Il Giro d’Italia era deciso da tempo. Dalla tappa dell’Etna si era capito che il più forte era lui. Quell’Alberto Contador capace di staccare gli avversari dovunque. Come la strada si inerpica in salita lui comincia con la sua danza e nessuno può resistere.

Ha fatto paura in tutte le tappe in cui ha staccato gli avversari, atterrendoli e annichilendoli con la sua cadenza incredibile. Ha impressionato sullo Zoncolan, sul Gardeccia, ma soprattutto sul Grossglockner e nella cronoscalata del Nevegal, dove ha dimostrato una condizione mostruosa che gli permette quasi di giocare con gli avversari di turno.

È il Giro dei dubbi, il Giro dell’attesa per il risultato del processo al campione Spagnolo per il caso clembuterolo dello scorso Tour. Una corsa a tappe brutta nel suo significato, che obbliga i tifosi e gli appassionati ad attendere ancora qualche mese per sapere se Contador poteva correrlo questo Giro.
Una corsa strana. Fossi in gara non saprei cosa fare, se puntare al secondo posto e alla squalifica dello Spagnolo o se rispondere ai suoi attacchi e rischiare di saltare. Hanno provato a fare entrambe le cose sia Scarponi che Nibali, con risultati poco soddisfacenti.

Ma il cannibale dell’era moderna è veramente il più forte corridore degli ultimi dieci anni, superiore, secondo me, anche all’Armstrong che ha vinto sette Tour di fila. Con questo Giro è alla quinta vittoria consecutiva nelle grandi corse a tappe a cui ha partecipato.
Purtroppo la giustizia sportiva è lenta e poco convincente. È di ieri la notizia che l’appello per Contador è stato rimandato a Luglio, probabilmente dopo il Tour de France, permettendo di fatto allo Spagnolo di partecipare alla Grand Boucle e tentare di vincere i tre grandi giri nel solito anno.
Permettendo, di fatto, al campione Spagnolo di dissipare i dubbi sulla sua positività.
Si perché se l’anno scorso era dopato, con una quantità minima di clembuterolo trovata nel suo sangue e un Tour vinto di una trentina di secondi, e se quest’anno non viene trovato positivo, vincendo quindi regolarmente, come può essere squalificato un anno dopo andando più forte di quando dovrebbe essere colpevole?

L’UCI è troppo lenta nelle sue decisioni, aspetta troppo e di fatto sminuisce lo spettacolo che vediamo tutti i giorni. Perché la decisione di confermare la squalifica va presa in fretta, con cognizione di causa ma in fretta, non in più di un anno.
Ribadisco il concetto che adesso non solo è stupido squalificarlo, ma praticamente impossibile per quello che lui fa vedere.

Ma detto questo, e preso atto di ciò, rimangono nella mente gli scatti del campione Spagnolo, il suo modo di salire “ballando” sui pedali della sua bici, il suo modo di dominare gli avversari.

Da oggi poi rimarrà anche la sua signorilità. Nel finale della tappa stacca di nuovo tutti, riprende il suo ex gregario Paolo Tiralongo, uno che non ha mai vinto in 11 anni di carriera da gran gregario. Dopo aver dimostrato i essere il più forte incita il ciclista Italiano e corona il suo sogno lasciandolo vincere.
Un modo di chiudere i conti e pareggiare i favori che Tiralongo gli ha fatto nell’anno passato, un modo di mostrare la sua gratitudine, un modo di continuare quella tradizione che nel ciclismo ha fatto nascere il modo di dire “tappa a te e maglia a me”.

Contador è il dominatore del Giro, è il cannibale dei giorni nostri, è il più forte al Mondo, da oggi è anche un Signore, e la S maiuscola non è un caso.

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Era da tanto che volevo tornare a parlare di ciclismo. Lo faccio in un momento in cui però, come al solito del resto, non è un bel momento. Lo faccio per un bisogno personale di dire certe cose, un bisogno personale di esprimere determinate cose, di dire la mia su alcuni argomenti.


