Sport Estremi


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17.27. Dopo ore di attesa parte il conto alla rovescia della missione Red Bull Stratos. Alcuni minuti e si comincia a vedere il pallone che si gonfia di elio, come ci hanno spiegato ormai da giorni.
Poi vedi il balloon, come lo chiamano là, nel New Mexico, che si alza verso il cielo, la gru che si sposta e piano piano lascia la capsula, dando il via all’ascesa di Felix Baumgartner.
Il suo sorriso si incrocia all’eco delle grida dalla sala di controllo, e ti emozioni come, ormai da tempo, sapevi che sarebbe successo.
Il momento più pericoloso era questo, quello senza margine d’errore, perché prima di 4.000 m non avrebbe potuto aprire il portello e tuffarsi.
Era un anno e mezzo che attendevi questo evento, da quando avevi letto della missione Red Bull, che cercava di superare il record di Joseph Kittinger del 1960. Da allora segui tutto, ti prepari al giorno del lancio e non vedi l’ora di osservare quello che per te potrebbe essere l’equivalente di ciò che fu l’allunaggio del 1969 per tuo padre.

Mentre Baumgartner sale e il pallone si espande per via della minore pressione hai tutto il tempo di pensare, di farti un’idea di quel che sarà, di cercare di comprendere come deve essere per lui lanciarsi da lassù, di come sarà la Terra da 36.000 m di altezza, di come si possa anche solo concepire una cosa del genere.
Allora rivaluti ancora di più l’altro fenomeno che è in video, se mai ce ne fosse bisogno. Quel Joseph Kittinger che nel 1960 si tuffò da 31.033 m con un pallone simile a quello del base jumper austriaco.

Poi ti concentri di nuovo sulla missione che stai per ammirare.

Alle 19:20 viene superata l’altezza massima raggiunta dal precedente record del ’60, e comprendi che qualcosa di grande sta per avvenire.

Alle 19:33 viene battuto il primo record: la più alta quota raggiunta da un uomo con un pallone aerostatico.
Vedi la Terra dalla telecamera e capisci chiaramente la sensazione della visione sferica che il paracadutista austriaco deve provare. Ti vengono i brividi a pensare a cosa sta passando per la sua testa, a pensare a cosa farà fra poco l’atleta dentro la capsula.

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L’ansia inizia a farsi strada fra i tuoi pensieri quando, dalle parole pronunciate dal team a terra, capisci che ci sono piccoli problemi alla visiera, ma niente sembra turbare Felix, incredibilmente.
La quota massima è raggiunta alle 19:41 ora italiana, ma il pallone permette ancora la salita. Fra poco si dovrà depressurizzare la capsula, ma incredibilmente si superano i 37.000 metri senza rallentare come tutti si aspettavano
La checklist con la sequenza delle procedure da seguire comincia alle 19:43. La tensione sale ancora pensando a ciò che stai per vedere, a ciò a cui stai per assistere.
Poi si sale fino a 39.980 metri e non capisci cosa succede, con l’astronauta Paolo Nespoli che parla di rischio scoppio e una valvola che dovrebbe far fuoriuscire elio dal pallone che non sembra funzionare. Ma improvvisamente vedi scendere la quota sul display del computer, e tutto sembra tornare normale.

Alle 19:52 Felix chiude la visiera scura del casco e avvia la procedura di depressurizzazione. La capsula, dopo essere scesa sotto quota 39.000 m torna a salire, quando ormai la depressurizzazione è quasi completa.

Da terra assicurano che la tuta è pressurizzata, tutto sembra a posto e continuano con le procedure.
Si oscilla nell’altezza fino a scendere un po’, ma ormai non fa più differenza, tutto è quasi pronto per aprire il portellone.

Alle 20:07 si apre il portellone con uno scatto deciso. Ti si congela il sangue anche se osservi tutto dal divano di casa.  La Terra sotto, il buio più completo sopra e la forma sferica del nostro pianeta chiara e distinguibile anche dalla telecamera.

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D’impulso ti diventa tutto chiaro. Le ragioni per cui ha deciso di saltare, la bellezza di ciò che sta per accadere, la poesia del gesto e la follia della mente. Ma sei felice di essere lì a vederlo, felice di aver seguito il base jumper austriaco da dieci anni a questa parte. Rivedendo le sue imprese passate: il lancio dalle Petronas Tower, il salto dal Cristo Redentore a Rio, l’attraversamento della Manica con una tuta alare in fibra di carbonio. Hai sempre pensato che fosse l’erede di uno dei tuoi eroi di quando eri bambino, quel Patrick De Gayardon che hai sempre ammirato.

