Provo a dare dei giudizi, i miei giudizi, a quello che è stato probabilmente il più bel Tour degli ultimi dieci anni.

Non sono mai stato un estimatore della Grand Boucle e delle sue salite. Certo, l’ho sempre seguita da appassionato di ciclismo, ma ho sempre preferito le erte del Giro alle rampe lunghe e regolari della corsa in Giallo. Quest’anno, però, il tracciato prevedeva più salite e meno cronometro, che storicamente decidono il Tour più dei tapponi alpini o pirenaici.
Le premesse c’erano tutte, da Contador, dominatore del Giro, che ovviamente avrebbe faticato di più dopo le fatiche in rosa, a Cunego quasi vincitore del Giro di Svizzera. Da Basso che aveva preparato la corsa Francese con meticolosità (salvo caduta che ha ritardato la sua preparazione di 10 giorni), a Evans, eterno secondo e alle ultime battute utili. Passando ovviamente per i fratelli Schleck: Frank, più grande e probabilmente meno talentuoso del giovane, che sulle strade di Francia ha raccolto molto e si è sempre difeso bene, l’altro, Andy, con un immenso talento ancora da dimostrare, voglioso di rivincite dopo due secondi posti consecutivi e dopo il Tour dell’anno passato, perso di trenta secondi da un Contador battibile come mai negli ultimi anni.

Tutto è stato avvincente fin da subito con cadute che hanno messo a dura prova il fenomeno Spagnolo nella prima settimana e ribaltamenti continui di classifica nelle ultime tappe.

Contador ha provato con le unghie e con i denti a riprendere quella maglia Gialla che sembrava persa dopo la seconda settimana, ma senza riuscirci. In sua difesa vanno ricordate le fatiche del Giro d’Italia, vinto da autentico dominatore, le cadute della prima settimana che gli hanno fatto perdere due minuti e il dolore al ginocchio relativo proprio alle botte prese nelle prime tappe.
Il ciclista più forte del momento ha provato comunque a ribaltare la corsa da campione, e ci era quasi riuscito con attacchi in salite che sembravano non poter fare la differenza e fughe in discesa d’altri tempi. Senza la crisi nella tappa del Galibier con arrivo a Serre-Chevalier avrebbe davvero potuto vincere. La tappa del numero di Andy Schleck per intendersi, in cui lo Spagnolo ha perso più di tre minuti dal Lussemburghese e un minuto e mezzo da Evans. Il giorno successivo ha regalato sprazzi di autentica follia, coraggio e talento sull’Alpe-d’Huez, per poi spegnersi negli ultimi chilometri e lasciare il passo all’amico Sanchez battuto dal talento francese Rolland.
Ci ha provato, ha fatto il possibile in una stagione che può anora dargli soddisfazione. Ha mostrato di saper perdere ma di non voler accettare la sconfitta fino all’ultimo metro disponibile, provandoci anche nell’ultima cronometro. Così deve correre un campione secondo me, così si da spettacolo e si possono vincere Giro e Tour nello stesso anno. Pazienza, sarò per un’altra volta…

