La maratona femminile è la gara che apre i mondiali Koreani, quella che apre la giornata del trionfo Keniano. Tre medaglie per la nazione Africana, alle quali si aggiungeranno poche ore dopo le tre medaglie nei 10.000 femminili.

Il primo giorno di Daegu è di quelli che si possono definire storici per l’Africa. 6 medaglie su 6 al Kenia è roba assurda, roba da statistici che spulciano le passate edizioni per vedere se una giornata era mai andata ad appannaggio di una sola nazione.

Nella prova più lunga del mondiale a vincere è Edna Kiplagat (2h28:43) che precede le connazionali Priscah Jeptoo (2h29:00) e Sharon Cherop (2h29:14).
Senza storia già dal settimo km quando le prime tre scremano il gruppo e se ne vanno senza lasciare niente alle avversarie.

I 10.000 femminili sembrano la fotocopia della maratona, Keniane che fanno il ritmo e che dominano una finale senza storia. Alla fine saranno quattro atlete della stessa nazione a dominare la gara, con Vivian Cheruiyot che vince (30’48″98) davanti a Sally Kipyego (30’50″04) e Linet Masai (30’53’59), quarta Priscah Cherono.

Meseret Defar non regge il ritmo di testa fin da subito, lasciando alla connazionale Etiope Meselech Melkamu l’onere di fermare il dominio Keniano. Alla fine chiuderà quinta.

Niente più finali nella prima giornata ma belle gare e alcune sorprese. Prima su tutte l’eliminazione dell’Australiano Campione Mondiale e Olimpico di salto con l’Asta. Steven Hooker era arrivato in Korea in condizioni non perfette, se ne va subito con tre nulli a 5.50 m, lontanissimo dal suo livello e dalle sue possibilità. Finale che sembra adesso scontata con Lavillenie netto favorito.

Bene Vizzoni per in nostri colori. Il capitano della nostra nazionale raggiunge la finale del martello con un lancio non proprio esaltante dopo le misure lanciate quest’anno. Riesce comunque ad entrare nuovamente fra i primi 12 del mondo a 38 anni e all’ottavo mondiale.

Ma gli occhi di tutti erano puntati sui 100 metri maschili e ovviamente su Usain Bolt. Il Giamaicano ha trionfato in una batteria facile dimostrando però una condizione molto buona e capace di portarlo quantomeno a tentare di battere il suo record del mondo.
Bene, benissimo Lemaitre, che sembra avere una fase lanciata bellissima e che non sbaglia più un colpo. Belle anche le prove di Blake e Carter, compagni di squadra di Bolt e possibili medagliati per una tripletta Giamaica che sembra molto probabile.

Discorso diverso invece per quanto riguarda la seconda giornata i gare. Bolt è apparso sottotono, vincendo agevolmente la sua batteria, ma non dimostrando una brillantezza che lo possa far scendere sotto i 9″70, secondo me nemmeno sotto i 9″80. È vero che il Giamaicano si è un po’ tenuto coperto, ma è anche vero che in alcune fasi della gara ha spinto davvero. Il tempo finale di 10″05 no impressiona per come è arrivato. Faticherà più del previsto in una finale senza Gay e Powell che per la prima volta avrebbero potuto batterlo in un evento importante. Bene Lemaitre che svolge il suo compito e raggiunge al finale, anche lui impressionando meno di ieri. Chi invece piace molto è Blake, capace di correre in 9″95 con discreta facilità. Lotterà con Bolt per l’oro, anche se il primatista mondiale sembra avere pochi avversari nonostante la forma non all’altezza di due anni fa.

Bellissima prova per Kim Collins, capace di tornare in una finale mondiale a 35 anni suonati e dopo essere rientrato dal ritiro. L’atleta di Saint Kitts e Nevis, campione mondiale del 2003 è uno che sbaglia poche volte nel momento in cui non deve sbagliare, a anche a Daegu centra una finale che potrebbe anche dargli qualcosa di importante in caso di gara perfetta.

