo nella storia), con le fughe di Hushovd e di Boasson-Hagen, con le volate di Cavendish e la dedica di Farrar e Weylandt. È stato il Tour di Hoogerland, steso assieme a Flecha dalla macchina della Tv Francese e arrivato a Parigi con più di 30 punti di sutura nelle gambe. È stato il Tour della rinascita di Cunego e della delusione di Basso. È stato il Tour più bello che abbia visto, che mi ha entusiasmato come non credevo potesse fare.

Ma è stato soprattutto il Tour di Cadel Evans, il corridore che più meritava una grande affermazione in una gara a tappe nell’intero circus del ciclismo. Simbolo di correttezza e di cuore enorme fin dal 2002, dove, nell’ascesa di Folgaria e con la maglia Rosa sulle spalle, fu protagonista di una delle crisi più grosse che abbia mai visto. Arrivò con un quarto d’ora di ritardo, ma arrivò. Quelle immagini raccontano tutto del gentiluomo Australiano. Un corridore mai domo che ha raccolto una serie di sfortune incredibili negli anni. Dalla febbre durante il Giro dello scorso anno, al braccio rotto al Tour dello scorso anno. L’emblema del lottatore che ci prova sempre, ma che per un motivo o per un altro, per malasorte o per un giorno di crisi, alla fine perde sempre. L’immagine del corridore pulito che arriva in fondo dando tutto quello che ha, sfinito e perdente. Ai Mondiali di due anni fa qualcosa cambiò sul traguardo di Mendrisio Cadel arrivò per primo, e si rese conto, forse per la prima volta in vita sua, che il dottor Sassi aveva ragione a credere in lui, che lui era un vincente. L’anno passato si prese la maglia Gialla nella tappa in cui cadde e si ruppe un gomito, per poi perderla il giorno successivo, in lacrime per il dolore. Santambrogio, suo compagno di squadra e gregario dichiarò che per uno così avrebbe dato anche la vita.

Per questo ho sempre fatto per Cadel Evans, per questo ho gioito come non mi capitava da quando Pantani dominava sulle salite del Giro e del Tour. Per questo credo che Cadel se lo sia meritato a pieno. Ha vinto un Tour da protagonista, recuperando avversari in fuga da solo, come da solo ha sempre lottato fino alla fine. Per una volta è stato lui a giungere primo a Parigi. E poco importa se ha 34 anni, se sarà l’unico Tour che vincerà, se da qui in avanti al sua parabola sarà discendente. Da adesso è uno che ce l’ha fatta, e io sono tremendamente felice per lui. Vederlo in lacrime che non riesce a staccarsi dalle mani il leoncino Giallo simbolo del primato è il coronamento di una carriera e l’immagine che più lo rappresenta, incredulo di fronte alla più bella impresa della sua vita.

Era l’ora Cadel, ora goditela…

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Il Giro d’Italia era deciso da tempo. Dalla tappa dell’Etna si era capito che il più forte era lui. Quell’Alberto Contador capace di staccare gli avversari dovunque. Come la strada si inerpica in salita lui comincia con la sua danza e nessuno può resistere.

Ha fatto paura in tutte le tappe in cui ha staccato gli avversari, atterrendoli e annichilendoli con la sua cadenza incredibile. Ha impressionato sullo Zoncolan, sul Gardeccia, ma soprattutto sul Grossglockner e nella cronoscalata del Nevegal, dove ha dimostrato una condizione mostruosa che gli permette quasi di giocare con gli avversari di turno.

È il Giro dei dubbi, il Giro dell’attesa per il risultato del processo al campione Spagnolo per il caso clembuterolo dello scorso Tour. Una corsa a tappe brutta nel suo significato, che obbliga i tifosi e gli appassionati ad attendere ancora qualche mese per sapere se Contador poteva correrlo questo Giro.
Una corsa strana. Fossi in gara non saprei cosa fare, se puntare al secondo posto e alla squalifica dello Spagnolo o se rispondere ai suoi attacchi e rischiare di saltare. Hanno provato a fare entrambe le cose sia Scarponi che Nibali, con risultati poco soddisfacenti.