Alle 20:09 Felix si lancia nel vuoto da 39.045 m.

Sul piccolo ballatoio della capsula, le sue parole sono incredibili:

“The whole world is watching me, is so high, and now I’ll jump.”

“Tutto il mondo mi sta guardando, è così alto, e ora mi butto.”

Poi il salto verso la Terra, così, come se fosse routine e non una cosa più grande di lui.

L’accelerazione, visualizzata sul display della TV è assurda, da fantascienza. Le casse trasmettono il respiro affannato di chi in quel momento sta volando, e la tensione ti esplode dentro.
In pochissimi secondi Felix raggiunge i 1.173 km/h del display.
Subito dopo, attraverso la telecamera ad infrarossi che lo segue dalla Terra, si vede l’alone della rottura del muro del suono che avvolge il suo corpo.
La velocità rallenta al contatto con l’atmosfera e con l’attrito che aumenta al diminuire delle rarefazione dell’aria.

Ma Felix comincia a roteare, in quello che in gergo è chiamato “vite piatta”. La paura di tutti, perché il rischio è di svenire e perdere il controllo, con tutti i problemi del caso, anche se il paracadute di emergenza si dovrebbe aprire da solo ad una certa quota da terra.
Il respiro nelle casse sparisce e il timore è che sia quasi impossibile riprendere il controllo, il timore è che qualcosa stia andando storto. In sottofondo non senti più le frasi sconnesse che fino a qualche attimo prima giungevano dal team Red Bull, e la paura aumenta.
Poi le rotazioni sembrano rallentare, le braccia ti sembrano più tese e presenti, e in pochi attimi il corpo in caduta libera si stabilizza.

Pochi attimi e senti la voce di Baumgartner, con le urla di soddisfazione e di sollievo che rispondono da terra. Capisci che è un mostro, che è andato vicino a perdere tutto, ma che adesso quel tutto è tornato al suo posto.

Ma c’è l’ultimo problema che incombe. Prima di raggiungere la quota massima, il casco dell’atleta austriaco segnalava problemi all’impianto di riscaldamento della visiera, problema non risolto prima del salto.
Felix non vede, come comunica via radio. Poi vedi aprire il paracadute, troppo presto rispetto alle procedure.
Il sospetto è che abbia anticipato i tempi, ma non si sa a che altitudine abbia aperto la vela che lo porterà dolcemente al suolo. Il pericolo è che sia molto in alto e che il freddo sia intenso o che l’ossigeno scarseggi in caso di discesa troppo lenta ad una quota in cui l’aria è ancora difficile da respirare. Alla comunicazione dei 4.000 di altezza, sembra andare tutto bene.

Alle 20:19 tocca terra, tutti applaudono e lui si inginocchia per esultare, e non solo.

Ha fatto una cosa incredibile, mostruosa.

Alle 20:23 arriva la conferma che la velocità del suono è stata superata, impresa pionieristica e assurda. Impresa.

La missione si è conclusa con successo battendo tre record: l’altezza massima raggiunta da un pallone aerostatico con equipaggio, l’altezza maggiore di un lancio da pallone aerostatico e la velocità massima raggiunta da un uomo in caduta libera. Il record di durata di una caduta libera è invece rimasto a Joe Kittinger che lo stava guidando da terra.

Inizialmente ti dispiace, perché dopo una cosa del genere vorresti che gli obiettivi fossero tutti raggiunti. Ma poi sei felice per Kittinger che, umile e gran signore, si è messo a disposizione di Baumgartner come mentore. Lo ha guidato da terra con la sua voce, ha pianto quando i giorni scorsi il lancio non andò a buon fine.
E capisci che tutto è giusto così.

Il giorno seguente è quello dedicato alle riflessioni, alle analisi su ciò che è stato.

Apri il sito della missione e rimani sbalordito leggendo queste parole:

“Austria’s Felix Baumgartner earned his place in the history books on Sunday Oct 14 after overcoming concerns with the power for his visor heater that impaired his vision and nearly jeopardized the mission.

Baumgartner reached an estimated speed of 1,342.8 km/h (Mach 1.24) jumping from the stratosphere, which when certified will make him the first man to break the speed of sound in freefall and set several other records, while delivering valuable data for future space exploration.”

“L’Austriaco Felix Baumgartner si è guadagnato il suo posto nei libri di storia Domenica 14 ottobre dopo aver superato i problemi con la potenza per il riscaldamento della visiera che ha compromesso la sua visuale e quasi messo a repentaglio la missione.