Delusione invece per la marcia maschile. Nella 20 km di stanotte a trionfare è stato il Russo Valeriy Borchin (1h19’56”) davanti al connazionale Kanaykin ed il colombiano Lopez, fuori dal podio l’altro favorito, il cinese Wang.
Protagonista il nostroGiorgio Rubino che se ne va dopo le prime battute insieme al giapponese Suzuki guadagnando un buon margine. L’azzurro però non ascolta il coach Damilano che gli consigliava di stare in gruppo ed evitare troppa visibilità e proposte di squalifica. Marcia davvero male e si ritrova con due proposte di squalifica a metà gara, da li la decisione di rallentare per farsi riprendere dal gruppo, ma è troppo tardi e a breve arriva la definitiva squalifica. È vero che se ne hai devi andare, che nel finale avrebbe avuto ben poche possibilità contro il russo vincitore, ma forse un po’ più di acume tattico era necessario.
Belle però le sue parole, almeno secondo me. Sentire uno sportivo quasi in lacrime per la delusione che si scusa con tutti (federazione, amici, parenti, allenatore) per come ha gareggiato non è roba da tutti i giorni. Bello soprattutto per uno che fatica tutto l’anno e che non vede quasi mai la sua famiglia per la scelta di allenarsi con il gruppo cinese, di cui fa parte anche Wang. Sentire poi che un atleta del gruppo attacca altri atleti ex dopati mi fa ancora più piacere. Non perché si deve accusare qualcuno, ma per il concetto espresso. Nelle dichiarazioni a caldo Rubino ha detto a chiare lettere che sperava nella vittoria dell’amico Wang, sperando nella sconfitta di Borchin, ex dopato rientrato dalla squalifica. Il concetto dell’Italiano è semplice. La Russia schiera tre atleti su quattro trovati posotivi in passato. Secondo lui (e anche secondo me), esiste solo la squalifica a vita. “Chi si droga fa male a se stesso, ed è sbagliato. Ma chi fa uso di sostanze dopanti fa male a se stesso e a chi lavora onestamente”. Queste le sue parole che condivido a pieno.

Personale delusione per Alex Schwazer, nono e soddisfatto del piazzamento in una gara non sua, ma ancora lontano dalla forma che un talento come lui può raggiungere.

Fra poco finale dei 100 m e e dei 10.000 m maschili, con un rientrante Bekele che vuole sorprendere.

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Provo a dare dei giudizi, i miei giudizi, a quello che è stato probabilmente il più bel Tour degli ultimi dieci anni.

Non sono mai stato un estimatore della Grand Boucle e delle sue salite. Certo, l’ho sempre seguita da appassionato di ciclismo, ma ho sempre preferito le erte del Giro alle rampe lunghe e regolari della corsa in Giallo. Quest’anno, però, il tracciato prevedeva più salite e meno cronometro, che storicamente decidono il Tour più dei tapponi alpini o pirenaici.
Le premesse c’erano tutte, da Contador, dominatore del Giro, che ovviamente avrebbe faticato di più dopo le fatiche in rosa, a Cunego quasi vincitore del Giro di Svizzera. Da Basso che aveva preparato la corsa Francese con meticolosità (salvo caduta che ha ritardato la sua preparazione di 10 giorni), a Evans, eterno secondo e alle ultime battute utili. Passando ovviamente per i fratelli Schleck: Frank, più grande e probabilmente meno talentuoso del giovane, che sulle strade di Francia ha raccolto molto e si è sempre difeso bene, l’altro, Andy, con un immenso talento ancora da dimostrare, voglioso di rivincite dopo due secondi posti consecutivi e dopo il Tour dell’anno passato, perso di trenta secondi da un Contador battibile come mai negli ultimi anni.

Tutto è stato avvincente fin da subito con cadute che hanno messo a dura prova il fenomeno Spagnolo nella prima settimana e ribaltamenti continui di classifica nelle ultime tappe.

