Provo a dare dei giudizi, i miei giudizi, a quello che è stato probabilmente il più bel Tour degli ultimi dieci anni.

Non sono mai stato un estimatore della Grand Boucle e delle sue salite. Certo, l’ho sempre seguita da appassionato di ciclismo, ma ho sempre preferito le erte del Giro alle rampe lunghe e regolari della corsa in Giallo. Quest’anno, però, il tracciato prevedeva più salite e meno cronometro, che storicamente decidono il Tour più dei tapponi alpini o pirenaici.
Le premesse c’erano tutte, da Contador, dominatore del Giro, che ovviamente avrebbe faticato di più dopo le fatiche in rosa, a Cunego quasi vincitore del Giro di Svizzera. Da Basso che aveva preparato la corsa Francese con meticolosità (salvo caduta che ha ritardato la sua preparazione di 10 giorni), a Evans, eterno secondo e alle ultime battute utili. Passando ovviamente per i fratelli Schleck: Frank, più grande e probabilmente meno talentuoso del giovane, che sulle strade di Francia ha raccolto molto e si è sempre difeso bene, l’altro, Andy, con un immenso talento ancora da dimostrare, voglioso di rivincite dopo due secondi posti consecutivi e dopo il Tour dell’anno passato, perso di trenta secondi da un Contador battibile come mai negli ultimi anni.

Tutto è stato avvincente fin da subito con cadute che hanno messo a dura prova il fenomeno Spagnolo nella prima settimana e ribaltamenti continui di classifica nelle ultime tappe.

Contador ha provato con le unghie e con i denti a riprendere quella maglia Gialla che sembrava persa dopo la seconda settimana, ma senza riuscirci. In sua difesa vanno ricordate le fatiche del Giro d’Italia, vinto da autentico dominatore, le cadute della prima settimana che gli hanno fatto perdere due minuti e il dolore al ginocchio relativo proprio alle botte prese nelle prime tappe.
Il ciclista più forte del momento ha provato comunque a ribaltare la corsa da campione, e ci era quasi riuscito con attacchi in salite che sembravano non poter fare la differenza e fughe in discesa d’altri tempi. Senza la crisi nella tappa del Galibier con arrivo a Serre-Chevalier avrebbe davvero potuto vincere. La tappa del numero di Andy Schleck per intendersi, in cui lo Spagnolo ha perso più di tre minuti dal Lussemburghese e un minuto e mezzo da Evans. Il giorno successivo ha regalato sprazzi di autentica follia, coraggio e talento sull’Alpe-d’Huez, per poi spegnersi negli ultimi chilometri e lasciare il passo all’amico Sanchez battuto dal talento francese Rolland.
Ci ha provato, ha fatto il possibile in una stagione che può anora dargli soddisfazione. Ha mostrato di saper perdere ma di non voler accettare la sconfitta fino all’ultimo metro disponibile, provandoci anche nell’ultima cronometro. Così deve correre un campione secondo me, così si da spettacolo e si possono vincere Giro e Tour nello stesso anno. Pazienza, sarò per un’altra volta…