Il discorso Schleck è molto diverso. Fino all’anno passato l’eterno piazzato era Evans, l’eterno secondo incapace di vincere e perseguitato dalla sfortuna. Adesso lo scettro di perdente rischia di prenderlo Andy Schleck, tre volte consecutive secondo al Tour dopo il secondo posto, allora a sorpresa data la giovane età, al Giro d’Italia 2007.
I fratelli Lussemburghesi, mai come quest’anno, avevano l’occasione di gestire la corsa e provare a dominare il Tour alleandosi, e invece hanno sbagliato tutte le tattiche possibili. Andy è sembrato meno in forma di Frank nelle prime due settimane. Sui pirenei correva in rimessa, aspettando il fratello e facendogli da gregario, cercando lui di spaccare il gruppo in vista di un attacco di Frank. Poi sulle Alpi la metamorfosi. Nella tappa del Galibier il gran numero di uno che talento ne ha da vendere. Fuga solitaria di 90 km e arrivo con vantaggio di più di 2′ su Cadel Evans e Voeckler, più di 3′ su Contador. Sull’Alpe-d’Huez si prende la maglia, convinto di difenderla il giorno successivo a crono. Alla fine prenderà 1’30” da un Evans scatenato, dovendosi accontentare di un secondo posto che ormai gli va stretto.
Il mio parere è che ancora sia troppo spocchioso e presuntuoso per vincere un Tour con l’umiltà del campione. Senza cronometro vai da poche parti, soprattutto se perdi un Tour come quello di quest’anno, disegnato per gli scalatori come forse in Francia non faranno più. Soprattutto se stai lì a tentennare, aspettando un fratello che non è alla tua altezza e non capendo le mosse giuste da fare in corsa, come allearsi con il Contador in fuga sull’Alpe-d’Huez e dare la mazzata finale all’Australiano, come lasciare il fratello o farlo partire prima nella stessa tappa, in modo da costringere il gruppo o ad andarlo a prendere o a perdere il Tour a favore di Frank. Insomma, ancora Andy è acerbo, il problema è che ha già molti secondi posti sulle spalle e gli anni cominciano ad essere 26…sarebbe l’ora di darsi una mossa anzichè fare proclami pre cronometro tipo: “io questa maglia la porto a Parigi a costo di spaccare la bici”…io comincerei a prendere il martello…

È stato il Tour di Voeckler, arcigno e duro fino alla fine. Il francese ha provato a sorprendere tutti vincendo, non ci è riuscito, ma ha lottato e sofferto fino all’ultima tappa. Il querto posto finale è comunque un risultato enorme per uno che era entrato nei 20 in un grande giro solo una volta, per uno che era abituato ad azzeccare la fuga giusta e riprovarci comunque il giorno successivo, per uno che è un gran bel corridore da corse di un giorno, ma niente di più di un buon ciclista per quel che riguarda le corse a tappe. SI è trovato in una situazione più grande di lui e ha lottato con energie e forze ce lui stesso non sapeva di avere. Un gran bel Tour che ha canalizzato praticamente tutte le prime pagine dei giornali Francesi per almeno due settimane.

È stato un Tour bellissimo, con il tre cambi di maglia negli ultimi tre giorni (mai successo nella storia), con le fughe di Hushovd e di Boasson-Hagen, con le volate di Cavendish e la dedica di Farrar e Weylandt. È stato il Tour di Hoogerland, steso assieme a Flecha dalla macchina della Tv Francese e arrivato a Parigi con più di 30 punti di sutura nelle gambe. È stato il Tour della rinascita di Cunego e della delusione di Basso. È stato il Tour più bello che abbia visto, che mi ha entusiasmato come non credevo potesse fare.

Ma è stato soprattutto il Tour di Cadel Evans, il corridore che più meritava una grande affermazione in una gara a tappe nell’intero circus del ciclismo. Simbolo di correttezza e di cuore enorme fin dal 2002, dove, nell’ascesa di Folgaria e con la maglia Rosa sulle spalle, fu protagonista di una delle crisi più grosse che abbia mai visto. Arrivò con un quarto d’ora di ritardo, ma arrivò. Quelle immagini raccontano tutto del gentiluomo Australiano. Un corridore mai domo che ha raccolto una serie di sfortune incredibili negli anni. Dalla febbre durante il Giro dello scorso anno, al braccio rotto al Tour dello scorso anno. L’emblema del lottatore che ci prova sempre, ma che per un motivo o per un altro, per malasorte o per un giorno di crisi, alla fine perde sempre. L’immagine del corridore pulito che arriva in fondo dando tutto quello che ha, sfinito e perdente. Ai Mondiali di due anni fa qualcosa cambiò sul traguardo di Mendrisio Cadel arrivò per primo, e si rese conto, forse per la prima volta in vita sua, che il dottor Sassi aveva ragione a credere in lui, che lui era un vincente. L’anno passato si prese la maglia Gialla nella tappa in cui cadde e si ruppe un gomito, per poi perderla il giorno successivo, in lacrime per il dolore. Santambrogio, suo compagno di squadra e gregario dichiarò che per uno così avrebbe dato anche la vita.