Contador ha provato con le unghie e con i denti a riprendere quella maglia Gialla che sembrava persa dopo la seconda settimana, ma senza riuscirci. In sua difesa vanno ricordate le fatiche del Giro d’Italia, vinto da autentico dominatore, le cadute della prima settimana che gli hanno fatto perdere due minuti e il dolore al ginocchio relativo proprio alle botte prese nelle prime tappe.
Il ciclista più forte del momento ha provato comunque a ribaltare la corsa da campione, e ci era quasi riuscito con attacchi in salite che sembravano non poter fare la differenza e fughe in discesa d’altri tempi. Senza la crisi nella tappa del Galibier con arrivo a Serre-Chevalier avrebbe davvero potuto vincere. La tappa del numero di Andy Schleck per intendersi, in cui lo Spagnolo ha perso più di tre minuti dal Lussemburghese e un minuto e mezzo da Evans. Il giorno successivo ha regalato sprazzi di autentica follia, coraggio e talento sull’Alpe-d’Huez, per poi spegnersi negli ultimi chilometri e lasciare il passo all’amico Sanchez battuto dal talento francese Rolland.
Ci ha provato, ha fatto il possibile in una stagione che può anora dargli soddisfazione. Ha mostrato di saper perdere ma di non voler accettare la sconfitta fino all’ultimo metro disponibile, provandoci anche nell’ultima cronometro. Così deve correre un campione secondo me, così si da spettacolo e si possono vincere Giro e Tour nello stesso anno. Pazienza, sarò per un’altra volta…

Il discorso Schleck è molto diverso. Fino all’anno passato l’eterno piazzato era Evans, l’eterno secondo incapace di vincere e perseguitato dalla sfortuna. Adesso lo scettro di perdente rischia di prenderlo Andy Schleck, tre volte consecutive secondo al Tour dopo il secondo posto, allora a sorpresa data la giovane età, al Giro d’Italia 2007.
I fratelli Lussemburghesi, mai come quest’anno, avevano l’occasione di gestire la corsa e provare a dominare il Tour alleandosi, e invece hanno sbagliato tutte le tattiche possibili. Andy è sembrato meno in forma di Frank nelle prime due settimane. Sui pirenei correva in rimessa, aspettando il fratello e facendogli da gregario, cercando lui di spaccare il gruppo in vista di un attacco di Frank. Poi sulle Alpi la metamorfosi. Nella tappa del Galibier il gran numero di uno che talento ne ha da vendere. Fuga solitaria di 90 km e arrivo con vantaggio di più di 2′ su Cadel Evans e Voeckler, più di 3′ su Contador. Sull’Alpe-d’Huez si prende la maglia, convinto di difenderla il giorno successivo a crono. Alla fine prenderà 1’30” da un Evans scatenato, dovendosi accontentare di un secondo posto che ormai gli va stretto.
Il mio parere è che ancora sia troppo spocchioso e presuntuoso per vincere un Tour con l’umiltà del campione. Senza cronometro vai da poche parti, soprattutto se perdi un Tour come quello di quest’anno, disegnato per gli scalatori come forse in Francia non faranno più. Soprattutto se stai lì a tentennare, aspettando un fratello che non è alla tua altezza e non capendo le mosse giuste da fare in corsa, come allearsi con il Contador in fuga sull’Alpe-d’Huez e dare la mazzata finale all’Australiano, come lasciare il fratello o farlo partire prima nella stessa tappa, in modo da costringere il gruppo o ad andarlo a prendere o a perdere il Tour a favore di Frank. Insomma, ancora Andy è acerbo, il problema è che ha già molti secondi posti sulle spalle e gli anni cominciano ad essere 26…sarebbe l’ora di darsi una mossa anzichè fare proclami pre cronometro tipo: “io questa maglia la porto a Parigi a costo di spaccare la bici”…io comincerei a prendere il martello…

È stato il Tour di Voeckler, arcigno e duro fino alla fine. Il francese ha provato a sorprendere tutti vincendo, non ci è riuscito, ma ha lottato e sofferto fino all’ultima tappa. Il querto posto finale è comunque un risultato enorme per uno che era entrato nei 20 in un grande giro solo una volta, per uno che era abituato ad azzeccare la fuga giusta e riprovarci comunque il giorno successivo, per uno che è un gran bel corridore da corse di un giorno, ma niente di più di un buon ciclista per quel che riguarda le corse a tappe. SI è trovato in una situazione più grande di lui e ha lottato con energie e forze ce lui stesso non sapeva di avere. Un gran bel Tour che ha canalizzato praticamente tutte le prime pagine dei giornali Francesi per almeno due settimane.