Il discorso Schleck è molto diverso. Fino all’anno passato l’eterno piazzato era Evans, l’eterno secondo incapace di vincere e perseguitato dalla sfortuna. Adesso lo scettro di perdente rischia di prenderlo Andy Schleck, tre volte consecutive secondo al Tour dopo il secondo posto, allora a sorpresa data la giovane età, al Giro d’Italia 2007.
I fratelli Lussemburghesi, mai come quest’anno, avevano l’occasione di gestire la corsa e provare a dominare il Tour alleandosi, e invece hanno sbagliato tutte le tattiche possibili. Andy è sembrato meno in forma di Frank nelle prime due settimane. Sui pirenei correva in rimessa, aspettando il fratello e facendogli da gregario, cercando lui di spaccare il gruppo in vista di un attacco di Frank. Poi sulle Alpi la metamorfosi. Nella tappa del Galibier il gran numero di uno che talento ne ha da vendere. Fuga solitaria di 90 km e arrivo con vantaggio di più di 2′ su Cadel Evans e Voeckler, più di 3′ su Contador. Sull’Alpe-d’Huez si prende la maglia, convinto di difenderla il giorno successivo a crono. Alla fine prenderà 1’30” da un Evans scatenato, dovendosi accontentare di un secondo posto che ormai gli va stretto.
Il mio parere è che ancora sia troppo spocchioso e presuntuoso per vincere un Tour con l’umiltà del campione. Senza cronometro vai da poche parti, soprattutto se perdi un Tour come quello di quest’anno, disegnato per gli scalatori come forse in Francia non faranno più. Soprattutto se stai lì a tentennare, aspettando un fratello che non è alla tua altezza e non capendo le mosse giuste da fare in corsa, come allearsi con il Contador in fuga sull’Alpe-d’Huez e dare la mazzata finale all’Australiano, come lasciare il fratello o farlo partire prima nella stessa tappa, in modo da costringere il gruppo o ad andarlo a prendere o a perdere il Tour a favore di Frank. Insomma, ancora Andy è acerbo, il problema è che ha già molti secondi posti sulle spalle e gli anni cominciano ad essere 26…sarebbe l’ora di darsi una mossa anzichè fare proclami pre cronometro tipo: “io questa maglia la porto a Parigi a costo di spaccare la bici”…io comincerei a prendere il martello…

È stato il Tour di Voeckler, arcigno e duro fino alla fine. Il francese ha provato a sorprendere tutti vincendo, non ci è riuscito, ma ha lottato e sofferto fino all’ultima tappa. Il querto posto finale è comunque un risultato enorme per uno che era entrato nei 20 in un grande giro solo una volta, per uno che era abituato ad azzeccare la fuga giusta e riprovarci comunque il giorno successivo, per uno che è un gran bel corridore da corse di un giorno, ma niente di più di un buon ciclista per quel che riguarda le corse a tappe. SI è trovato in una situazione più grande di lui e ha lottato con energie e forze ce lui stesso non sapeva di avere. Un gran bel Tour che ha canalizzato praticamente tutte le prime pagine dei giornali Francesi per almeno due settimane.

È stato un Tour bellissimo, con il tre cambi di maglia negli ultimi tre giorni (mai successo nella storia), con le fughe di Hushovd e di Boasson-Hagen, con le volate di Cavendish e la dedica di Farrar e Weylandt. È stato il Tour di Hoogerland, steso assieme a Flecha dalla macchina della Tv Francese e arrivato a Parigi con più di 30 punti di sutura nelle gambe. È stato il Tour della rinascita di Cunego e della delusione di Basso. È stato il Tour più bello che abbia visto, che mi ha entusiasmato come non credevo potesse fare.

Ma è stato soprattutto il Tour di Cadel Evans, il corridore che più meritava una grande affermazione in una gara a tappe nell’intero circus del ciclismo. Simbolo di correttezza e di cuore enorme fin dal 2002, dove, nell’ascesa di Folgaria e con la maglia Rosa sulle spalle, fu protagonista di una delle crisi più grosse che abbia mai visto. Arrivò con un quarto d’ora di ritardo, ma arrivò. Quelle immagini raccontano tutto del gentiluomo Australiano. Un corridore mai domo che ha raccolto una serie di sfortune incredibili negli anni. Dalla febbre durante il Giro dello scorso anno, al braccio rotto al Tour dello scorso anno. L’emblema del lottatore che ci prova sempre, ma che per un motivo o per un altro, per malasorte o per un giorno di crisi, alla fine perde sempre. L’immagine del corridore pulito che arriva in fondo dando tutto quello che ha, sfinito e perdente. Ai Mondiali di due anni fa qualcosa cambiò sul traguardo di Mendrisio Cadel arrivò per primo, e si rese conto, forse per la prima volta in vita sua, che il dottor Sassi aveva ragione a credere in lui, che lui era un vincente. L’anno passato si prese la maglia Gialla nella tappa in cui cadde e si ruppe un gomito, per poi perderla il giorno successivo, in lacrime per il dolore. Santambrogio, suo compagno di squadra e gregario dichiarò che per uno così avrebbe dato anche la vita.