Baumgartner ha raggiunto una velocità stimata di 1,342.8 km / h (Mach 1.24) saltando dalla stratosfera, che una volta certificata farà di lui il primo uomo a infrangere la velocità del suono in caduta libera e registrare diversi altri primati, offrendo anche dati importanti per l’esplorazione futura dello spazio. “

Pochi centimetri più in basso leggi “Mission Complete”. Appena sotto tre parole tipicamente americane, che però ti danno un senso enorme di soddisfazione:

Well done Felix!

Ridi sommessamente pensando a quello che è stato, a quello che hai visto e a quello che ti rimarrà dentro.
E rimani di sasso quando leggi di nuovo che la velocità raggiunta è molto al di sopra di quanto hai letto il giorno precedente. 1342.8 km/h.
In realtà non ti viene molto da dire. È la sensazione che ti rimane dentro che ti lascia senza parole, consapevole della straordinarietà di ciò che Felix ha avuto il coraggio di tentare. I dati tecnici e statistici lasciano il tempo che trovano adesso, anche se in futuro saranno analizzati con lo scrupolo necessario in questi casi.

Il resto è storia, per quanto mi riguarda e per quello che sento io. Non importa se ci sarà chi crederà inutile l’impresa o se qualcuno non la reputerà degna di nota.

Tutto è stato tremendamente bello, lasciando emozioni che rimarranno.

Mi sento solo di ringraziare Felix Baumgarter per quello che ha regalato.

Tutto il Mondo ti stava guardando. Era così alto. Eppure hai saltato.

Well Done Felix!

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Dopo anni che ci provi penso sia bello farcela.
Anche se il più forte ha avuto problemi, anche se il posto non era quello di sempre. Il marchio era lo stesso, il rischio anche, e la vittoria è bella lo stesso.
Ed è la prima per Carlos Sainz, che riesce a vincere una Dakar, anche se nel Senegal non si arriva più, dopo anni di tentativi, incidenti e buone prove ma nessuna vittoria, se non quelle di tappa.
Strepitoso, almeno secondo me, Al-Attiyah, pilota e principe del Qatar che chiude secondo a poco più di due minuti dallo spagnolo, mettendolo in difficoltà e recuperando fino all’ultima tappa.

Bello deve essere però anche trionfare di nuovo dopo tre anni. Questo invece è Cyril Despres, ex compagno di Fabrizio Meoni. Nelle moto non c’è stata storia, fin dai primi problemi di Marc Coma si è capito che la Dakar era finita. Alla fine il vantaggio del francese è superiore all’ora, e io sono felice. Nessuno potrà sostituire Fabrizio, ma lui è quello che mi piace di più.

Citazione doverosa per Schultis, ritiratosi dopo l’incidente della prima tappa, costato la vita ad una spettatrice. Personalmente, almeno dagli articoli letti, mi sento di assolverlo. A quel che ho capito la donna era all’esterno della curva, proprio dove, in caso di perdita di controllo, vanno a finire i mezzi a quattro ruote.

Altra citazione più che doverosa per Luca Manca, autore di una grande Dakar finché è durata, e protagonista di una lenta ma per adesso buona guarigione dopo l’incidente che gli ha fatto rischiare di perdere la vita. Adesso tutto sembra andare meglio, speriamo continui tutto così. Ovviamente il mio augurio è quello di vederlo in sella al più presto, magari nella prossima Dakar. Auguri Luca.

P.S. quel “vecchietto” nella foto con Despres è il secondo nella generale, il Norvegese Ullevalseter, 42 anni suonati.

Manca si è svegliato, è notizia di due giorni fa ormai.

La cosa bella è che sembra recuperare addirittura meglio del previsto. Se subito dopo il risveglio sembrava aver riconosciuto il padre ma ancora era presto per valutare le conseguenze psicologiche, adesso sembra aver sorriso a madre, moglie e figlia. Il sondino che misurava la pressione endocranica è stato tolto, segno che l’edema cerebrale non desta più particolari preoccupazioni nei medici, che si dicono addirittura sorpresi dal recupero più veloce del previsto.

Domani saranno tolti i sedativi per permettere il totale recupero fisiologico.

Insomma, il eggio sembra passato.

Spero sia vero. Spero di rivederlo presto su una moto da enduro.

Dopo il 2005 speravo che non succedesse più, e invece ci risiamo.

Dopo Meoni speravo di non vedere più qualcuno lottare fra la vita e la morte per una caduta alla Dakar, e invece ci risiamo.