Per questo ho sempre fatto per Cadel Evans, per questo ho gioito come non mi capitava da quando Pantani dominava sulle salite del Giro e del Tour. Per questo credo che Cadel se lo sia meritato a pieno. Ha vinto un Tour da protagonista, recuperando avversari in fuga da solo, come da solo ha sempre lottato fino alla fine. Per una volta è stato lui a giungere primo a Parigi. E poco importa se ha 34 anni, se sarà l’unico Tour che vincerà, se da qui in avanti al sua parabola sarà discendente. Da adesso è uno che ce l’ha fatta, e io sono tremendamente felice per lui. Vederlo in lacrime che non riesce a staccarsi dalle mani il leoncino Giallo simbolo del primato è il coronamento di una carriera e l’immagine che più lo rappresenta, incredulo di fronte alla più bella impresa della sua vita.

Era l’ora Cadel, ora goditela…

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Partiamo dai sogni. Quelli di Andy Schleck, che ormai sembra l’unico indiziato in grado di poter battere uno come Contador, come lui diceva da tempo peraltro.
Sono almeno sue anni che il lussemburghese dichiara di poter battere lo spagnolo, l’extraterrestre che sembra praticamente imbattibile.
E invece, finalmente, qualcuno dimostra che ci si può fare. Anche se con una classe infinita, con una voglia di vincere enorme e con una sfrontatezza molto grande. Senza nessuna paura per quello che è un grande avversario, ai limiti dell’irriverenza, cercando di batterlo dove lui è il più forte, in salita.
Il problema per il più giovane dei due fratelli Schleck sarà la crono del penultimo giorno. 52 km contro il tempo in cui prenderà almeno 2 minuti dallo spagnolo, che quindi resta ancora favorito.


I sogni però sono sogni, e intanto la maglia gialla è sulle spalle di Andy. Dopo una bella lotta con lo spagnolo, in cui si sono attaccati senza starsi a guardare, in cui non si sono risparmiati, salvo poi non farsi troppo male e andare di comune accordo. Le prossime sfide saranno belle, molto belle.

Il bello di ieri però è stato altro. E qui parliamo di eroi, se vogliamo esagerare nei termini, ma neanche poi tanto.
Sembrava la botta classica di chi non riesce a recuperare dopo le fatiche del Giro e della prima settimana del Tour. Sembrava la classica giornata no di un campione che, prima o poi, ha sempre avuto una giornata nera dei grandi giri.
Sembrava l’ennesima botta del perdente di classe, quello che piace tanto al pubblico ma che, alla fine della carriera, verrò ricordato come l’eterno secondo.
E forse sarà anche così, ma Cadel Evans del secondo ha niente o anche meno.

Primo perché lotta sempre, non molla mai e alla fine, se cede, è solo perché non può fare altrimenti.
Lo ha fatto sempre in carriera, dimostrando di saper essere un signore, prima che un corridore fenomenale. Qualcosa sembrava essersi sbloccata con la vittoria mondiale dello scoro anno. Invece ancora una volta la sfortuna è contro di lui. Prima la bronchite al Giro che lo ha estromesso dalla lotta per la rosa. Bronchite che comunque lui non ha comunicato a nessuno, continuando a lottare in gruppo mollando solo all’ultimo. Raggiungendo il quinto posto finale e mollando per ultimo il ritmo infernale di Basso sullo Zoncolan, quando aveva la febbre a 38.

E ieri ha fatto di più. E’ partito con una frattura al gomito, di quelle che fanno male. Era dovuta alla caduta di domenica, quando era finito a terra ed era stato comunicato che non c’erano fratture.
Cadel è stato zitto, non ha detto niente nemmeno ai compagni di squadra ed è partito come tutte le mattine, addirittura posando con la maglia gialla di fronte ai fotografi prima di partire per la tappa, come quasi nessun corridore fa.
Non curandosi dei problemi che sicuramente avrebbe avuto, non pensando al dolore e cercando di resistere comunque. Perché l’occasione era quella della vita, “perché quando sei in maglia gialla ci devi essere, non importa in che condizioni”, come lui stesso ha detto dopo.