Per questo ho sempre fatto per Cadel Evans, per questo ho gioito come non mi capitava da quando Pantani dominava sulle salite del Giro e del Tour. Per questo credo che Cadel se lo sia meritato a pieno. Ha vinto un Tour da protagonista, recuperando avversari in fuga da solo, come da solo ha sempre lottato fino alla fine. Per una volta è stato lui a giungere primo a Parigi. E poco importa se ha 34 anni, se sarà l’unico Tour che vincerà, se da qui in avanti al sua parabola sarà discendente. Da adesso è uno che ce l’ha fatta, e io sono tremendamente felice per lui. Vederlo in lacrime che non riesce a staccarsi dalle mani il leoncino Giallo simbolo del primato è il coronamento di una carriera e l’immagine che più lo rappresenta, incredulo di fronte alla più bella impresa della sua vita.

Era l’ora Cadel, ora goditela…

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Contador fa il tris. Vince il suo terzo Tour consecutivo di quelli a cui ha preso parte.
Vince forse il suo miglior Tour.
L’anno scorso era decisamente più forte, era decisamente più in forma e decisamente il migliore del gruppo.
Quest’anno ha sofferto molto di più, consapevole dei propri limiti e della forza del suo avversario, quell’Andy Schleck che cresce sempre di più e che sarà il suo avversario per i prossimi anni, in barba all’amicizia e verso un dualismo che può dare molto a questo sport.


Contador ha vinto di 39″, in barba a chi dice che questo Tour era noioso, in barba a chi dice che era già deciso. Noiosa una corsa che termina all’ultima cronometro non può essere. Sarebe stato meglio vincere alla prima salita e poi basta? Non credo proprio. E’ che i due erano praticamente uguali, stessa forma e stessa forza in salita. niente di più e niente di meno. Quindi ha prevalso il tatticismo e la corsa giocata sui secondi e su pochi rischi.

Contador ha vinto di 39″, quelli del salto di catena.
Inizialmente non mi era piaciuto, poi, giorno per giorno, ho capito che non solo ci stava, ma che era anche giusto. Giusto perché Schleck era già stato aspettato quando Cancellara fermò il gruppo, decisione sacrosanta ma che comunque gli aveva evitato di perdere più di 3 minuti.
Giusto perché anche lui aveva attaccato lo Spagnolo quando la caduta del fratello Franck aveva spezzato il gruppo nella tappa del pavé.
Giusto perché Schleck aveva la maglia gialla, lui aveva attaccato, il pistolero Spagnolo ha risposto all’attacco. E poi l’errore è stato del Lussemburghese, che ha sbagliato a cambiare, mettendo la catena in obliquo e determinando il salto di catena. In fin dei conti se uno buca alla Roubaix nessuno lo aspetta. La corsa è corsa e gli errori si pagano. Sarebbe stato magari più signorile, ma il ciclismo è fatto di dualismi e di sfide a due.
Se perdiamo anche questo e tutti sono amici il gioco non funziona più. E allora, anche se di facciata hanno salvato l’immagine da amici, anche se poi, nelle successive tappe, non si sono di certo attaccati a vicenda a più non posso, alla fine l’antagonismo c’è, e andrà crescendo negli anni secondo me.
Così la gente si potrà schierare, fare per l’uno o per l’altro, come alla fine è giusto che sia.

Contador ha vinto da fenomeno in gara, da chi sa gestire tutto al meglio. A partire dal compagno di squadra Vinokourov per arrivare alla tappa decisiva in cui di certo non era nella sua miglior forma. Nella cronometro ha marcato Schleck per non rischiare, è andato con il ritmo del suo avversario per non andare fuori giri e finire la benzina nel finale. Alla fine però Andy è andato piano, molto piano, e correre sotto ritmo è dura. Si rischia poi di non riuscire a cambiare marcia quando si deve, e lo Spagnolo ha rischiato molto, moltissimo.
Alla fin però ha vinto, e che gli vuoi dire?
Lo accusano di non saper gestire la corsa, ma ha vinto una Vuelta di 46″, due Tour di 23″ e 39″, un giro d’Italia di 1’57” ma prima dell’ultima tappa ne aveva 4 di secondi di vantaggio. Non mi sembra uno che non si sa gestire. Mi sembra uno che parte sempre per vincere e il più delle volte lo fa.