Ma il cannibale dell’era moderna è veramente il più forte corridore degli ultimi dieci anni, superiore, secondo me, anche all’Armstrong che ha vinto sette Tour di fila. Con questo Giro è alla quinta vittoria consecutiva nelle grandi corse a tappe a cui ha partecipato.
Purtroppo la giustizia sportiva è lenta e poco convincente. È di ieri la notizia che l’appello per Contador è stato rimandato a Luglio, probabilmente dopo il Tour de France, permettendo di fatto allo Spagnolo di partecipare alla Grand Boucle e tentare di vincere i tre grandi giri nel solito anno.
Permettendo, di fatto, al campione Spagnolo di dissipare i dubbi sulla sua positività.
Si perché se l’anno scorso era dopato, con una quantità minima di clembuterolo trovata nel suo sangue e un Tour vinto di una trentina di secondi, e se quest’anno non viene trovato positivo, vincendo quindi regolarmente, come può essere squalificato un anno dopo andando più forte di quando dovrebbe essere colpevole?

L’UCI è troppo lenta nelle sue decisioni, aspetta troppo e di fatto sminuisce lo spettacolo che vediamo tutti i giorni. Perché la decisione di confermare la squalifica va presa in fretta, con cognizione di causa ma in fretta, non in più di un anno.
Ribadisco il concetto che adesso non solo è stupido squalificarlo, ma praticamente impossibile per quello che lui fa vedere.

Ma detto questo, e preso atto di ciò, rimangono nella mente gli scatti del campione Spagnolo, il suo modo di salire “ballando” sui pedali della sua bici, il suo modo di dominare gli avversari.

Da oggi poi rimarrà anche la sua signorilità. Nel finale della tappa stacca di nuovo tutti, riprende il suo ex gregario Paolo Tiralongo, uno che non ha mai vinto in 11 anni di carriera da gran gregario. Dopo aver dimostrato i essere il più forte incita il ciclista Italiano e corona il suo sogno lasciandolo vincere.
Un modo di chiudere i conti e pareggiare i favori che Tiralongo gli ha fatto nell’anno passato, un modo di mostrare la sua gratitudine, un modo di continuare quella tradizione che nel ciclismo ha fatto nascere il modo di dire “tappa a te e maglia a me”.

Contador è il dominatore del Giro, è il cannibale dei giorni nostri, è il più forte al Mondo, da oggi è anche un Signore, e la S maiuscola non è un caso.


Era da molto che non scrivevo su questo blog, e certamente non volevo farlo per un motivo del genere.

È cominciato il Giro d’Italia, e volevo scrivere della corsa, della caccia alla maglia Rosa, di Contador e Nibali e di molto altro.

Mi ritrovo invece a dover, per forza di cose, parlare d’altro. Non di sport, né di ciclismo, purtroppo.
Accade tutto a 25 km dall’arrivo della terza tappa. Wouter Weylandt durante la discesa del Passo del Bocco. Le immagini, che mostrano il medico del Giro impegnato nel massaggio cardiaco, lasciano da subito poco spazio all’immaginazione. Il ciclista belga verrà dichiarato morto dopo 40 minuti di massaggio cardiaco.

È difficile scrivere qualcosa su una tragedia del genere, forse non è neanche giusto scrivere e raccontare le dinamiche, tanto a cosa serve?
Solo che a me Weylandt piaceva, davvero. Non so perché ma da quando lo avevo visto vincere la tappa di Middelburg, durante il Giro dello scorso anno, facevo il tifo per lui.
È un po’ come quando scopri un nuovo sportivo che ti stupisce, quando non credevi che potesse vincere, quando sapevi a malapena che esisteva, e capisci, o credi, di aver visto qualcuno di forte, che di lì a poco crescerà e diventerà una stella del suo sport.

Pensare poi che è un ragazzo di appena due anni più di te, che sta facendo quello che ama, che sta correndo in bici come ha sempre sognato di fare, ti ferisce ancora di più. Soprattutto se adori lo sport e il ciclismo in particolare, soprattutto se aspetti la primavera per l’inizio dei grandi “Giri” ciclistici.