È stato un Tour bellissimo, con il tre cambi di maglia negli ultimi tre giorni (mai successo nella storia), con le fughe di Hushovd e di Boasson-Hagen, con le volate di Cavendish e la dedica di Farrar e Weylandt. È stato il Tour di Hoogerland, steso assieme a Flecha dalla macchina della Tv Francese e arrivato a Parigi con più di 30 punti di sutura nelle gambe. È stato il Tour della rinascita di Cunego e della delusione di Basso. È stato il Tour più bello che abbia visto, che mi ha entusiasmato come non credevo potesse fare.

Ma è stato soprattutto il Tour di Cadel Evans, il corridore che più meritava una grande affermazione in una gara a tappe nell’intero circus del ciclismo. Simbolo di correttezza e di cuore enorme fin dal 2002, dove, nell’ascesa di Folgaria e con la maglia Rosa sulle spalle, fu protagonista di una delle crisi più grosse che abbia mai visto. Arrivò con un quarto d’ora di ritardo, ma arrivò. Quelle immagini raccontano tutto del gentiluomo Australiano. Un corridore mai domo che ha raccolto una serie di sfortune incredibili negli anni. Dalla febbre durante il Giro dello scorso anno, al braccio rotto al Tour dello scorso anno. L’emblema del lottatore che ci prova sempre, ma che per un motivo o per un altro, per malasorte o per un giorno di crisi, alla fine perde sempre. L’immagine del corridore pulito che arriva in fondo dando tutto quello che ha, sfinito e perdente. Ai Mondiali di due anni fa qualcosa cambiò sul traguardo di Mendrisio Cadel arrivò per primo, e si rese conto, forse per la prima volta in vita sua, che il dottor Sassi aveva ragione a credere in lui, che lui era un vincente. L’anno passato si prese la maglia Gialla nella tappa in cui cadde e si ruppe un gomito, per poi perderla il giorno successivo, in lacrime per il dolore. Santambrogio, suo compagno di squadra e gregario dichiarò che per uno così avrebbe dato anche la vita.

Per questo ho sempre fatto per Cadel Evans, per questo ho gioito come non mi capitava da quando Pantani dominava sulle salite del Giro e del Tour. Per questo credo che Cadel se lo sia meritato a pieno. Ha vinto un Tour da protagonista, recuperando avversari in fuga da solo, come da solo ha sempre lottato fino alla fine. Per una volta è stato lui a giungere primo a Parigi. E poco importa se ha 34 anni, se sarà l’unico Tour che vincerà, se da qui in avanti al sua parabola sarà discendente. Da adesso è uno che ce l’ha fatta, e io sono tremendamente felice per lui. Vederlo in lacrime che non riesce a staccarsi dalle mani il leoncino Giallo simbolo del primato è il coronamento di una carriera e l’immagine che più lo rappresenta, incredulo di fronte alla più bella impresa della sua vita.

Era l’ora Cadel, ora goditela…

Il Giro d’Italia era deciso da tempo. Dalla tappa dell’Etna si era capito che il più forte era lui. Quell’Alberto Contador capace di staccare gli avversari dovunque. Come la strada si inerpica in salita lui comincia con la sua danza e nessuno può resistere.

Ha fatto paura in tutte le tappe in cui ha staccato gli avversari, atterrendoli e annichilendoli con la sua cadenza incredibile. Ha impressionato sullo Zoncolan, sul Gardeccia, ma soprattutto sul Grossglockner e nella cronoscalata del Nevegal, dove ha dimostrato una condizione mostruosa che gli permette quasi di giocare con gli avversari di turno.

È il Giro dei dubbi, il Giro dell’attesa per il risultato del processo al campione Spagnolo per il caso clembuterolo dello scorso Tour. Una corsa a tappe brutta nel suo significato, che obbliga i tifosi e gli appassionati ad attendere ancora qualche mese per sapere se Contador poteva correrlo questo Giro.
Una corsa strana. Fossi in gara non saprei cosa fare, se puntare al secondo posto e alla squalifica dello Spagnolo o se rispondere ai suoi attacchi e rischiare di saltare. Hanno provato a fare entrambe le cose sia Scarponi che Nibali, con risultati poco soddisfacenti.