Alla fine per me è stata una bella corsa, è stato un bel Tour, con una prima settimana bellissima, con cambi di maglie e sorprese. Con un’ultima settimana deludente sotto il piano della spettacolarità, ma alla fine si corre per vincere, non per lo spettacolo.


Il Tour delle lacrime, a partire da quelle di Cavendish, bellissime per il significato che avevano per il corridore inglese, tornato Cannonball dopo mille difficoltà.

Per arrivare a quelle di Cadel Evans, splendide per quello che significavano per lui. Un altro Tour perso, un altra grande corsa a tappe che non lo vedrà vincitore, con la maglia di Campione del Mondo addosso e un gomito fratturato che non gli ha impedito di portare la corsa a termine. Un carattere incredibile, una grinta assurda per chi, una volta nella vita, un grande giro se lo meriterebbe, davvero.


Sarà anche il Tour dell’addio del Re americano, le Roi Américain come lo chiamano in Francia. Sarà l’ultimo Tour di Lance Armstrong, la fine di un’era. La fine di chi ha vinto sette Tour e che lascia mostrando tutti i suoi limiti di 38enne. Il Tour di troppo per la sua carriera che alla fine non è poi così male, alla fine chiudere da comune mortale lo riappacifica con chi lo ha sempre visto non molto bene. Lo riavvicinano al pubblico Francese che non lo ha mai amato fino in fondo. Vuoi per il suo modo poco spettacolare di vincere, vuoi per il suo modo di interagire con i media, vuoi semplicemente perché simpatico non è. Comunque adesso lo è un po’ di più per loro. Adesso, appesa la bici al chiodo, dovrà rispondere ad accuse dalle quali sarà difficile difendersi. Staremo a vedere.


Menzione particolare per Alessandro Petacchi, che vince la seconda maglia verde Italiana al Tour, dopo l’unica affermazione del passato, quella di un certo Bitossi.
Sul traguardo di Parigi Ale-Jet fa ancora il suo, si prende l’ennesimo secondo posto dietro ad un cavendish mostruoso e va a vincere una maglia che non era così facile da portare a casa.
Il velocista italiano si riprende così da tutte le critiche passate, andando di volata ad affrontare quelle presenti, andando a difendersi da accuse che spero non siano fondate.

Per il resto…
Au revoir, à la prochaine fois…

E’ Mark Cavendish.
Arrivato al Tour come battibile, messo in difficoltà da un inizio di stagione tutt’altro che da uomo più veloce al Mondo, poche vittorie e niente di importante per uno che l’anno scorso aveva praticamente vinto tutto.
Va via dal Tour come il migliore dell’anno, quattro vittorie, quella di ieri da fenomeno puro, praticamente per distacco. Talmente superiore da potersi girare a guardare dietro cosa stanno facendo gli altri. Cannonball è tornato.

Se ne va da questo Tour con quattro successi e alcune lacrime. lacrime di gioia scese dai suoi occhi dopo la prima affermazione. Lacrime che hanno cancellato la fama di uno che sembra sempre scontroso e poco amichevole, freddo e che mira sempre e solo alla vittoria. Così non è e così ha dimostrato che non è, assieme alla sua classe che è indiscutibile.

Secondo di ieri un bel Petacchi, che si riprende la maglia verde su Hushovd e che ha buone probabilità di portarla a Parigi.

Oggi cronometro decisiva, anche se tutto sembra già deciso, poi Campi Elisi…

Dev’essere questo che ha pensato Contador sul traguardo del Tourmalet. E lo ha dimostrato al suo avversario con quegli schiaffetti sul volto, quasi come dire: “attacca pure, dichiara che sono battibile quanto vuoi, ma ancora devi crescere…”

Un po’ come le sfide padre-figlio, quando ancora il piccolo deve imparare i trucchi del mestiere. Come fra maestro e allievo. Peccato che ancora l’allievo non riesce a superare quello che fino a poco tempo fa era un suo amico, e che ora, molto più verosimilmente, è un avversario da rispettare si, ma pur sempre da battere.