E vedere le immagini di lui a terra, subito dopo la caduta non migliora il tuo stato d’animo. Segui la tappa con disinteresse, svegliandoti quando parlano delle condizioni di chi lotta fra la vita e la morte.
In Rai sono tutti molto bravi, a partire da chi la tappa la commenta, o cerca di fare quello che può. Pancani e Cassani praticamente si affievoliscono, attendono solo notizie dal luogo dell’incidente, tutto perde di significato e tutti aspettano qualcosa di buono.
La corsa finisce, chi vince non conta. Si avverte che nell’aria c’è qualcosa di grave, non ci sono immagini e le notizie non sono confortanti. Il massaggio cardiaco continua, fai i conti e vedi che sono più di 15 minuti che tentano di rianimarlo. Poi Bulbarelli dice che il cuore batte ancora, e allora ci speri, allora credi che possa farcela.

Poco dopo comincia il “Processo alla tappa”. In studio è il silenzio che comanda. A parlare sono solo i collegamenti con gli inviati che portano poche novità e altro sconforto. Nessuno sa cosa dire, Stefania De Stefano ci mette la faccia, ma non sa bene cosa fare, ovviamente. Quello che però passa dalla televisione è l’estrema umanità i tutti i giornalisti Rai, l’estremo dolore di un team che soffre per quello che accade. La conduttrice prova più volte a fermare il programma, deve andare avanti e lo sa, ma è tremendamente difficile. Sentire la voce della De Stefano e di Pancani sull’orlo delle lacrime, vedere gli occhi gonfi di Bulbarelli e Martinello stupisce, con il secondo dei due che piange letteralmente.
E allora capisci che la notizia è arrivata. Ti accorgi che anche te sei lì lì per lasciarti andare. Perché l’empatia con il ciclismo te la porti dentro, perché sai cos’è la passione per uno sport, perché non sai neanche perché, è così e basta.
Chi conduce lascia le immagini in sottofondo, nessuno parla più perché nessuno ce la fa più a parlare.
Fino al collegamento con il medico della corsa che racconta l’accaduto, racconta i soccorsi e quello che hanno potuto fare. Fino a che non arrivano le parole che fanno più male.
“Abbiamo tentato di tutto, ma non c’è stato niente da fare”


Era da tanto che volevo tornare a parlare di ciclismo. Lo faccio in un momento in cui però, come al solito del resto, non è un bel momento. Lo faccio per un bisogno personale di dire certe cose, un bisogno personale di esprimere determinate cose, di dire la mia su alcuni argomenti.


Per prima cosa volevo parlare del Mondiale maschile. Lo so, è molto che è stato corso ma prima non ho potuto, o voluto scivere, il perché non lo so nemmeno io.
In molti hanno criticato la squadra Italiana, hanno detto gli errori e sottolineato i ritardi di condizione. Secondo me la cosa è molto diversa. Per ma Bettini ha fatto correre come doveva, soprattutto come sapeva.
La squadra ha attaccato, gli uomini erano giusti e la corsa è stata controllata. Si può discutere sulla mancanza di qualcuno, ma la realtà è una sola. Era un mondiale da Bettini e Pozzato, per quanto sia un gran corridore, non è come “il Grillo”. Le caratteristiche erano altre, e una corsa così lunga snatura molte cose. Così ti ritrovi con un gruppo compatto nel quale c’è anche Freire. Pensi che la corsa sia decisa, come altre tre volte è già accaduto. Poi spunta Hushovd.
E a me non dispiace. Il Norvegese è uno che in bici sa andare, e molto anche. Sa soffrire e vincere in più modi. Lo ha dimostrato anche in Australia. E se ci pensiamo bene ha vinto uno che va forte alla Roubaix, che viene fuori quando la fatica si fa sentire, mentre Pozzato aveva i crampi sul finale. Anche se ci può stare dopo tutti quei km. Per la verità lui, Pippo, ci ha provato, sfiorando il podio che sarebbe comunque voluto dire molto, ma è andata così.

Buono l’esordio di Bettini come CT, era un attaccante nato e ha fatto correre all’attacco. Peccato per il ricordo del Ballero.

Mi è piaciuti vedere Cadel Evans difendere la maglia fino alla fine, in un mondiale quasi impossibile per uno come lui, l’anno scorso sorprese tutti, quest’anno no.