Ma il cannibale dell’era moderna è veramente il più forte corridore degli ultimi dieci anni, superiore, secondo me, anche all’Armstrong che ha vinto sette Tour di fila. Con questo Giro è alla quinta vittoria consecutiva nelle grandi corse a tappe a cui ha partecipato.
Purtroppo la giustizia sportiva è lenta e poco convincente. È di ieri la notizia che l’appello per Contador è stato rimandato a Luglio, probabilmente dopo il Tour de France, permettendo di fatto allo Spagnolo di partecipare alla Grand Boucle e tentare di vincere i tre grandi giri nel solito anno.
Permettendo, di fatto, al campione Spagnolo di dissipare i dubbi sulla sua positività.
Si perché se l’anno scorso era dopato, con una quantità minima di clembuterolo trovata nel suo sangue e un Tour vinto di una trentina di secondi, e se quest’anno non viene trovato positivo, vincendo quindi regolarmente, come può essere squalificato un anno dopo andando più forte di quando dovrebbe essere colpevole?

L’UCI è troppo lenta nelle sue decisioni, aspetta troppo e di fatto sminuisce lo spettacolo che vediamo tutti i giorni. Perché la decisione di confermare la squalifica va presa in fretta, con cognizione di causa ma in fretta, non in più di un anno.
Ribadisco il concetto che adesso non solo è stupido squalificarlo, ma praticamente impossibile per quello che lui fa vedere.

Ma detto questo, e preso atto di ciò, rimangono nella mente gli scatti del campione Spagnolo, il suo modo di salire “ballando” sui pedali della sua bici, il suo modo di dominare gli avversari.

Da oggi poi rimarrà anche la sua signorilità. Nel finale della tappa stacca di nuovo tutti, riprende il suo ex gregario Paolo Tiralongo, uno che non ha mai vinto in 11 anni di carriera da gran gregario. Dopo aver dimostrato i essere il più forte incita il ciclista Italiano e corona il suo sogno lasciandolo vincere.
Un modo di chiudere i conti e pareggiare i favori che Tiralongo gli ha fatto nell’anno passato, un modo di mostrare la sua gratitudine, un modo di continuare quella tradizione che nel ciclismo ha fatto nascere il modo di dire “tappa a te e maglia a me”.

Contador è il dominatore del Giro, è il cannibale dei giorni nostri, è il più forte al Mondo, da oggi è anche un Signore, e la S maiuscola non è un caso.


Era da molto che non scrivevo su questo blog, e certamente non volevo farlo per un motivo del genere.

È cominciato il Giro d’Italia, e volevo scrivere della corsa, della caccia alla maglia Rosa, di Contador e Nibali e di molto altro.

Mi ritrovo invece a dover, per forza di cose, parlare d’altro. Non di sport, né di ciclismo, purtroppo.
Accade tutto a 25 km dall’arrivo della terza tappa. Wouter Weylandt durante la discesa del Passo del Bocco. Le immagini, che mostrano il medico del Giro impegnato nel massaggio cardiaco, lasciano da subito poco spazio all’immaginazione. Il ciclista belga verrà dichiarato morto dopo 40 minuti di massaggio cardiaco.

È difficile scrivere qualcosa su una tragedia del genere, forse non è neanche giusto scrivere e raccontare le dinamiche, tanto a cosa serve?
Solo che a me Weylandt piaceva, davvero. Non so perché ma da quando lo avevo visto vincere la tappa di Middelburg, durante il Giro dello scorso anno, facevo il tifo per lui.
È un po’ come quando scopri un nuovo sportivo che ti stupisce, quando non credevi che potesse vincere, quando sapevi a malapena che esisteva, e capisci, o credi, di aver visto qualcuno di forte, che di lì a poco crescerà e diventerà una stella del suo sport.

Pensare poi che è un ragazzo di appena due anni più di te, che sta facendo quello che ama, che sta correndo in bici come ha sempre sognato di fare, ti ferisce ancora di più. Soprattutto se adori lo sport e il ciclismo in particolare, soprattutto se aspetti la primavera per l’inizio dei grandi “Giri” ciclistici.