E ci ha provato in tutti i modi il Lussemburghese, almeno nella giornata di ieri, quando ha attaccato ai piedi del Tourmalet, con un ritmo altissimo per tutti, fattibile per lo Spagnolo che rimane maglia gialla anche per quest’anno.
A meno di sorprese quasi assurde nella cronometro di domani, Contador vince il suo terzo Tour de France e il suo quinto grande giro di fila a cui ha partecipato.
Un fenomeno che però quest’anno è sembrato, per la prima volta, davvero attaccabile, davvero battibile, almeno in salita, almeno da uno come Andy Schleck.


Ieri si è “difeso” fino a 3,8 km dalla vetta, poi ha attaccato lui ponendo fine agli scatti di Schleck, facendo vedere che il suo avversario poteva scattare quanto voleva, tanto non lo avrebbe staccato.
Sul traguardo poi il classico “tappa a te e maglia a me”, Alberto lascia la vittoria all’avversario e gli regala una delle sue più belle vittorie. Andy lo abbraccia sul traguardo mettendo una pietra sopra all’attacco sul salto di catena, mettendo una pietra sopra a tutti i discorsi fatti finora. Dichiarando, una volta per tutte, che è stato battuto dal più forte, e su questo non ci sono dubbi.

Il più bravo di ieri, dopo i due fenomeni, è stato Samuel Sanchez, caduto ad inizio tappa, rimasto a terra per qualche minuto e mettendo tutti in apprensione.Si è rialzato, è risalito in bici e ha dato altri dieci secondi a Menchov per mantenere il terzo posto finale.

Oggi tappa da velocisti, domani cronometro di 52km con Cancellara e Contador favoriti, poi la volata sugli Champs Elysées. Poi, anche per quest’anno, au revoir Tour…

Sono quelli degli organizzatori, che pensano di fare una tappa con i quattro colli simbolo del Tour – Peyresourde, Aspin, Tourmalet e Aubisque – e si aspettano che l’ultima salita, a 60 km dal traguardo, faccia selezione.
Non è così ed è normale che non lo sia. Anche se il giorno prima Contador ha infastidito Schleck, nessuno, o quasi nessuno, attacca. Per la verità la tappa parte bene, con Van Den Broeck che prova a far saltare la corsa, peccato che nella fuga partita poco prima, il suo compagno di squadra non si acroga di niente e continui a tirare, impedendo al Belga di rientrare con i primi.

Alla fine comunque una fuga va, dentro ci sono Cunego, Moreau, Fedrigo, Casar, Barredo e anche Armstrong, più altri.
Ma questi andranno fino alla fine.
Barredo scatterà a 30 km dal traguardo, verrà ripreso dopo il triangolo dell’ultimo km, quando iniziava a pensare di farcela.


A spuntarla sarà Fedrigo, ma le emozioni le regala il texano. Lance il combattivo, che dopo anni si rivede in una fuga al Tour, che ci prova con classe ma senza gambe.
Fa quasi tristezza vederlo provarci con tutte le forze ma senza riuscire a beffare nessuno. Anni fa non sarebbe andata così, ma l’errore di valutazione è anche il suo. Come ha detto Beppe Conti, questo Tour è di troppo per lui.
Cunego intanto rimane all’asciutto, tante fughe, tanta volontà ma ancora niente vittoria.

La tappa alla fine è stata la più noiosa del Tour, nel giorno che doveva essere il più bello.
Nel giorno in cui tutti si aspettavano la contromossa di Schleck, arrabbiato e ferito dall’attacco di Contador. E alla fine però mi sento di dire che poi lo Spagnolo tutti i torti non li aveva. Andy era già stato graziato una volta, nella tappa delle mille cadute in cui Cancellara aveva fermato il gruppo.
Aveva anche attaccato lo Spagnolo quando suo fratello, Franck Schleck, era caduto sul pavé frantumando il gruppi. Alla fine un salto di catena fa parte del gioco. E a sbagliare è stato il 25enne Lussemburghese, che ha messo la catena in obliquo, non usando bene il cambio per un errore da dilettante che gli sta costando il Tour.
E poi se si sta ad aspettare tutti si perde l’essenza del ciclismo, qualcuno si potrebbe inventare salti di catena o forature in momenti di crisi.