 

Chiuso il discorso mondiale vorrei parlare del solito male del ciclismo. Sono settimane che si parla di Contador, della quantità irrisoria di clembuterolo trovata nel suo sangue dopo la giornata di riposo del Tour de France, del fatto che stia pensando al ritiro e di tutto il resto.
Torri ha detto, secondo me in maniera gravissima, che se non facesse male alla salute legalizzerebbe il doping, prima di aggiungere che tanto i corridori sono tutti dopati.

Va ricordato che Ettore Torri è presidente della procura antidoping italiana. Trovo gravissimo generalizzare su tutta la categoria, e ancor più grave pensare ad una legalizzazione delle sostanze proibite.
Il problema non sta nella salute, o meglio, non solo lì. Il punto, secondo me, è che il messaggio stesso di sport dice di vincere e partecipare con le proprie forze, di dare tutto se stessi, per prima cosa contro se stessi. Il punto è che se sapessi di vincere non con le mie forze, mi farebbe schifo. Si, so che così si fanno record e soldi, si raggiunge la fama ecc., ma il fatto è che il problema è culturale. Lo sport dovrebbe essere passione. Non si dovrebbe fare il calciatore per i soldi e per le veline, non fare il pilota per avere contratti da Schumacher o roba simile. Si dovrebbero seguire le proprie passioni. Sputare sangue in allenamento, che si tratti di salita in bici, di corsa in pista di atletica o di nuoto in vasca. Si dovrebbe lottare perché l’adrenalina che senti quando le gambe che hai tanto allenato girano, quando corri senza fatica e magari vinci sull’ultima porzione di pista disponibile, superando il tuo rivale più agguerrito, dovrebbe essere molto più bella di quella che ti da leggere il conto in banca.

Così niente doping o scorciatoie varie, così sarebbe cuore e basta. Poi il fattore economico ci sta ed è giusto che ci sia, ma sempre dietro ad una certa etica.
So che sono sogni da sportivo della domenica, da uno che nel suo piccolo cerca di allenarsi tutti i giorni sapendo che non potrà arrivare dove altri potranno, ma è così che la penso, e so che lo farei anche se fossi uno di quelli che vedi in televisione.

Dico questo perché così finisce lo sport, così finisce il ciclismo che tanto amo. Se pensiamo agli ultimi anni pochi sono rimasti quelli che, dopo aver vinto o esserci andati vicino, poi non sono stati beccati in fallo.
A partire da Di Luca, Riccò, Landis, Rassmussen, Valverde, Sella, Riis, Vinokourov, Basso, Rebellin e via discorrendo. Certo hanno pagato, chi più chi meno e sempre troppo poco per uno che vorrebbe la radiazione in questi casi.
Ma il problema è un altro.
Il problema è che segui una corsa di 21 giorni, ti appassioni, gioisci e ti emozioni. Poi finisce e devi aspettare tre mesi sperando che non ci siano dopati. E’ assurdo ma è così.

E allora ti trovi a pensare se valga sempre la pena vedere e seguire uno sport che è bellissimo, mostruosamente appassionante, ma che in fondo in fondo, forse, troppo marcio. E’ vero che controlli antidoping li fanno soprattutto ai ciclisti, ma è anche vero che ne trovano molti, troppi, colpevoli.

Spero, anche se non credo, che Contador risulti non colpevole, che questa storia doni un po’ di credibilità, anche se molto poca, ai corridori e al ciclismo in generale.
Perché così è devastante.

Se poi fai anche gli sconti di pena quando qualcuno collabora, neanche fosse un pentito mafioso, allora qualcosa che non va, francamente, credo proprio che ci sia, vero Danilo?

Che fosse forte era chiaro da tempo. Doveva crescere Vincenzo e dimostrare di essere un campione vero, di quelli che vincono e entusiasmano.
E per la verità lo era già diventato al Giro di pochi mesi fa, quando ripescato dal mare della sua Sicilia aveva dato prova di carattere, grinta, intelligenza tattica e lealtà verso i suoi compagni. Ma soprattutto classe, quella vera.