Per prima cosa volevo parlare del Mondiale maschile. Lo so, è molto che è stato corso ma prima non ho potuto, o voluto scivere, il perché non lo so nemmeno io.
In molti hanno criticato la squadra Italiana, hanno detto gli errori e sottolineato i ritardi di condizione. Secondo me la cosa è molto diversa. Per ma Bettini ha fatto correre come doveva, soprattutto come sapeva.
La squadra ha attaccato, gli uomini erano giusti e la corsa è stata controllata. Si può discutere sulla mancanza di qualcuno, ma la realtà è una sola. Era un mondiale da Bettini e Pozzato, per quanto sia un gran corridore, non è come “il Grillo”. Le caratteristiche erano altre, e una corsa così lunga snatura molte cose. Così ti ritrovi con un gruppo compatto nel quale c’è anche Freire. Pensi che la corsa sia decisa, come altre tre volte è già accaduto. Poi spunta Hushovd.
E a me non dispiace. Il Norvegese è uno che in bici sa andare, e molto anche. Sa soffrire e vincere in più modi. Lo ha dimostrato anche in Australia. E se ci pensiamo bene ha vinto uno che va forte alla Roubaix, che viene fuori quando la fatica si fa sentire, mentre Pozzato aveva i crampi sul finale. Anche se ci può stare dopo tutti quei km. Per la verità lui, Pippo, ci ha provato, sfiorando il podio che sarebbe comunque voluto dire molto, ma è andata così.

Buono l’esordio di Bettini come CT, era un attaccante nato e ha fatto correre all’attacco. Peccato per il ricordo del Ballero.

Mi è piaciuti vedere Cadel Evans difendere la maglia fino alla fine, in un mondiale quasi impossibile per uno come lui, l’anno scorso sorprese tutti, quest’anno no.

 

Chiuso il discorso mondiale vorrei parlare del solito male del ciclismo. Sono settimane che si parla di Contador, della quantità irrisoria di clembuterolo trovata nel suo sangue dopo la giornata di riposo del Tour de France, del fatto che stia pensando al ritiro e di tutto il resto.
Torri ha detto, secondo me in maniera gravissima, che se non facesse male alla salute legalizzerebbe il doping, prima di aggiungere che tanto i corridori sono tutti dopati.

Va ricordato che Ettore Torri è presidente della procura antidoping italiana. Trovo gravissimo generalizzare su tutta la categoria, e ancor più grave pensare ad una legalizzazione delle sostanze proibite.
Il problema non sta nella salute, o meglio, non solo lì. Il punto, secondo me, è che il messaggio stesso di sport dice di vincere e partecipare con le proprie forze, di dare tutto se stessi, per prima cosa contro se stessi. Il punto è che se sapessi di vincere non con le mie forze, mi farebbe schifo. Si, so che così si fanno record e soldi, si raggiunge la fama ecc., ma il fatto è che il problema è culturale. Lo sport dovrebbe essere passione. Non si dovrebbe fare il calciatore per i soldi e per le veline, non fare il pilota per avere contratti da Schumacher o roba simile. Si dovrebbero seguire le proprie passioni. Sputare sangue in allenamento, che si tratti di salita in bici, di corsa in pista di atletica o di nuoto in vasca. Si dovrebbe lottare perché l’adrenalina che senti quando le gambe che hai tanto allenato girano, quando corri senza fatica e magari vinci sull’ultima porzione di pista disponibile, superando il tuo rivale più agguerrito, dovrebbe essere molto più bella di quella che ti da leggere il conto in banca.

Così niente doping o scorciatoie varie, così sarebbe cuore e basta. Poi il fattore economico ci sta ed è giusto che ci sia, ma sempre dietro ad una certa etica.
So che sono sogni da sportivo della domenica, da uno che nel suo piccolo cerca di allenarsi tutti i giorni sapendo che non potrà arrivare dove altri potranno, ma è così che la penso, e so che lo farei anche se fossi uno di quelli che vedi in televisione.

