Provo a dare dei giudizi, i miei giudizi, a quello che è stato probabilmente il più bel Tour degli ultimi dieci anni.

Non sono mai stato un estimatore della Grand Boucle e delle sue salite. Certo, l’ho sempre seguita da appassionato di ciclismo, ma ho sempre preferito le erte del Giro alle rampe lunghe e regolari della corsa in Giallo. Quest’anno, però, il tracciato prevedeva più salite e meno cronometro, che storicamente decidono il Tour più dei tapponi alpini o pirenaici.
Le premesse c’erano tutte, da Contador, dominatore del Giro, che ovviamente avrebbe faticato di più dopo le fatiche in rosa, a Cunego quasi vincitore del Giro di Svizzera. Da Basso che aveva preparato la corsa Francese con meticolosità (salvo caduta che ha ritardato la sua preparazione di 10 giorni), a Evans, eterno secondo e alle ultime battute utili. Passando ovviamente per i fratelli Schleck: Frank, più grande e probabilmente meno talentuoso del giovane, che sulle strade di Francia ha raccolto molto e si è sempre difeso bene, l’altro, Andy, con un immenso talento ancora da dimostrare, voglioso di rivincite dopo due secondi posti consecutivi e dopo il Tour dell’anno passato, perso di trenta secondi da un Contador battibile come mai negli ultimi anni.

Tutto è stato avvincente fin da subito con cadute che hanno messo a dura prova il fenomeno Spagnolo nella prima settimana e ribaltamenti continui di classifica nelle ultime tappe.

Contador ha provato con le unghie e con i denti a riprendere quella maglia Gialla che sembrava persa dopo la seconda settimana, ma senza riuscirci. In sua difesa vanno ricordate le fatiche del Giro d’Italia, vinto da autentico dominatore, le cadute della prima settimana che gli hanno fatto perdere due minuti e il dolore al ginocchio relativo proprio alle botte prese nelle prime tappe.
Il ciclista più forte del momento ha provato comunque a ribaltare la corsa da campione, e ci era quasi riuscito con attacchi in salite che sembravano non poter fare la differenza e fughe in discesa d’altri tempi. Senza la crisi nella tappa del Galibier con arrivo a Serre-Chevalier avrebbe davvero potuto vincere. La tappa del numero di Andy Schleck per intendersi, in cui lo Spagnolo ha perso più di tre minuti dal Lussemburghese e un minuto e mezzo da Evans. Il giorno successivo ha regalato sprazzi di autentica follia, coraggio e talento sull’Alpe-d’Huez, per poi spegnersi negli ultimi chilometri e lasciare il passo all’amico Sanchez battuto dal talento francese Rolland.
Ci ha provato, ha fatto il possibile in una stagione che può anora dargli soddisfazione. Ha mostrato di saper perdere ma di non voler accettare la sconfitta fino all’ultimo metro disponibile, provandoci anche nell’ultima cronometro. Così deve correre un campione secondo me, così si da spettacolo e si possono vincere Giro e Tour nello stesso anno. Pazienza, sarò per un’altra volta…