La stesa che lo ha portato a vincere la Vuelta di Spagna. Che lo ha portato a chiudere con la maglia rossa la corsa a tappe di Spagna. Era dal Tour diPantani che un Italiano non vinceva una grande corsa a tappe estera. Erano vent’anni che non vincevamo la corsa Spagnola.
Era da molto tempo che aspettavamo un fenomeno vero. Per dirla tutta ci sarebbe Riccò, e Basso, ma si sa cosa hanno combinato in carriera. Il regolamento è questo e loro, dopo aver pagato, sono “giustamente” tornati a correre. Spero solo che Vincenzo non faccia i soliti errori.

Il campione c’è, è indubbio ed è lampante il suo valore. Deve solo far vedere di poter vincere un Giro più importante, che sia la corsa Rosa o quella Gialla per l’anno prossimo non importa. Fra due anni deve essere Tour, quantomeno per quanto riguarda la preparazione. Il risultato poi si vedrà…

Purtroppo il successo arriva una settimana dopo l’incidente di Thomas Casarotto, i talento 19enne Vicentino che ha perso la vita per una caduta durante il Giro del Friuli. Purtroppo, dopo Casartelli e Andrei Kivilev si torna a morire in bicicletta, con la fatalità che di solito c’è in questi casi. Ma soprattutto con gli errori evidenti di chi ha fatto transitare un Suv in senso opposto alla corsa, di chi ha permesso che l’auto continuasse la sua corsa e di chi la guidava quella macchina. Sinceramente spero che paghino, e molto, perché questa è assurda. Anche se poi, a ben vedere, servirà a poco, il peggio è già successo.

Grande Vincenzo,
Ciao Thomas.

Contador fa il tris. Vince il suo terzo Tour consecutivo di quelli a cui ha preso parte.
Vince forse il suo miglior Tour.
L’anno scorso era decisamente più forte, era decisamente più in forma e decisamente il migliore del gruppo.
Quest’anno ha sofferto molto di più, consapevole dei propri limiti e della forza del suo avversario, quell’Andy Schleck che cresce sempre di più e che sarà il suo avversario per i prossimi anni, in barba all’amicizia e verso un dualismo che può dare molto a questo sport.


Contador ha vinto di 39″, in barba a chi dice che questo Tour era noioso, in barba a chi dice che era già deciso. Noiosa una corsa che termina all’ultima cronometro non può essere. Sarebe stato meglio vincere alla prima salita e poi basta? Non credo proprio. E’ che i due erano praticamente uguali, stessa forma e stessa forza in salita. niente di più e niente di meno. Quindi ha prevalso il tatticismo e la corsa giocata sui secondi e su pochi rischi.

Contador ha vinto di 39″, quelli del salto di catena.
Inizialmente non mi era piaciuto, poi, giorno per giorno, ho capito che non solo ci stava, ma che era anche giusto. Giusto perché Schleck era già stato aspettato quando Cancellara fermò il gruppo, decisione sacrosanta ma che comunque gli aveva evitato di perdere più di 3 minuti.
Giusto perché anche lui aveva attaccato lo Spagnolo quando la caduta del fratello Franck aveva spezzato il gruppo nella tappa del pavé.
Giusto perché Schleck aveva la maglia gialla, lui aveva attaccato, il pistolero Spagnolo ha risposto all’attacco. E poi l’errore è stato del Lussemburghese, che ha sbagliato a cambiare, mettendo la catena in obliquo e determinando il salto di catena. In fin dei conti se uno buca alla Roubaix nessuno lo aspetta. La corsa è corsa e gli errori si pagano. Sarebbe stato magari più signorile, ma il ciclismo è fatto di dualismi e di sfide a due.
Se perdiamo anche questo e tutti sono amici il gioco non funziona più. E allora, anche se di facciata hanno salvato l’immagine da amici, anche se poi, nelle successive tappe, non si sono di certo attaccati a vicenda a più non posso, alla fine l’antagonismo c’è, e andrà crescendo negli anni secondo me.
Così la gente si potrà schierare, fare per l’uno o per l’altro, come alla fine è giusto che sia.