Dico questo perché così finisce lo sport, così finisce il ciclismo che tanto amo. Se pensiamo agli ultimi anni pochi sono rimasti quelli che, dopo aver vinto o esserci andati vicino, poi non sono stati beccati in fallo.
A partire da Di Luca, Riccò, Landis, Rassmussen, Valverde, Sella, Riis, Vinokourov, Basso, Rebellin e via discorrendo. Certo hanno pagato, chi più chi meno e sempre troppo poco per uno che vorrebbe la radiazione in questi casi.
Ma il problema è un altro.
Il problema è che segui una corsa di 21 giorni, ti appassioni, gioisci e ti emozioni. Poi finisce e devi aspettare tre mesi sperando che non ci siano dopati. E’ assurdo ma è così.

E allora ti trovi a pensare se valga sempre la pena vedere e seguire uno sport che è bellissimo, mostruosamente appassionante, ma che in fondo in fondo, forse, troppo marcio. E’ vero che controlli antidoping li fanno soprattutto ai ciclisti, ma è anche vero che ne trovano molti, troppi, colpevoli.

Spero, anche se non credo, che Contador risulti non colpevole, che questa storia doni un po’ di credibilità, anche se molto poca, ai corridori e al ciclismo in generale.
Perché così è devastante.

Se poi fai anche gli sconti di pena quando qualcuno collabora, neanche fosse un pentito mafioso, allora qualcosa che non va, francamente, credo proprio che ci sia, vero Danilo?

Contador fa il tris. Vince il suo terzo Tour consecutivo di quelli a cui ha preso parte.
Vince forse il suo miglior Tour.
L’anno scorso era decisamente più forte, era decisamente più in forma e decisamente il migliore del gruppo.
Quest’anno ha sofferto molto di più, consapevole dei propri limiti e della forza del suo avversario, quell’Andy Schleck che cresce sempre di più e che sarà il suo avversario per i prossimi anni, in barba all’amicizia e verso un dualismo che può dare molto a questo sport.


Contador ha vinto di 39″, in barba a chi dice che questo Tour era noioso, in barba a chi dice che era già deciso. Noiosa una corsa che termina all’ultima cronometro non può essere. Sarebe stato meglio vincere alla prima salita e poi basta? Non credo proprio. E’ che i due erano praticamente uguali, stessa forma e stessa forza in salita. niente di più e niente di meno. Quindi ha prevalso il tatticismo e la corsa giocata sui secondi e su pochi rischi.

Contador ha vinto di 39″, quelli del salto di catena.
Inizialmente non mi era piaciuto, poi, giorno per giorno, ho capito che non solo ci stava, ma che era anche giusto. Giusto perché Schleck era già stato aspettato quando Cancellara fermò il gruppo, decisione sacrosanta ma che comunque gli aveva evitato di perdere più di 3 minuti.
Giusto perché anche lui aveva attaccato lo Spagnolo quando la caduta del fratello Franck aveva spezzato il gruppo nella tappa del pavé.
Giusto perché Schleck aveva la maglia gialla, lui aveva attaccato, il pistolero Spagnolo ha risposto all’attacco. E poi l’errore è stato del Lussemburghese, che ha sbagliato a cambiare, mettendo la catena in obliquo e determinando il salto di catena. In fin dei conti se uno buca alla Roubaix nessuno lo aspetta. La corsa è corsa e gli errori si pagano. Sarebbe stato magari più signorile, ma il ciclismo è fatto di dualismi e di sfide a due.
Se perdiamo anche questo e tutti sono amici il gioco non funziona più. E allora, anche se di facciata hanno salvato l’immagine da amici, anche se poi, nelle successive tappe, non si sono di certo attaccati a vicenda a più non posso, alla fine l’antagonismo c’è, e andrà crescendo negli anni secondo me.
Così la gente si potrà schierare, fare per l’uno o per l’altro, come alla fine è giusto che sia.