Sul Col de la Colombière è andato in crisi a 9 km dalla vetta, perdendo un minuto al chilometro e ricordando la crisi del Giro del 2002. Poi ha scollinato ed ha tirato comunque, fino alla fine, fino al traguardo, recuperando e perdendo poco più di sette minuti.
Bellissimo vedere il campione del mondo, ormai uscito di classifica, tirare e soffrire fino in fondo, per poi venire a sapere, dopo alcune ore, che aveva il gomito fratturato.

E bellissime sono state le sue lacrime sul traguardo come a dire che il sogno è finito di nuovo, come a soffrire non solo fisicamente ma mentalmente, un dolore enorme per la sconfitta subita, dopo una fatica psicologica che pochi avrebbero fatto. Se ci pensiamo bene uno come Armstrong si era praticamente fermato nella tappa storta dei giorni scorsi.
Cadel ha lottato fino alla fine ed è caduto. E’ uscito di classifica ma lottando fino all’ultimo metro.
E allora vedendo le lacrime che escono dai suoi occhi fa male anche a te che le guardi. Vedere un professionista che dieci minuti dopo la fine della tappa ha gli occhi gonfi per le lacrime ti ferisce un po’ anche a te che guardi da casa.

E il giorno dopo, quando leggi le parole del suo compagno di squadra Santambrogio – “Per uno così daresti anche la vita!” – sei ancora più fiero di tifare per lui. E ti dispiace ancora di più che uno così non riesca a vincere e realizzare il sogno per cui è una vita che lavora.

Avrà ancora altri 2-3 anni a questi livelli. Sastre ce l’ha fatta, speriamo che anche Cadel ci riesca. Più di lui non se lo merita nessuno…

Il Tour è andato avanti fra cadute sotto la pioggia e olio di moto finite a terra, bellissime immagini di Cancellara – allora in maglia gialla – che ferma il gruppo per attendere gli attardati, fra il giorno in cui lo svizzero attacca tutti sul pavé assieme a Andy Schleck, di cose se ne sono viste molte.

Le più belle sono di ieri. Finalmente primo arrivo in salita e finalmente le carte si scoprono. I più forti sono due, Contador e Schleck, unico in grado di staccare il pistolero spagnolo da tre anni a questa parte. Lo stacca sulla salita finale con uno scatto che sembrava del bagaglio tecnico più dello spagnolo che del Lussemburghese. Le parti invertite però sono belle da vedere e per una volta quello che considero il più forte corridore al mondo, si vede staccato dal più giovane dei due fratelli terribili che tiene fede alle dichiarazioni di inizio Tour – “Contador è battibile” ripetuto più volte – e prova a battere il due volte vincitore del Tour.

In maglia gialla è andato Cadel Evans, il campione del mondo Australiano che cerca per una volta di vincere una grande corsa come si merita, anche se battere la stanchezza del Giro sarà quasi impossibile.

Ma la notizia di giornata è quella della fine di un’era, dell’Era con la E maiuscola, la fine dell’era Armstrong.
A 39 anni il Texano non è più quello degli anni vincenti.
Con l’età sulle spalle e le preoccupazioni dovute alle indagini sulle dichiarazioni di Landis e al processo mediatico che ne è scaturito, l’ex re di Francia abdica, e anche in malo modo.
Prima cade ad una rotonda quasi da solo, poi rimane agganciato alla bici di un corridore finito a terra quando stava cercando di recuperare e l’ finisce tutto. Lì capisce che non è giornata, che è la fine di un sogno e della sua Era, la fine della carriera. Subito si ipotizza il suo ritiro. Non è stato così e magari l’Americano cercherà di onorare il Tour e la corsa che gli ha dato tanto, poi passerà a difendersi dalle accuse, che sono troppe per non lasciare troppi dubbi a tutti.

L’orgoglio di Lance ha giocato un bruto scherzo al campione americano. Gli ha fatto credere di poter tornare e vincere ancora, e a dir la verità l’anno scorso aveva stupito, con un buon Giro e un Tour da terzo posto dopo tre anni di stop.

Ma ieri c’è stata la caduta del Re, e il botto si è sentito.

E’ stata la giornata dei delusi quella di ieri.
Sastre, Vinokourov, Evans, tutti pretendenti alla rosa e con ben poche cose da dire, qualche parola l’hanno trovata lo stesso.