Il discorso Schleck è molto diverso. Fino all’anno passato l’eterno piazzato era Evans, l’eterno secondo incapace di vincere e perseguitato dalla sfortuna. Adesso lo scettro di perdente rischia di prenderlo Andy Schleck, tre volte consecutive secondo al Tour dopo il secondo posto, allora a sorpresa data la giovane età, al Giro d’Italia 2007.
I fratelli Lussemburghesi, mai come quest’anno, avevano l’occasione di gestire la corsa e provare a dominare il Tour alleandosi, e invece hanno sbagliato tutte le tattiche possibili. Andy è sembrato meno in forma di Frank nelle prime due settimane. Sui pirenei correva in rimessa, aspettando il fratello e facendogli da gregario, cercando lui di spaccare il gruppo in vista di un attacco di Frank. Poi sulle Alpi la metamorfosi. Nella tappa del Galibier il gran numero di uno che talento ne ha da vendere. Fuga solitaria di 90 km e arrivo con vantaggio di più di 2′ su Cadel Evans e Voeckler, più di 3′ su Contador. Sull’Alpe-d’Huez si prende la maglia, convinto di difenderla il giorno successivo a crono. Alla fine prenderà 1’30” da un Evans scatenato, dovendosi accontentare di un secondo posto che ormai gli va stretto.
Il mio parere è che ancora sia troppo spocchioso e presuntuoso per vincere un Tour con l’umiltà del campione. Senza cronometro vai da poche parti, soprattutto se perdi un Tour come quello di quest’anno, disegnato per gli scalatori come forse in Francia non faranno più. Soprattutto se stai lì a tentennare, aspettando un fratello che non è alla tua altezza e non capendo le mosse giuste da fare in corsa, come allearsi con il Contador in fuga sull’Alpe-d’Huez e dare la mazzata finale all’Australiano, come lasciare il fratello o farlo partire prima nella stessa tappa, in modo da costringere il gruppo o ad andarlo a prendere o a perdere il Tour a favore di Frank. Insomma, ancora Andy è acerbo, il problema è che ha già molti secondi posti sulle spalle e gli anni cominciano ad essere 26…sarebbe l’ora di darsi una mossa anzichè fare proclami pre cronometro tipo: “io questa maglia la porto a Parigi a costo di spaccare la bici”…io comincerei a prendere il martello…

È stato il Tour di Voeckler, arcigno e duro fino alla fine. Il francese ha provato a sorprendere tutti vincendo, non ci è riuscito, ma ha lottato e sofferto fino all’ultima tappa. Il querto posto finale è comunque un risultato enorme per uno che era entrato nei 20 in un grande giro solo una volta, per uno che era abituato ad azzeccare la fuga giusta e riprovarci comunque il giorno successivo, per uno che è un gran bel corridore da corse di un giorno, ma niente di più di un buon ciclista per quel che riguarda le corse a tappe. SI è trovato in una situazione più grande di lui e ha lottato con energie e forze ce lui stesso non sapeva di avere. Un gran bel Tour che ha canalizzato praticamente tutte le prime pagine dei giornali Francesi per almeno due settimane.

È stato un Tour bellissimo, con il tre cambi di maglia negli ultimi tre giorni (mai successo nella storia), con le fughe di Hushovd e di Boasson-Hagen, con le volate di Cavendish e la dedica di Farrar e Weylandt. È stato il Tour di Hoogerland, steso assieme a Flecha dalla macchina della Tv Francese e arrivato a Parigi con più di 30 punti di sutura nelle gambe. È stato il Tour della rinascita di Cunego e della delusione di Basso. È stato il Tour più bello che abbia visto, che mi ha entusiasmato come non credevo potesse fare.

Ma è stato soprattutto il Tour di Cadel Evans, il corridore che più meritava una grande affermazione in una gara a tappe nell’intero circus del ciclismo. Simbolo di correttezza e di cuore enorme fin dal 2002, dove, nell’ascesa di Folgaria e con la maglia Rosa sulle spalle, fu protagonista di una delle crisi più grosse che abbia mai visto. Arrivò con un quarto d’ora di ritardo, ma arrivò. Quelle immagini raccontano tutto del gentiluomo Australiano. Un corridore mai domo che ha raccolto una serie di sfortune incredibili negli anni. Dalla febbre durante il Giro dello scorso anno, al braccio rotto al Tour dello scorso anno. L’emblema del lottatore che ci prova sempre, ma che per un motivo o per un altro, per malasorte o per un giorno di crisi, alla fine perde sempre. L’immagine del corridore pulito che arriva in fondo dando tutto quello che ha, sfinito e perdente. Ai Mondiali di due anni fa qualcosa cambiò sul traguardo di Mendrisio Cadel arrivò per primo, e si rese conto, forse per la prima volta in vita sua, che il dottor Sassi aveva ragione a credere in lui, che lui era un vincente. L’anno passato si prese la maglia Gialla nella tappa in cui cadde e si ruppe un gomito, per poi perderla il giorno successivo, in lacrime per il dolore. Santambrogio, suo compagno di squadra e gregario dichiarò che per uno così avrebbe dato anche la vita.