Come era accaduto anche nel 2006, 2007 e 2009, gli incidenti ci sono stati, quelle volte mortali, questa volta, per lo meno fra i piloti, no.
E’ mora una spettatrice alla prima tappa, al pronti via di Buenos Aires, poi, dopo dieci chilometi della 6° tappa.
Il pilota di Sassari sembvrerebbe aver preso in pieno una grossa buca, almeno secondo i piloti arrivati dietro di lui.
La caduta e la botta alla testa hanno fatto il resto. Le condizioni gravi, il ricovero a Santiago e loperazione alla testa per ridurre le conseguenze della caduta.
Ma questo era il bollettino poco dopo l’incidente.
Adesso è tutta un’ altra musica, Manca ha reagito bene ai farmaci, sta meglio e nelle prossime 24-36 ore si potrebbe risvegliare. I medici caleranno le dosi dei medicinali per permettere il risveglio e la respirazione autonoma.
Il problema allora sarà vedere le condizioni di salute reali, constatare se l’ematoma ha lasciato strascichi a livello cerebrale.
Vedere insomma se va tutto bene.

SInceramente spero proprio di si. Dopo Meoni la mia passione per la Dakar, solo come tifoso ovviamente, non era diminuita, anzi, semmai aumentata. Ma non avevo un personaggio capace di emozionarmi, e sicuramente mai ce ne sarà un altro come lui. Ma Manca è italiano, e iniziavo a conoscerlo sportivamente parlando.
Comunque al di là di questo l’importante è solo che stia bene, per il futuro si vedrà.

Come al solito ci sarà chi parlerà di chiudere una corsa assurda, chi dirà che i piloti se la cercano o chi inveirà semplicemente a caso. Fortunatamente c’è anche chi capisce il perché questa corsa viene fatta, chi capisce che è una sfida contro se stessi, chi capisce che chi parte è preparato a tutto, anche al peggio, che sa a cosa va incontro e proprio per questo ci va. Non si tira indietro. Per fortuna c’è chi capisce il fascino di tutto questo, il senso di tutto questo e il perché tutto questo non viene fermato.

Finisco con le parole del suo compagno di squadra, quel Marc Coma vincitore della scorsa edizione che quest’anno ha avuto svariati problemi. Il pilota spagnolo ricorda come Manca, pur meglio posizionato in classifica (e non di poco, Luca stava facendo un gran Rally…), si sia fermato per donargli la propria ruota, senza che arrivassero ordini dall’alto…
Per Coma, e credo sia proprio vero, questo è Luca Manca, sper solo che lo sia ancora.

marco galliano

La notizia è di quelle che ti sconvolgono. Si perché adesso le montagne sopra gli 8000 m non si scalano più, si scendono anche, e non più solo con gli sci, ma anche con la tavola.
E’ quello che ha fatto Marco Galliano, italiano che è riuscito nell’impresa di scendere dal Cho Oyu, montagna di 8201 m che è stata violata osì per la terza volta dallo snowboard alpinismo dopo la prima del mito francese Marco Siffredi, poi scomparso sull’Everest nel 2002.

E la cosa incredibile è che Marco ha fato tutto in stile alpinismo puro, cioè senza l’aiuto di bombole d’ossigeno e portandosi l’attrezzatura da solo fino alla vetta, addirittura montandosi la tenda ai vari campi base.
Si è aggregato alla spedizione organizzata da Mountain Kingdom, con la guida alpina Cesare Bianchi ed altri compagni di viaggio (senza snowboard) Annarosa Guzzetti, Paolo Colombini, Silvano Spinelli e Guido Spinelli.

Poi l’impresa, i 2500 metri che separano il campo base a 5700 metri dalla vetta a 8201 metri sono stati suddivisi da tre campi-tenda intermedi, a 6400, 7200 e 7400.
Prima riesce a superare la fascia gialla, un passaggio complesso a 50 gradi e ghiacciato, per poi fare uno stop al campo 2 a 7200 metri. Nella seconda parte della discesa, 1500 metri di dislivello fino al campo base, le cose si complicano. Il punto critico è il cosiddetto Ice Fall, che dovrebbe essere fatto legandosi a delle corde fisse, ma l’Italiano si sente sicuro e decide di provare senza.

Come lui stesso racconta a Eurosport: “Mi avevano detto che avrei dovuto legarmi alle corde fisse durante il passaggio dalla seraccata, ma mi sentivo sicuro ed ho preferito non farlo cercando di aggirare i pericoli maggiori. In una curva in backside, però, lo zaino da 35 kg ha avuto il sopravvento e mi ha fatto volare via. Sono rimbalzato per una ventina di metri ed ho perso un po’ di materiale, ma sono vivo e l’importante è solo questo. Me la sono vista veramente brutta.

Fantastico, assolutamente fantastico. Ma cosa passerà per la testa ad uno così? Sinceramente credo che vada oltre lo sport, che sia la continua ricerca dei propri limiti, il superamento delle proprie paure. Fantastico comunque, veramente fantastico.