Sono scappati dalla mattina i primi due, con una fuga che non poteva andare da nessuna parte, ma che proprio per questo significava più di tante parole e tanti proclami.
Significava che campioni oro lo sono per davvero. Era come dire si, ci hanno battuto, ma hanno battuto qualcuno come noi, difficile da battere.
E questo ha dato ancora più valore a quell’Ivan Basso che questo Giro se lo sta portando a casa.

Ma è stata anche la giornata di Gilberto Simoni, anche lui in fuga dalla mattina, anche lui protagonista di una bellissima fuga. All’ultima gara in linea della sua strepitosa carriera, a 38 anni suonati, l’obiettivo era quello di passare per l’ultima volta primo del gruppo sulla cima Coppi dell’ultimo suo Giro.
Per uno che è passato primo sull’Angliru e due volte sullo Zoncolan, per uno che ha vinto due Giri, era un bel modo di andarsene, di lasciare quel gruppo che gli ha dato tanto.
E invece il suo compagno di fuga, lo Svizzero Tschopp, gli ha rubato in volata questa soddisfazione. Ma anche questo è sport, e la cima Coppi è pur sempre un bel traguardo, per tutti, e come tale fa gola anche agli altri.

Il vecchio Gibo non ha battuto ciglio e ha accettato il responso della strada, come sempre del resto. E’ arrivato fino in fondo. Questo Giro lo finirà da gregario, ma per la strada si è goduto tutti gli applausi che il pubblico gli ha riservato, in tutte le tappe, un tributo a quelo che è stato.

E anche io do il mio tributo ad un campione per il, quale ho stravisto, per il quale ho tifato contro Cunego e Armstrong, che speravo vincesse di più ma che, alla fine, mi fa accontentare di quanto ha saputo portare a casa. Perché quando ha perso ci ha comunque provato sempre, fino all’ultimo metro.
Mi ricorderò sempre il secondo Giro di Savoldelli e il suo attacco all’ultima tappa disponibile, quella con il Col delle Finestre.(http://it.wikipedia.org/wiki/Giro_d%27Italia_2005)
E’ l’emblema di quello che Gibo è stato, e gli sono grato per quello che mi ha fatto vedere.

Bello anche lo scato sul traguardo di Ivan Basso, che toglie 8 secondi di abbuono a Scarponi, come in un gesto di riconoscenza verso il Giro stratosferico di Nibali, coe a fargli capire che senza di lui, tutto sarebbe stato più difficile. Come fra due amici, non solo compagni di squadra.

Ma è stata anche la tappa dell’orgoglio di Cadel Evans, che scatta negli ultimi tre km di salita, per far vedere che anche lui poteva staccare Basso, per far vedere che non è campione del Mondo a caso.
Era stanchissimo, la smorfia sul traguardo, dove è giunto secondo alle spalle di Tschopp, diceva tutto.
Tutto sulla sua grinta e la sua voglia di vincere, che anche questa volta non è bastata.
Troppo forte la Liquigas rispetto alla BMC, e troppo forte Basso per lui, che prima della partenza, senza un filo di rabbia o di risentimento, lo ha ammesso candidamente ai microfoni Rai con quel suo italiano accentuato dalla terra dei canguri.

“La Liquigas, ma soprattutto Ivan, avevano più più gambe di me, inutile dire di no!”

E anche questa è classe…

La salita più dura del Giro fa selezione, e molta.
E lo spettacolo offerto è d’altri tempi.
Vedere professionisti andare su a 10-12 km/h è uno spettacolo assurdo.
Vedere poi le smorfie di fatica che fanno al massimo dello sforzo è ancora meglio.
E anche per la classifica molto è cambiato. Basso ha fatto una tappa da urlo, è veramente andato su come un motorino. Mai sui pedali, mai in piedi. Spesso lo sguardo passava su Evans, unico in grado di reggere il corridore della Liquigas, almeno fino a metà salita.