Contador ha vinto da fenomeno in gara, da chi sa gestire tutto al meglio. A partire dal compagno di squadra Vinokourov per arrivare alla tappa decisiva in cui di certo non era nella sua miglior forma. Nella cronometro ha marcato Schleck per non rischiare, è andato con il ritmo del suo avversario per non andare fuori giri e finire la benzina nel finale. Alla fine però Andy è andato piano, molto piano, e correre sotto ritmo è dura. Si rischia poi di non riuscire a cambiare marcia quando si deve, e lo Spagnolo ha rischiato molto, moltissimo.
Alla fin però ha vinto, e che gli vuoi dire?
Lo accusano di non saper gestire la corsa, ma ha vinto una Vuelta di 46″, due Tour di 23″ e 39″, un giro d’Italia di 1’57” ma prima dell’ultima tappa ne aveva 4 di secondi di vantaggio. Non mi sembra uno che non si sa gestire. Mi sembra uno che parte sempre per vincere e il più delle volte lo fa.

Alla fine per me è stata una bella corsa, è stato un bel Tour, con una prima settimana bellissima, con cambi di maglie e sorprese. Con un’ultima settimana deludente sotto il piano della spettacolarità, ma alla fine si corre per vincere, non per lo spettacolo.


Il Tour delle lacrime, a partire da quelle di Cavendish, bellissime per il significato che avevano per il corridore inglese, tornato Cannonball dopo mille difficoltà.

Per arrivare a quelle di Cadel Evans, splendide per quello che significavano per lui. Un altro Tour perso, un altra grande corsa a tappe che non lo vedrà vincitore, con la maglia di Campione del Mondo addosso e un gomito fratturato che non gli ha impedito di portare la corsa a termine. Un carattere incredibile, una grinta assurda per chi, una volta nella vita, un grande giro se lo meriterebbe, davvero.


Sarà anche il Tour dell’addio del Re americano, le Roi Américain come lo chiamano in Francia. Sarà l’ultimo Tour di Lance Armstrong, la fine di un’era. La fine di chi ha vinto sette Tour e che lascia mostrando tutti i suoi limiti di 38enne. Il Tour di troppo per la sua carriera che alla fine non è poi così male, alla fine chiudere da comune mortale lo riappacifica con chi lo ha sempre visto non molto bene. Lo riavvicinano al pubblico Francese che non lo ha mai amato fino in fondo. Vuoi per il suo modo poco spettacolare di vincere, vuoi per il suo modo di interagire con i media, vuoi semplicemente perché simpatico non è. Comunque adesso lo è un po’ di più per loro. Adesso, appesa la bici al chiodo, dovrà rispondere ad accuse dalle quali sarà difficile difendersi. Staremo a vedere.


Menzione particolare per Alessandro Petacchi, che vince la seconda maglia verde Italiana al Tour, dopo l’unica affermazione del passato, quella di un certo Bitossi.
Sul traguardo di Parigi Ale-Jet fa ancora il suo, si prende l’ennesimo secondo posto dietro ad un cavendish mostruoso e va a vincere una maglia che non era così facile da portare a casa.
Il velocista italiano si riprende così da tutte le critiche passate, andando di volata ad affrontare quelle presenti, andando a difendersi da accuse che spero non siano fondate.

Per il resto…
Au revoir, à la prochaine fois…

Dev’essere questo che ha pensato Contador sul traguardo del Tourmalet. E lo ha dimostrato al suo avversario con quegli schiaffetti sul volto, quasi come dire: “attacca pure, dichiara che sono battibile quanto vuoi, ma ancora devi crescere…”

Un po’ come le sfide padre-figlio, quando ancora il piccolo deve imparare i trucchi del mestiere. Come fra maestro e allievo. Peccato che ancora l’allievo non riesce a superare quello che fino a poco tempo fa era un suo amico, e che ora, molto più verosimilmente, è un avversario da rispettare si, ma pur sempre da battere.