Contador ha vinto da fenomeno in gara, da chi sa gestire tutto al meglio. A partire dal compagno di squadra Vinokourov per arrivare alla tappa decisiva in cui di certo non era nella sua miglior forma. Nella cronometro ha marcato Schleck per non rischiare, è andato con il ritmo del suo avversario per non andare fuori giri e finire la benzina nel finale. Alla fine però Andy è andato piano, molto piano, e correre sotto ritmo è dura. Si rischia poi di non riuscire a cambiare marcia quando si deve, e lo Spagnolo ha rischiato molto, moltissimo.
Alla fin però ha vinto, e che gli vuoi dire?
Lo accusano di non saper gestire la corsa, ma ha vinto una Vuelta di 46″, due Tour di 23″ e 39″, un giro d’Italia di 1’57” ma prima dell’ultima tappa ne aveva 4 di secondi di vantaggio. Non mi sembra uno che non si sa gestire. Mi sembra uno che parte sempre per vincere e il più delle volte lo fa.

Alla fine per me è stata una bella corsa, è stato un bel Tour, con una prima settimana bellissima, con cambi di maglie e sorprese. Con un’ultima settimana deludente sotto il piano della spettacolarità, ma alla fine si corre per vincere, non per lo spettacolo.


Il Tour delle lacrime, a partire da quelle di Cavendish, bellissime per il significato che avevano per il corridore inglese, tornato Cannonball dopo mille difficoltà.

Per arrivare a quelle di Cadel Evans, splendide per quello che significavano per lui. Un altro Tour perso, un altra grande corsa a tappe che non lo vedrà vincitore, con la maglia di Campione del Mondo addosso e un gomito fratturato che non gli ha impedito di portare la corsa a termine. Un carattere incredibile, una grinta assurda per chi, una volta nella vita, un grande giro se lo meriterebbe, davvero.


Sarà anche il Tour dell’addio del Re americano, le Roi Américain come lo chiamano in Francia. Sarà l’ultimo Tour di Lance Armstrong, la fine di un’era. La fine di chi ha vinto sette Tour e che lascia mostrando tutti i suoi limiti di 38enne. Il Tour di troppo per la sua carriera che alla fine non è poi così male, alla fine chiudere da comune mortale lo riappacifica con chi lo ha sempre visto non molto bene. Lo riavvicinano al pubblico Francese che non lo ha mai amato fino in fondo. Vuoi per il suo modo poco spettacolare di vincere, vuoi per il suo modo di interagire con i media, vuoi semplicemente perché simpatico non è. Comunque adesso lo è un po’ di più per loro. Adesso, appesa la bici al chiodo, dovrà rispondere ad accuse dalle quali sarà difficile difendersi. Staremo a vedere.


Menzione particolare per Alessandro Petacchi, che vince la seconda maglia verde Italiana al Tour, dopo l’unica affermazione del passato, quella di un certo Bitossi.
Sul traguardo di Parigi Ale-Jet fa ancora il suo, si prende l’ennesimo secondo posto dietro ad un cavendish mostruoso e va a vincere una maglia che non era così facile da portare a casa.
Il velocista italiano si riprende così da tutte le critiche passate, andando di volata ad affrontare quelle presenti, andando a difendersi da accuse che spero non siano fondate.

Per il resto…
Au revoir, à la prochaine fois…

E’ Mark Cavendish.
Arrivato al Tour come battibile, messo in difficoltà da un inizio di stagione tutt’altro che da uomo più veloce al Mondo, poche vittorie e niente di importante per uno che l’anno scorso aveva praticamente vinto tutto.
Va via dal Tour come il migliore dell’anno, quattro vittorie, quella di ieri da fenomeno puro, praticamente per distacco. Talmente superiore da potersi girare a guardare dietro cosa stanno facendo gli altri. Cannonball è tornato.

Se ne va da questo Tour con quattro successi e alcune lacrime. lacrime di gioia scese dai suoi occhi dopo la prima affermazione. Lacrime che hanno cancellato la fama di uno che sembra sempre scontroso e poco amichevole, freddo e che mira sempre e solo alla vittoria. Così non è e così ha dimostrato che non è, assieme alla sua classe che è indiscutibile.

Secondo di ieri un bel Petacchi, che si riprende la maglia verde su Hushovd e che ha buone probabilità di portarla a Parigi.

Oggi cronometro decisiva, anche se tutto sembra già deciso, poi Campi Elisi…

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