E vedere le immagini di lui a terra, subito dopo la caduta non migliora il tuo stato d’animo. Segui la tappa con disinteresse, svegliandoti quando parlano delle condizioni di chi lotta fra la vita e la morte.
In Rai sono tutti molto bravi, a partire da chi la tappa la commenta, o cerca di fare quello che può. Pancani e Cassani praticamente si affievoliscono, attendono solo notizie dal luogo dell’incidente, tutto perde di significato e tutti aspettano qualcosa di buono.
La corsa finisce, chi vince non conta. Si avverte che nell’aria c’è qualcosa di grave, non ci sono immagini e le notizie non sono confortanti. Il massaggio cardiaco continua, fai i conti e vedi che sono più di 15 minuti che tentano di rianimarlo. Poi Bulbarelli dice che il cuore batte ancora, e allora ci speri, allora credi che possa farcela.

Poco dopo comincia il “Processo alla tappa”. In studio è il silenzio che comanda. A parlare sono solo i collegamenti con gli inviati che portano poche novità e altro sconforto. Nessuno sa cosa dire, Stefania De Stefano ci mette la faccia, ma non sa bene cosa fare, ovviamente. Quello che però passa dalla televisione è l’estrema umanità i tutti i giornalisti Rai, l’estremo dolore di un team che soffre per quello che accade. La conduttrice prova più volte a fermare il programma, deve andare avanti e lo sa, ma è tremendamente difficile. Sentire la voce della De Stefano e di Pancani sull’orlo delle lacrime, vedere gli occhi gonfi di Bulbarelli e Martinello stupisce, con il secondo dei due che piange letteralmente.
E allora capisci che la notizia è arrivata. Ti accorgi che anche te sei lì lì per lasciarti andare. Perché l’empatia con il ciclismo te la porti dentro, perché sai cos’è la passione per uno sport, perché non sai neanche perché, è così e basta.
Chi conduce lascia le immagini in sottofondo, nessuno parla più perché nessuno ce la fa più a parlare.
Fino al collegamento con il medico della corsa che racconta l’accaduto, racconta i soccorsi e quello che hanno potuto fare. Fino a che non arrivano le parole che fanno più male.
“Abbiamo tentato di tutto, ma non c’è stato niente da fare”


Erano undici anni che aspettavo questo momento.
Vedere l’Italia che batte la Francia nel Sei Nazioni è una di quelle cose che possono cambiare la storia di una squadra.
Quando undici anni fa vincemmo, a Grenoble e contro una Francia che ci snobbava, andammo a bussare direttamente alla porta d’ingresso del Sei Nazioni.
E dopo un decennio le cose non erano cambiate.
Noi avevmo vinto solo contro la Scozia e Galles – poche volte per la verità – e i galletti ci snobbavano ancora, sempre convinti di essere la squadra che al mondiale casalingo del 2007 avevano battuto la Nuova Zelanda. Sempre convinti che il rugby champagne fosse solo loro. La solita vecchia storia Francese in cui loro, comunque vadano le cose, sono meglio di noi.

E allora mi piace per una volta vedere che così non è, che per una volta siamo stai noi a giocare meglio. Se leggi le formazioni la Francia fa paura – quasi a chiunque – noi un po’ meno. Loro sono una squadra capace di vincere con chiunque, noi no.

Ma sabato scorso qualcosa è cambiato.
L’Italia ha domato la Francia, e lo ha fatto con una partita da grande squadra. Per la prima volta abbiamo giocato da grande squadra, consapevole di poter vincere con chiunque. Per la prima volta contro una squadra più forte di noi, siamo entrati in campo per vincere e non per difenderci e limitare i danni, non per fare bella figura.

E’ questo che mi piace di Mallett, il temperamento e la mentalità da sud del mondo, da emisfero Australe, dove il rugby si vive all’attacco e solo per vincere.
Il lavoro del coah sudafricano va avanti da quattro anni. Un lavoro difficile quello di far crescere l’Italia rugbystica, con un buon movimento in crescita alle spalle ma lontana anni luce dalle potenze mondiali.