E ci ha provato in tutti i modi il Lussemburghese, almeno nella giornata di ieri, quando ha attaccato ai piedi del Tourmalet, con un ritmo altissimo per tutti, fattibile per lo Spagnolo che rimane maglia gialla anche per quest’anno.
A meno di sorprese quasi assurde nella cronometro di domani, Contador vince il suo terzo Tour de France e il suo quinto grande giro di fila a cui ha partecipato.
Un fenomeno che però quest’anno è sembrato, per la prima volta, davvero attaccabile, davvero battibile, almeno in salita, almeno da uno come Andy Schleck.


Ieri si è “difeso” fino a 3,8 km dalla vetta, poi ha attaccato lui ponendo fine agli scatti di Schleck, facendo vedere che il suo avversario poteva scattare quanto voleva, tanto non lo avrebbe staccato.
Sul traguardo poi il classico “tappa a te e maglia a me”, Alberto lascia la vittoria all’avversario e gli regala una delle sue più belle vittorie. Andy lo abbraccia sul traguardo mettendo una pietra sopra all’attacco sul salto di catena, mettendo una pietra sopra a tutti i discorsi fatti finora. Dichiarando, una volta per tutte, che è stato battuto dal più forte, e su questo non ci sono dubbi.

Il più bravo di ieri, dopo i due fenomeni, è stato Samuel Sanchez, caduto ad inizio tappa, rimasto a terra per qualche minuto e mettendo tutti in apprensione.Si è rialzato, è risalito in bici e ha dato altri dieci secondi a Menchov per mantenere il terzo posto finale.

Oggi tappa da velocisti, domani cronometro di 52km con Cancellara e Contador favoriti, poi la volata sugli Champs Elysées. Poi, anche per quest’anno, au revoir Tour…

Sono quelli degli organizzatori, che pensano di fare una tappa con i quattro colli simbolo del Tour – Peyresourde, Aspin, Tourmalet e Aubisque – e si aspettano che l’ultima salita, a 60 km dal traguardo, faccia selezione.
Non è così ed è normale che non lo sia. Anche se il giorno prima Contador ha infastidito Schleck, nessuno, o quasi nessuno, attacca. Per la verità la tappa parte bene, con Van Den Broeck che prova a far saltare la corsa, peccato che nella fuga partita poco prima, il suo compagno di squadra non si acroga di niente e continui a tirare, impedendo al Belga di rientrare con i primi.

Alla fine comunque una fuga va, dentro ci sono Cunego, Moreau, Fedrigo, Casar, Barredo e anche Armstrong, più altri.
Ma questi andranno fino alla fine.
Barredo scatterà a 30 km dal traguardo, verrà ripreso dopo il triangolo dell’ultimo km, quando iniziava a pensare di farcela.


A spuntarla sarà Fedrigo, ma le emozioni le regala il texano. Lance il combattivo, che dopo anni si rivede in una fuga al Tour, che ci prova con classe ma senza gambe.
Fa quasi tristezza vederlo provarci con tutte le forze ma senza riuscire a beffare nessuno. Anni fa non sarebbe andata così, ma l’errore di valutazione è anche il suo. Come ha detto Beppe Conti, questo Tour è di troppo per lui.
Cunego intanto rimane all’asciutto, tante fughe, tanta volontà ma ancora niente vittoria.

La tappa alla fine è stata la più noiosa del Tour, nel giorno che doveva essere il più bello.
Nel giorno in cui tutti si aspettavano la contromossa di Schleck, arrabbiato e ferito dall’attacco di Contador. E alla fine però mi sento di dire che poi lo Spagnolo tutti i torti non li aveva. Andy era già stato graziato una volta, nella tappa delle mille cadute in cui Cancellara aveva fermato il gruppo.
Aveva anche attaccato lo Spagnolo quando suo fratello, Franck Schleck, era caduto sul pavé frantumando il gruppi. Alla fine un salto di catena fa parte del gioco. E a sbagliare è stato il 25enne Lussemburghese, che ha messo la catena in obliquo, non usando bene il cambio per un errore da dilettante che gli sta costando il Tour.
E poi se si sta ad aspettare tutti si perde l’essenza del ciclismo, qualcuno si potrebbe inventare salti di catena o forature in momenti di crisi.