Per questo ho sempre fatto per Cadel Evans, per questo ho gioito come non mi capitava da quando Pantani dominava sulle salite del Giro e del Tour. Per questo credo che Cadel se lo sia meritato a pieno. Ha vinto un Tour da protagonista, recuperando avversari in fuga da solo, come da solo ha sempre lottato fino alla fine. Per una volta è stato lui a giungere primo a Parigi. E poco importa se ha 34 anni, se sarà l’unico Tour che vincerà, se da qui in avanti al sua parabola sarà discendente. Da adesso è uno che ce l’ha fatta, e io sono tremendamente felice per lui. Vederlo in lacrime che non riesce a staccarsi dalle mani il leoncino Giallo simbolo del primato è il coronamento di una carriera e l’immagine che più lo rappresenta, incredulo di fronte alla più bella impresa della sua vita.

Era l’ora Cadel, ora goditela…

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Partiamo dai sogni. Quelli di Andy Schleck, che ormai sembra l’unico indiziato in grado di poter battere uno come Contador, come lui diceva da tempo peraltro.
Sono almeno sue anni che il lussemburghese dichiara di poter battere lo spagnolo, l’extraterrestre che sembra praticamente imbattibile.
E invece, finalmente, qualcuno dimostra che ci si può fare. Anche se con una classe infinita, con una voglia di vincere enorme e con una sfrontatezza molto grande. Senza nessuna paura per quello che è un grande avversario, ai limiti dell’irriverenza, cercando di batterlo dove lui è il più forte, in salita.
Il problema per il più giovane dei due fratelli Schleck sarà la crono del penultimo giorno. 52 km contro il tempo in cui prenderà almeno 2 minuti dallo spagnolo, che quindi resta ancora favorito.


I sogni però sono sogni, e intanto la maglia gialla è sulle spalle di Andy. Dopo una bella lotta con lo spagnolo, in cui si sono attaccati senza starsi a guardare, in cui non si sono risparmiati, salvo poi non farsi troppo male e andare di comune accordo. Le prossime sfide saranno belle, molto belle.

Il bello di ieri però è stato altro. E qui parliamo di eroi, se vogliamo esagerare nei termini, ma neanche poi tanto.
Sembrava la botta classica di chi non riesce a recuperare dopo le fatiche del Giro e della prima settimana del Tour. Sembrava la classica giornata no di un campione che, prima o poi, ha sempre avuto una giornata nera dei grandi giri.
Sembrava l’ennesima botta del perdente di classe, quello che piace tanto al pubblico ma che, alla fine della carriera, verrò ricordato come l’eterno secondo.
E forse sarà anche così, ma Cadel Evans del secondo ha niente o anche meno.

Primo perché lotta sempre, non molla mai e alla fine, se cede, è solo perché non può fare altrimenti.
Lo ha fatto sempre in carriera, dimostrando di saper essere un signore, prima che un corridore fenomenale. Qualcosa sembrava essersi sbloccata con la vittoria mondiale dello scoro anno. Invece ancora una volta la sfortuna è contro di lui. Prima la bronchite al Giro che lo ha estromesso dalla lotta per la rosa. Bronchite che comunque lui non ha comunicato a nessuno, continuando a lottare in gruppo mollando solo all’ultimo. Raggiungendo il quinto posto finale e mollando per ultimo il ritmo infernale di Basso sullo Zoncolan, quando aveva la febbre a 38.

E ieri ha fatto di più. E’ partito con una frattura al gomito, di quelle che fanno male. Era dovuta alla caduta di domenica, quando era finito a terra ed era stato comunicato che non c’erano fratture.
Cadel è stato zitto, non ha detto niente nemmeno ai compagni di squadra ed è partito come tutte le mattine, addirittura posando con la maglia gialla di fronte ai fotografi prima di partire per la tappa, come quasi nessun corridore fa.
Non curandosi dei problemi che sicuramente avrebbe avuto, non pensando al dolore e cercando di resistere comunque. Perché l’occasione era quella della vita, “perché quando sei in maglia gialla ci devi essere, non importa in che condizioni”, come lui stesso ha detto dopo.