Ma lo spettacolo è stato anche quello offerto dall’Australiano. Una grinta d’altri tempi lo ha tenuto a galla. Forse ha sbagliato, se fosse andato su con il suo passo magari avrebbe perso un minuto, forse meno, invece di 1’24”. E invece ci ha provato, fino a che non ha rischiato di fare il botto, fino a che le energie non sono arrivate alla fine.
Ho quasi avuto paura che facesse come sette anni fa, quando non riusciva più ad andare avanti, alla sua prima partecipazione al Giro.
E invece è arrivato in fondo al barile delle sue energie, ha sfruttato tutto, si è staccato e poi ha trovato qualcosa per rilanciare, non si sa dove però.
Lo ha fatto con una faccia che parlava da sola, piegato su se stesso, con le spalle che ondeggiavano, simbolo di stanchezza infinita.

Sinceramente mi ha esaltato più lui, con il cuore e il carattere che ha mostrato, che Basso.

Basso mi ha letteralmente fatto paura.

E adesso il Giro è riaperto.
Anche se Arroyo non si è difeso poi così male.
La verità la diranno Gavia, Mortirolo, Aprica e Plan de Corones di oggi. Soprattutto, secondo me, per Sastre. Oggi si dovrà vedere se lo spagnolo vincitore del Tour di due anni fa è in forma per l’ultima settimana, se ha ancora speranze, se il giorno di riposo gli ha ridato quella condizione capace di staccare tutti, e a lui un giorno basta, vedere l’Alpe d’Huez del 2008.
Comunque, in definitiva, preferisco una tappa così, bella e che fa la differenza, anche se lo Zoncolan è stato percorso in 41′ circa, due di più dei 39′ netti di Simoni nel 2007.

Se tutto questo è indice di pulizia – e il se è d’obbligo purtroppo in questi giorni – è molto meglio così.
In fondo noi comuni mortali, anche se magari sportivi amatoriali, anche se forse allenati a dovere, una salita così non la finiamo nemmeno in un’ora e mezza, forse non la finiamo nemmeno…

C’è chi si lamenta e c’è chi gode.
Io godo!
Oggi ho visto uno degli spettacoli sportivi più belli degli ultimi 20 anni.
Se non altro una delle tappe più belle degli ultimi 20 anni, se si vuole rimanere solo in ambito ciclistico.
E l’analogia con la Roubaix non è casuale.
Corridori sfiniti, qualcuno staccato di 5 minuti, vedi Sastre, qualcuno che tira fuori il miracolo, vedi Cunego, e qualcuno che, come al solito, non molla mai, vedi il campione del Mondo Evans.
Corridori che cadono e si rialzano, e che, alla fine, perdono meno di quel che potevano perdere, appellandosi alla classe che hanno, vedi Basso, Nibali e Scarponi.
215 km che alla fine sono di follia pura, più che altro per colpa del maltempo che condiziona in modo pesante una tappa fondamentale del giro 2010.
Follia sportiva però, follia bella e romantica, come Lloyd aveva in qualche modo previsto dopo la vittoria di ieri.
Una follia che fa rima con passione, quella dei tifosi presenti sulle strade bianche, che poi bianche non sono, oggi. Quella dei presenti per assistere ad un passaggio su salite a fondo sterrato che raggiungevano pendenze del 15% e che, per una volta, hanno tramutato i corridori in maschere di fango e smorfie di fatica. E non sto scherzando, c’ero e l’ho visto da meno di un metro di distanza.

Dicevo che c’è anche chi si lamenta, Vinokourov per dirne uno, ma sono anche molti altri addetti ai lavori a fare la bocca storta, dichiarando che una tappa così è si bella ed eroica, ma adatta a corse di un giorno, adatta a essere una classica, e non una tappa di un grande giro.
Io in questo caso mi incazzo, per due motivi.
Il primo è che se sei un professionista devi essere pronto a tutto e, così come io, umile tifoso di provincia, credevo fin dalla presentazione del giro che questa sarebbe stata una tappa fondamentale, allo stesso modo tu, ciclista o membro della squadra, devi fare ricognizoni, studiare il percorso e roba simile. Non limitarti a guardare l’altimetria e poco più.
Perché in un caso arrivi preparato, nell’altro perdi minuti, che poi significa buttare un giro intero…
E poi come si fa a lamentarsi dopo che tutto questo ti ha ridato la maglia del primato?
Il secondo motivo è che chi critica forse si scorda che una volta c’era chi, per pochi spiccioli, correva anche per 17 ore consecutive, partendo alle tre di notte.
Una volta c’era chi saliva con la neve e si cambiava i tubolari da solo.
Una volta c’era chi si arrabbiava se vedeva qualcuno abbandonare, lo prendeva e gli metteva la faccia nella neve, per poi obbligarlo a ripartire ricordando i sacrifici dei genitori per comprargli la bici…