Alla fine sarebbe stato più signorile battere l’avversario in altro modo, ma ci sta anche questo.
Quello che non ci sta è dichiarare a fine tappa di non essersi accorto dell’incidente meccanico dell’altro, cosa non vera e chiarita dalle immagini nettamente. Perché dichiarare una cosa per un’altra quando è lampante che così non è? Perché quasi sfottere per niente?

Ultima nota per Petacchi, indagato di nuovo per doping, anzi, più precisamente sotto avviso di garanzia, ancora nessuna accusa è stata formulata. Le perquisizioni a casa sua sono di un mese fa, prima del giro di Svizzera. Sembra assurdo che sia partito consapevole che qualcosa è stata trovata. La stessa cosa di Ballan prima del Giro, poi risoltasi in un nulla di fatto. Aspettiamo a dare giudizi certi. Intanto Hushovd regeg con il primo gruppo e gli strappa la maglia verde provvisoria.
Io comunque spero che le accuse siano false. Anni fa fu sospeso per un farmaco che adesso non è più proibito.
Spero che no lo costringano ad abbandonare. Qualcuno, tipo Valverde, ha corso Tour, classiche e Mondiali, e la sua colpevolezza era certa, non era sotto indagine.

Certo è che mille sospetti non fanno bene a questo sport, ma ormai ci siamo abituati…

La guerra doveva cominciare e così è stata. E come in ogni guerra, le regole non scritte saltano.

Contador attacca l’avversario al quale era saltata la catena sulla salita finale. E a me non è piaciuto molto. soprattutto per un fatto d’orgoglio, se sei il più forte lo sei sempre e lo dimostri in condizioni eque, non quando l’avversario è in difficoltà per problemi meccanici.
Era la tappa delle tattiche invertite, la tappa in cui i ruoli, rispetto al giorno precedente, si ribaltavano, la tappa in cui era Schleck a guidare il gruppo e a dover attaccare l’avversario, al contrario del giorno precedente.
Schleck era partito, aveva attaccato nel momento giusto e poteva staccare il corridore dell’Astana. Secondo me non sarebbe cambiato nulla, lo Spagnolo non si sarebbe fatto staccare e sarebbe finita ancora con un pareggio, ma non si sa mai.
Poi il salto di catena del Lussemburghese e l’attacco dello spagnolo.
Ripeto, non mi è piaciuto molto. Se vincesse il Tour di 30″ sarebbero quelli guadagnato ieri. 39″ sul traguardo che hanno determinato il cambio di maglia gialla.
Schleck per la verità ha giocato il tutto per tutto, è ripartito a tutta rischiando il fuorigiri ed è quasi riuscito a rientrare. Poi sulla discesa finale non c’è stato nulla da fare. Il gruppo di Contador era composto anche da un certo Samuel Sanchez, un fenomeno in discesa che ha tirato lo spagnolo verso la maglia di leader.

Bello sarebbe stato un altro comportamento, bello sarebbe stato vedere Contador come Cancellara. Mi ricordo di un Armstrong che si fermò ad aspettare Ullrich quando il tedesco subì un salto di catena e cadde. Lo stesso non è accaduto ieri. Sarebbe stato tutto più signorile.

Però va detto che sono cose che capitano. Che si fa male a commentare, che comunque gli incidenti meccanici fanno parte del gioco. Se Contador fosse scattato e a Schleck fosse saltata la catena si sarebbe dovuto fermare lo stesso? Ovviamente no, quindi è sempre molto difficile, e ci sta anche di attaccare.
In fin dei conti a rugby non si fermano neanche quando qualcuno è in campo ferito, i medici entrano sul campo di gioco mentre la partita continua…
Poi , per la verità, la sera si è scusato, dichiarando che crede nel Fair Play e che forse ha sbagliato. Se è sincero ci può stare di sbagliare in momenti in cui devi decidere tutto in una frazione di secondo. Se non è sincero…

La tappa comunque se la aggiudica un grande Voeckler, l’uomo delle fughe Francese che, con la maglia di campione nazionale vince una delle sue più belle tappe. In fuga dalla mattina riesce ad arrivare primo al traguardo, mettendo un altro sigillo Francese in questa Grand Boucle.