Sul Col de la Colombière è andato in crisi a 9 km dalla vetta, perdendo un minuto al chilometro e ricordando la crisi del Giro del 2002. Poi ha scollinato ed ha tirato comunque, fino alla fine, fino al traguardo, recuperando e perdendo poco più di sette minuti.
Bellissimo vedere il campione del mondo, ormai uscito di classifica, tirare e soffrire fino in fondo, per poi venire a sapere, dopo alcune ore, che aveva il gomito fratturato.

E bellissime sono state le sue lacrime sul traguardo come a dire che il sogno è finito di nuovo, come a soffrire non solo fisicamente ma mentalmente, un dolore enorme per la sconfitta subita, dopo una fatica psicologica che pochi avrebbero fatto. Se ci pensiamo bene uno come Armstrong si era praticamente fermato nella tappa storta dei giorni scorsi.
Cadel ha lottato fino alla fine ed è caduto. E’ uscito di classifica ma lottando fino all’ultimo metro.
E allora vedendo le lacrime che escono dai suoi occhi fa male anche a te che le guardi. Vedere un professionista che dieci minuti dopo la fine della tappa ha gli occhi gonfi per le lacrime ti ferisce un po’ anche a te che guardi da casa.

E il giorno dopo, quando leggi le parole del suo compagno di squadra Santambrogio – “Per uno così daresti anche la vita!” – sei ancora più fiero di tifare per lui. E ti dispiace ancora di più che uno così non riesca a vincere e realizzare il sogno per cui è una vita che lavora.

Avrà ancora altri 2-3 anni a questi livelli. Sastre ce l’ha fatta, speriamo che anche Cadel ci riesca. Più di lui non se lo merita nessuno…

Il Tour è andato avanti fra cadute sotto la pioggia e olio di moto finite a terra, bellissime immagini di Cancellara – allora in maglia gialla – che ferma il gruppo per attendere gli attardati, fra il giorno in cui lo svizzero attacca tutti sul pavé assieme a Andy Schleck, di cose se ne sono viste molte.

Le più belle sono di ieri. Finalmente primo arrivo in salita e finalmente le carte si scoprono. I più forti sono due, Contador e Schleck, unico in grado di staccare il pistolero spagnolo da tre anni a questa parte. Lo stacca sulla salita finale con uno scatto che sembrava del bagaglio tecnico più dello spagnolo che del Lussemburghese. Le parti invertite però sono belle da vedere e per una volta quello che considero il più forte corridore al mondo, si vede staccato dal più giovane dei due fratelli terribili che tiene fede alle dichiarazioni di inizio Tour – “Contador è battibile” ripetuto più volte – e prova a battere il due volte vincitore del Tour.

In maglia gialla è andato Cadel Evans, il campione del mondo Australiano che cerca per una volta di vincere una grande corsa come si merita, anche se battere la stanchezza del Giro sarà quasi impossibile.

Ma la notizia di giornata è quella della fine di un’era, dell’Era con la E maiuscola, la fine dell’era Armstrong.
A 39 anni il Texano non è più quello degli anni vincenti.
Con l’età sulle spalle e le preoccupazioni dovute alle indagini sulle dichiarazioni di Landis e al processo mediatico che ne è scaturito, l’ex re di Francia abdica, e anche in malo modo.
Prima cade ad una rotonda quasi da solo, poi rimane agganciato alla bici di un corridore finito a terra quando stava cercando di recuperare e l’ finisce tutto. Lì capisce che non è giornata, che è la fine di un sogno e della sua Era, la fine della carriera. Subito si ipotizza il suo ritiro. Non è stato così e magari l’Americano cercherà di onorare il Tour e la corsa che gli ha dato tanto, poi passerà a difendersi dalle accuse, che sono troppe per non lasciare troppi dubbi a tutti.

L’orgoglio di Lance ha giocato un bruto scherzo al campione americano. Gli ha fatto credere di poter tornare e vincere ancora, e a dir la verità l’anno scorso aveva stupito, con un buon Giro e un Tour da terzo posto dopo tre anni di stop.

Ma ieri c’è stata la caduta del Re, e il botto si è sentito.