E se una volta era così perché non deve esserlo anche oggi, se pur aiutati dalle radioline, da biciclette di dieci chili più leggere e da sistemi di allenamento e alimentari decisamente migliori?
In fondo questo è il bello del ciclismo, è ciò che lo ha reso popolare, nel senso vero del termine, nel senso di unico sport che ti viene a trovare a casa, nel senso di appassionare tutti quelli che erano là, a prendere la stessa acqua di chi era in corsa, a soffrire insieme, perché alla fine sono due facce della stessa medaglia, poco ma sicuro.

Ma al di là delle lamentele e di poche polemiche rimarrà una tappa che molti ricorderanno, come vengono spesso ricordate le imprese mitiche passate.
Rimarrà una giornata bella e che il maltempo ha reso unica.
Rimarrà la fatica nel volto di chi saliva, il dolore nelle gambe e la voglia di lavarsi la faccia dal fango che ti copriva gli occhi.
Rimarrà la sensazione di altri tempi, di fatica che significa più, immagini che sembravano confinate a decenni passati, vincolate al bianco e nero delle vecchie TV e a “due uomini soli al comando”.
Rimarrà la tappa di domani, Terminillo, dopo la fatica di oggi, e sarà dura per tutti. Credo che qualcuno salterà di nuovo.
Rimarrà tutto questo, e non mi sembra poco…
Questo è sport, questo è ciclismo.

Il resto non conta…

Bella la frase Rai per descrivere la terza tappa del Giro d’Italia. Bella perché riassume perfettamente la tappa di Cadel Evans, maglia rosa sola e abbandonata.
Che la tappa sarebbe stata caratterizzata da vento e ventagli tutti lo sapevano, forse non i ciclisti, visto coe è andata.

Un Cunego ancora deludente e molto poco lucido si è fatto staccare subito, costringedo la squadra a lavorare per lui tutto il giorno per riprendere solo il secondo gruppo e chiudere la tappa perdend altri 45 secondi.
Sfortunato Petacchi, che ha forato a 40 km dall’arrivo lasciando la compagnia che si è poi giocare il successo di giornata.
E sfortunati anche Wiggins e Evans e Sastre, rimsati coinvolti nella caduta più importante di giornata, a circa 15-20 km dall’arrivo, che li ha costretti ad arrivare con Cunego, distaccati di 45 secondi dai vari Vinokourov, Basso, Scarponi, Garzelli e Nibali.

Il problema a questo punto sono le squadre, soprattutto quella del campione del Mondo Evans che praticamente è inesistente. E’ rimasto attardato di 15″ ed ha dovuto fare tutto da solo per rientrare, senza risultato ovviamente, finendo per riacciuffare solo il secondo gruppetto con grande classe e la forma che lo sorreggono.

In rosa è andato Vinokourov, che a 37 anni suonati prende una maglia rosa che comincia a pesare, e che non sarà poi così facile togliergli.

Oggi cronosquadre con Liquigas, Garmin, HTC, Sky e proprio Astana tra le favorite.
Evans e Sastre saranno i battuti di giornata, costretti ad attaccare già domenica sul Terminillo per rientrare in lotta.

Quello che non ho capito però è Greipel. Sembrava il nuovo astro nascente, quello che doveva lottare con Cavendish, e invece, almeno per ora, non vale neanche una coscia del britannico, soprattutto per la testa.
Se Domenica la HTC non era stata all’altezza, stessa cosa non è stata Lunedì, quando lo hanno portato alla curva finale, ai 250m dall’arrivo, in posizione ottimale.
Lui praticamente nemmeno si è alzato, non disputando una volata che poteva dargli la malia rosa.
Alla fine l’ha spuntata Weilandt, prendendo tutti in contropiede con una bella azione.

Bravo il Belga, molto meno il Tedesco.