Oggi tappa dei quattro colli che può stravolgere tutto, anche se l’ultima salita è molto lontana dal traguardo e difficilmente qualcuno attaccherà, salvo Schleck.
Bello, molto bello, vedere Ivan Basso partire con una bronchite e la febbre a 38. Bello vedere che lui vuole arrivare al traguardo di Parigi anche quando il medico di squadra consiglia di non partire.

Contador e Schleck si studiano, aspettando il momento buono.
E’ successo ieri, quando il Lussemburghese, con la maglia gialla, aspetta lo Spagnolo, lo guarda e lo marca, gli sta sempre alle spalle senza mai attaccarlo. Risponde a 2-3 attacchi del vincitore dello scorso anno, ma non lo attacca, consapevole che non avrebbe fatto la differenza.

Il problema è la crono di sabato. Schleck ci deve arrivare con almeno 1’30” di vantaggio, altrimenti sarà dura battere uno che le crono le può vincere, che le ha già vinte, o che comunque piano non andrà sicuramente. Schleck specialista non è e probabilmente non lo sarà mai, quindi o lo stacchi prima non ce la fai.
E il problema di ieri quindi era innervosirlo, era stimolare l’avversario a sbagliare, farlo uscire allo scoperto, fargli perdere il controllo.


Dura, molto dura, farlo fare a uno come Contador. Uno che ha vinto il Giro gestendosi perché pochi giorni prima era al mare. Uno che sa quali sono le sue possibilità e che le sa gestire al meglio. Così va a finire che dopo due scatti, i due si fermano, si guardano praticamente fermi in mezzo alla strada. GLi altri se ne vanno, fra cui Menchov e Samuel Sanchez, ma ai due non importa. Rimangono un po’ a guardarsi e quasi a dirsi, vai tu che sei in giallo o no?

Schleck alla fine riparte, ma piano, i due recuperano un po’ e arrivano al traguardo staccati di una decina di secondi da Menchov e Sanchez. Ma la sfida è cominciata, i due sono ufficialmente in lotta per questo Tour, i due sanno che se la giocheranno nei prossimi giorni.

Schleck dovrà, o decidere di staccare giorno per giorno il suo avversario, o cercare di demolirlo in una sola giornata. Sarà dura ma Contador non è lo stesso dello scorso anno secondo me, anche se è un fenomeno e una spanna sopra a tutti lo stesso. Il Lussemburghese, dal canto suo, sembra avere qualcosa di più in salita. Dovrà sfruttarla o se ne parlerà il prossimo anno.

Intanto la tappa la conquista Riblon, come sognava da bambino guardando le stelle cadenti, quando chiedeva come desiderio di diventare professionista e di correre il Tour. Perché alla fine il ciclismo è questo.

Oggi un’altra tappa che può essere decisiva. Il gruppo passerà di fronte alla stele in memoria di Fabio Casartelli, morto in corsa nel ’95.
La ferita per la sua perdita è ancora aperta. Belle, bellissime, le parole di Armstrong, suo compagno di squadra 15 anni fa. Come lui stesso spiega, quella fu la giornata più brutta della sua vita. La mattina mangiarono assieme, poi uscirono a fare la tappa. La sera una sedia era vuota.
Lui stesso dichiara che non riesce a spiegare cosa significasse per lui, cosa provasse in quel momento. E forse non vuole neanche spiegarlo. Ci sono cose che non si spiegano ma si vivono e basta, purtroppo in questo caso.

Il gruppo ricorderà Fabio di nuovo, come tutti gli anni.
Come ha detto Cassani, una delle cose più belle del ciclismo è che questo sport si ricorda, di tutti.