In un Sei Nazioni cominciato bene per il gioco, male per il risultato, ci siamo ritrovati ancora una volta a lottare per non portare a casa il cucchiaio di legno, a cercare di non perderle tutte.
Sembrava il torneo degli incompiuti. Tralasciando la partita al Twickenham abbiamo giocato bene e no abbiamo raccolto niente. Sfiorando la vittoria, o meglio buttandola via, nelle sfide contro Irlanda e Galles.
Adesso tutto è cambiato. La partita contro i cugini ci da qualcosa che no avevamo mai provato nel torneo europeo. La vittoria contro i galletti ci da forza e convinzione. Ci da la suggestiva possibilità di tornare a due vittorie vncendo oggi contro la Scozia. Ci da la consapevolezza di poter vincere con chiunque, perché se loro lo possono fare, adesso anche noi lo posssiamo fare.

Soprattutto per il modo in cui abbiamo trovato la vittoria. Una prima linea tornata fra le migliori d’Europa. Molte touche conquistate. Soprattutto una difesa che sale ad affrontare l’avversario, che lo fa arretrare quando dovrebbe avanzae. Un sostegno sempre presente in attacco. una meta veloce, con un gioco largo e in corsa, non arrivata dallo sfondamento centrale, della linea avversaria. Il solito, vecchio dritto per dritto, per capirci.
Una meta da rugby australe, quel rugby champagne che fino a sabato era dei Francesi e che, per una volta, è anche nostro.
E un calciatore che è stato decisivo, grazie al lavoro di Mirco che è migliorato molto. Non sarà Wilkinson ma è affidabile e ci può portare quei punti che in altre occasioni ci sono mancati.
Ma la squadra è migliorata in tutte le zone del campo. Abbiamo trovato un mediano di mischia che tira fuori la palla bene velocemente, quel Semenzato candidato a miglior giocatore del torneo. Abbiamo un mediano di mischia come Burton che ha nelle corde dei buoni calci di spostamento e un buon gioco alla mano. Una seconda linea di livelli altissimi e con più di un ricambio. Insomma è tutto il pacchetto che ha cambiato marcia.

E allora grazie Nick, per tutto il lavoro che hai fatto.
Grazie per l’urlo che mi hai fatto fare nonostante abbia visto la partita in differita e con il commento – dire che non mi piace è limitativo – di LA7.
Grazie per la sofferenza degli ultimi minuti. Grazie per le lacrime dopo le vittorie. Grazie per il gioco che hai cercato sempre di raggiungere.
Grazie per tutto, anche per non aver polemizzato sulle notizie che ti davano lontano da noi l’anno prossimo. Quelle voci che volevano un altro allenatore alla guida della nostra nazionale addirittura dopo questo Sei Nazioni in caso di fallimento.
Grazie per il 22-21 finale, un solo punto di vantaggio
che aumenta a dismisura il mio tasso di godimento…

Adesso provate a sostituirlo, se vi riesce e se lo ritenete giusto…

 

Il Sei Nazioni va avanti, noi no. La sconfitta contro l’Inghilterra è stata di quelle che fanno male. Non si può dire che nn me lo aspettassi. Dopo la sconfitta contro i verdi d’Irlanda pensavo di trovare una squadra giù di corda e di morale, e così è stato. Speravo però che una reazione ci fosse, quantomeno nel primo tempo. Speravo che reggessimo un po’, e invece niente.

Abbiamo sofferto dall’inizio alla fine, in tutte le zone del campo, specialmente in touche, dove sembravamo dei principianti totali. Non si possono perdere 8 rimesse su nove contro la squadra Inglese, no si possono perdere con nessuno in realtà. Non siamo mai riusciti a fare un attacco decente, non avevamo una piattaforma di partenza e non abbiamo giocato a rugby, mai.
Sembravamo la squadra di dieci anni fa.

Unica nota decente l’esordio di Semenzato, che non ha giocato poi così male, per lo meno si è difeso, anche se a me non ha fatto impazzire. Va detto però che esordire al Twickenham no è facile, soprattutto per chi deve dettare il gioco.
Alla fine il risultato è di quelli che annichiliscono, un 59-13 che ti lascia troppi interrogativi ai quali non solo non riesci a rispondere, ma ai quali non puoi rispondere. Devi solo lasciare perdere tutto, credere ed essere convinto di essere la squadra che ha quasi battuto l’Irlanda, e andare aventi. Considerare la disfatta come una parentesi negativa e basta, in cui niente ti è riuscito e quello che poteva andare storto lo ha fatto.