Alla fine sarebbe stato più signorile battere l’avversario in altro modo, ma ci sta anche questo.
Quello che non ci sta è dichiarare a fine tappa di non essersi accorto dell’incidente meccanico dell’altro, cosa non vera e chiarita dalle immagini nettamente. Perché dichiarare una cosa per un’altra quando è lampante che così non è? Perché quasi sfottere per niente?

Ultima nota per Petacchi, indagato di nuovo per doping, anzi, più precisamente sotto avviso di garanzia, ancora nessuna accusa è stata formulata. Le perquisizioni a casa sua sono di un mese fa, prima del giro di Svizzera. Sembra assurdo che sia partito consapevole che qualcosa è stata trovata. La stessa cosa di Ballan prima del Giro, poi risoltasi in un nulla di fatto. Aspettiamo a dare giudizi certi. Intanto Hushovd regeg con il primo gruppo e gli strappa la maglia verde provvisoria.
Io comunque spero che le accuse siano false. Anni fa fu sospeso per un farmaco che adesso non è più proibito.
Spero che no lo costringano ad abbandonare. Qualcuno, tipo Valverde, ha corso Tour, classiche e Mondiali, e la sua colpevolezza era certa, non era sotto indagine.

Certo è che mille sospetti non fanno bene a questo sport, ma ormai ci siamo abituati…

La guerra doveva cominciare e così è stata. E come in ogni guerra, le regole non scritte saltano.

Contador attacca l’avversario al quale era saltata la catena sulla salita finale. E a me non è piaciuto molto. soprattutto per un fatto d’orgoglio, se sei il più forte lo sei sempre e lo dimostri in condizioni eque, non quando l’avversario è in difficoltà per problemi meccanici.
Era la tappa delle tattiche invertite, la tappa in cui i ruoli, rispetto al giorno precedente, si ribaltavano, la tappa in cui era Schleck a guidare il gruppo e a dover attaccare l’avversario, al contrario del giorno precedente.
Schleck era partito, aveva attaccato nel momento giusto e poteva staccare il corridore dell’Astana. Secondo me non sarebbe cambiato nulla, lo Spagnolo non si sarebbe fatto staccare e sarebbe finita ancora con un pareggio, ma non si sa mai.
Poi il salto di catena del Lussemburghese e l’attacco dello spagnolo.
Ripeto, non mi è piaciuto molto. Se vincesse il Tour di 30″ sarebbero quelli guadagnato ieri. 39″ sul traguardo che hanno determinato il cambio di maglia gialla.
Schleck per la verità ha giocato il tutto per tutto, è ripartito a tutta rischiando il fuorigiri ed è quasi riuscito a rientrare. Poi sulla discesa finale non c’è stato nulla da fare. Il gruppo di Contador era composto anche da un certo Samuel Sanchez, un fenomeno in discesa che ha tirato lo spagnolo verso la maglia di leader.

Bello sarebbe stato un altro comportamento, bello sarebbe stato vedere Contador come Cancellara. Mi ricordo di un Armstrong che si fermò ad aspettare Ullrich quando il tedesco subì un salto di catena e cadde. Lo stesso non è accaduto ieri. Sarebbe stato tutto più signorile.

Però va detto che sono cose che capitano. Che si fa male a commentare, che comunque gli incidenti meccanici fanno parte del gioco. Se Contador fosse scattato e a Schleck fosse saltata la catena si sarebbe dovuto fermare lo stesso? Ovviamente no, quindi è sempre molto difficile, e ci sta anche di attaccare.
In fin dei conti a rugby non si fermano neanche quando qualcuno è in campo ferito, i medici entrano sul campo di gioco mentre la partita continua…
Poi , per la verità, la sera si è scusato, dichiarando che crede nel Fair Play e che forse ha sbagliato. Se è sincero ci può stare di sbagliare in momenti in cui devi decidere tutto in una frazione di secondo. Se non è sincero…

La tappa comunque se la aggiudica un grande Voeckler, l’uomo delle fughe Francese che, con la maglia di campione nazionale vince una delle sue più belle tappe. In fuga dalla mattina riesce ad arrivare primo al traguardo, mettendo un altro sigillo Francese in questa Grand Boucle.

Oggi tappa dei quattro colli che può stravolgere tutto, anche se l’ultima salita è molto lontana dal traguardo e difficilmente qualcuno attaccherà, salvo Schleck.
Bello, molto bello, vedere Ivan Basso partire con una bronchite e la febbre a 38. Bello vedere che lui vuole arrivare al traguardo di Parigi anche quando il medico di squadra consiglia di non partire.

Contador e Schleck si studiano, aspettando il momento buono.
E’ successo ieri, quando il Lussemburghese, con la maglia gialla, aspetta lo Spagnolo, lo guarda e lo marca, gli sta sempre alle spalle senza mai attaccarlo. Risponde a 2-3 attacchi del vincitore dello scorso anno, ma non lo attacca, consapevole che non avrebbe fatto la differenza.

Il problema è la crono di sabato. Schleck ci deve arrivare con almeno 1’30” di vantaggio, altrimenti sarà dura battere uno che le crono le può vincere, che le ha già vinte, o che comunque piano non andrà sicuramente. Schleck specialista non è e probabilmente non lo sarà mai, quindi o lo stacchi prima non ce la fai.
E il problema di ieri quindi era innervosirlo, era stimolare l’avversario a sbagliare, farlo uscire allo scoperto, fargli perdere il controllo.


Dura, molto dura, farlo fare a uno come Contador. Uno che ha vinto il Giro gestendosi perché pochi giorni prima era al mare. Uno che sa quali sono le sue possibilità e che le sa gestire al meglio. Così va a finire che dopo due scatti, i due si fermano, si guardano praticamente fermi in mezzo alla strada. GLi altri se ne vanno, fra cui Menchov e Samuel Sanchez, ma ai due non importa. Rimangono un po’ a guardarsi e quasi a dirsi, vai tu che sei in giallo o no?

Schleck alla fine riparte, ma piano, i due recuperano un po’ e arrivano al traguardo staccati di una decina di secondi da Menchov e Sanchez. Ma la sfida è cominciata, i due sono ufficialmente in lotta per questo Tour, i due sanno che se la giocheranno nei prossimi giorni.

Schleck dovrà, o decidere di staccare giorno per giorno il suo avversario, o cercare di demolirlo in una sola giornata. Sarà dura ma Contador non è lo stesso dello scorso anno secondo me, anche se è un fenomeno e una spanna sopra a tutti lo stesso. Il Lussemburghese, dal canto suo, sembra avere qualcosa di più in salita. Dovrà sfruttarla o se ne parlerà il prossimo anno.

Intanto la tappa la conquista Riblon, come sognava da bambino guardando le stelle cadenti, quando chiedeva come desiderio di diventare professionista e di correre il Tour. Perché alla fine il ciclismo è questo.

Oggi un’altra tappa che può essere decisiva. Il gruppo passerà di fronte alla stele in memoria di Fabio Casartelli, morto in corsa nel ’95.
La ferita per la sua perdita è ancora aperta. Belle, bellissime, le parole di Armstrong, suo compagno di squadra 15 anni fa. Come lui stesso spiega, quella fu la giornata più brutta della sua vita. La mattina mangiarono assieme, poi uscirono a fare la tappa. La sera una sedia era vuota.
Lui stesso dichiara che non riesce a spiegare cosa significasse per lui, cosa provasse in quel momento. E forse non vuole neanche spiegarlo. Ci sono cose che non si spiegano ma si vivono e basta, purtroppo in questo caso.

Il gruppo ricorderà Fabio di nuovo, come tutti gli anni.
Come ha detto Cassani, una delle cose più belle del ciclismo è che questo sport si ricorda, di tutti.