Adesso ci sono i dragoni Gallesi, ancora arrabbiati per la sconfitta all’esordio contro gli Inglesi e rinfrancati per la bella vittoria contro gli Scozzesi. Adesso ci sono quei Gallesi che devono dimostrare di essere tornati a livelli di qualche anno fa, livelli che, secondo me, non hanno ripreso con continuità. Alternano grandi prestazioni ad altre più anonime. Starà a noi renderli sterili, soprattutto attaccabili. Se gli lasci il gioco sei finito, se li attacchi diventa possibile.

Negli altri campi intanto sorprende la Francia, capace di vincere soffrendo con la Scozia e di dimostrare la sua forza contro l’Irlanda, battuta per 25-22 a Dublino.

Ci sono delle volte in cui vincere ti cambia, e molto. Delle volte in cui non conta solo giocare bene o andarci vicino. Delle volte in cui sfiori la svolta ma non ci arrivi.
Sabato scorso è stata una di quelle volte.
L’Italia ha domato l’Irlanda, e l’ha fatto, davvero. La partita che ti aspetti da tre o quattro anni era là sotto gli occhi di tutti.
Abbiamo lottato, con la tattica giusta. Abbiamo retto i verdi di Dublino sotto l’aspetto tattico, sotto quello fisico e mentale. Abbiamo preso le nostre touche e vinto le mischie che dovevamo. Persino recuperato ad un errore che in altre circostanze ci avrebbe distrutto la partita. Parlo della meta concessa ai nostri avversari. Un posizionamento errato della nostra difesa lascia spazio al solito O’Driscoll che ci punisce.
Noi reagiamo, recuperiamo e andiamo in vantaggio a 4 minuti dalla fine. A quel punto dovevamo solo prendere la rimessa in gioco avversaria e reggere. Reggere di forza, di cuore, di testa, in tutti i modi ma reggere. E invece perdiamo subito la palla, diamo troppo spazio a quell’O’Gara che ci punisce in tutti gli incontri e gli lasciamo fare il drop che ci riporta indietro di due punti, nonostante fossimo in superiorità di un uomo.

A quel punto c’è poco da fare, se non cercare un fallo che ci permetta di battere un piazzato vincente. SPrechiamo tutto con un drop improbabile di Orquera, che prima del calcio sapevamo già non poter riuscire. Perché lui non è O’Gara – e non me ne voglia – ed era troppo lontano dai pali. Finisce 13-11 per loro.

Perdiamo, con onore ma perdiamo.
Accarezziamo il sogno ma perdiamo.

Diciamo addio a quell’inizio di Sei Nazioni che dobbiamo fare se vogliamo sperare in una svolta. Adesso ci aspetta l’Inghilterra al Twickenham. Probabilmente ne usciremo con le ossa rotte. Potevamo andare a Londra senza l’affanno di dover dimostrare ancora qualcosa, con due punti in tasca contro una delle avversarie più forti al mondo. Potevamo toglierci il fantasma dell’Irlanda che ritroveremo al mondiale. Potevamo andarci con il morale alle stelle consapevoli di poterci vincere. Adesso ci andiamo impauriti di perdere, consapevoli che se torniamo a mani vuote siamo di nuovo con l’acqua alla gola, con la paura di quel cucchiaio di legno che ogni anno ci troviamo a dover scongiurare, a dover schivare.
Potevamo fare di più e, secondo me, dovevamo.

Non è una critica assoluta, l’Italia mi è piaciuta e so che hanno fatto una partita come forse non abbiamo mai visto, ma gli episodi e nostro favore c’erano. Loro non avevano chiuso il match quando potevano ed avevano preso un giallo in un momento chiave. Ne dovevamo approfittare e basta, in qualunque modo. Non lo abbiamo fatto e basta. L’amaro in bocca è ancora più forte.

Spero che non sia così, spero che i ragazzi di Mallett vadano a giocare contro quelli di Sua Maestà consapevoli di poter vincere, lo hanno abbiamo dimostrato, ora devono farlo.