Il Giro d’Italia era deciso da tempo. Dalla tappa dell’Etna si era capito che il più forte era lui. Quell’Alberto Contador capace di staccare gli avversari dovunque. Come la strada si inerpica in salita lui comincia con la sua danza e nessuno può resistere.

Ha fatto paura in tutte le tappe in cui ha staccato gli avversari, atterrendoli e annichilendoli con la sua cadenza incredibile. Ha impressionato sullo Zoncolan, sul Gardeccia, ma soprattutto sul Grossglockner e nella cronoscalata del Nevegal, dove ha dimostrato una condizione mostruosa che gli permette quasi di giocare con gli avversari di turno.

È il Giro dei dubbi, il Giro dell’attesa per il risultato del processo al campione Spagnolo per il caso clembuterolo dello scorso Tour. Una corsa a tappe brutta nel suo significato, che obbliga i tifosi e gli appassionati ad attendere ancora qualche mese per sapere se Contador poteva correrlo questo Giro.
Una corsa strana. Fossi in gara non saprei cosa fare, se puntare al secondo posto e alla squalifica dello Spagnolo o se rispondere ai suoi attacchi e rischiare di saltare. Hanno provato a fare entrambe le cose sia Scarponi che Nibali, con risultati poco soddisfacenti.

Ma il cannibale dell’era moderna è veramente il più forte corridore degli ultimi dieci anni, superiore, secondo me, anche all’Armstrong che ha vinto sette Tour di fila. Con questo Giro è alla quinta vittoria consecutiva nelle grandi corse a tappe a cui ha partecipato.
Purtroppo la giustizia sportiva è lenta e poco convincente. È di ieri la notizia che l’appello per Contador è stato rimandato a Luglio, probabilmente dopo il Tour de France, permettendo di fatto allo Spagnolo di partecipare alla Grand Boucle e tentare di vincere i tre grandi giri nel solito anno.
Permettendo, di fatto, al campione Spagnolo di dissipare i dubbi sulla sua positività.
Si perché se l’anno scorso era dopato, con una quantità minima di clembuterolo trovata nel suo sangue e un Tour vinto di una trentina di secondi, e se quest’anno non viene trovato positivo, vincendo quindi regolarmente, come può essere squalificato un anno dopo andando più forte di quando dovrebbe essere colpevole?

L’UCI è troppo lenta nelle sue decisioni, aspetta troppo e di fatto sminuisce lo spettacolo che vediamo tutti i giorni. Perché la decisione di confermare la squalifica va presa in fretta, con cognizione di causa ma in fretta, non in più di un anno.
Ribadisco il concetto che adesso non solo è stupido squalificarlo, ma praticamente impossibile per quello che lui fa vedere.

Ma detto questo, e preso atto di ciò, rimangono nella mente gli scatti del campione Spagnolo, il suo modo di salire “ballando” sui pedali della sua bici, il suo modo di dominare gli avversari.

Da oggi poi rimarrà anche la sua signorilità. Nel finale della tappa stacca di nuovo tutti, riprende il suo ex gregario Paolo Tiralongo, uno che non ha mai vinto in 11 anni di carriera da gran gregario. Dopo aver dimostrato i essere il più forte incita il ciclista Italiano e corona il suo sogno lasciandolo vincere.
Un modo di chiudere i conti e pareggiare i favori che Tiralongo gli ha fatto nell’anno passato, un modo di mostrare la sua gratitudine, un modo di continuare quella tradizione che nel ciclismo ha fatto nascere il modo di dire “tappa a te e maglia a me”.

Contador è il dominatore del Giro, è il cannibale dei giorni nostri, è il più forte al Mondo, da oggi è anche un Signore, e la S maiuscola non è un caso.

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Il Capitano è Ivan Basso.
Capitano di una squadra stellare, che non ha mostrato segni di cedimento nemmeno di fronte alla tappa de L’Aquila.
Capitano di compagni di squadra incredibili, Szmyd,Sabatini, Agnoli, Vanotti.
Capitano di uno come Nibali, che per disputa il Giro della svolta, quello che lo proietta fra i grandi e che gli da la consapevolezza di essere grande.

Ma è stato il Giro dei battuti.

Vinokourov veniva in Italia per vincere. Ha dato spettacolo, ha preso, perso e ripreso la maglia rosa, per poi tirare la bidonata nella tappa Abruzzese, quella della fuga in 60.

Sastre veniva in Italia appena rientrato alle corse, dopo una vacanza di 5 mesi successiva al Tour dello scorso anno.
Anche lui veniva per vincerlo, e dopo L’Aquila poteva anche farlo, ma la gamba non c’era e forse nwanche la testa.
Tanta volontà per lo Spagnolo, ma poca condizione.

Cunego correva senza pressione. E’ partito bene, ha fatto vedere buone cose nella prima settimana, è andato vicino alla vittoria di tappa a Montalcino, poi si è sciolto come gli altri anni. E’ sempre in mezzo fra le corse a tappe e le classiche, ma sarebbe meglio scegliere le seconde, almeno per me.

E’ stato il Giro di Richie Porte, al primo anno di professionismo eppure già molto forte.

Il Signore è Cadel Evans. Il primo a complimentarsi con Basso dopo la tappa del Mortirolo dove aveva preso più di 3 minuti. Il primo ad ammettere che la Liquigas e Ivan erano più forti di lui. Anche se potrebbe recriminare per la squadra non all’altezza, che gli ha fato perdere 2 minuti già nella prima settimana, fra cadute senza compagni in Olanda e cronometro a squadre.
E invece è stato lì, zitto a combattere, provandoci sempre e riamanendo aggrappato alla meglia verde del suo avversarioo finché poteva.
Solo a fine Giro, a giochi ormai fatti, ha svelato, vergognandosene un po’, che dopo Montalcino ha avuto la gastrointerite. Ha detto di chiedere al medico della squadra, altrimenti la gente non ci crede, poi ha ribadito che comunque Ivan aveva più gamba.
Non cerca scuse Cadel, non molla mai e ammette la superiorità avversaria.

E Signore è stato anche David Arroyo Duran. Non era nessuno, poi la fuga pazza di emtà Giro gli ha dato maglia rosa, visibilità e speranze di vittoria.
Non ha perso la testa, si è gestito con esperienza e ha sfiorato il colpaccio nella discesa del Mortirolo. Alla fine se lo meritava anche, ma ha accettao il verdetto della strada.
Ha perso l’occasione della vita, che non gli capiterà più, ma ha accettao senza una parola, comunque consapevole di aver vissuto un sogno più grande di lui, comunque consapevole di poter andare a testa alta.

Ma è stato anche il Giro dello spettacolo, delle sorprese offerte praticamente in ogni tappa. Grazie ad un organizzazione stellare, ad un disegno bellissimo e molto, molto faticoso.
Per adesso, e spero che rimanga tale, è stato anche il Giro della pulizia, il più controllato della storia, eppure nessun positivo al doping.
Si sono visti volti sfiniti e grossi cedimenti, capacità di recupero limitate e velocità medie in salita più basse degli anni passati, ed è giusto così, alla fine.

Chi ha vinto in passato ha sbagliato, ha pagato – anche se io sarei per a radazione – ha lavorato ed è tornato forte.
Con questo regolamento è giusto avere una seconda chanche, e Basso l’ha sfrutatta.
E alla fine, nonostante il mio pensiero, chapeau a lui e alla corsa che ha fatto.
Ha lavorato bene, si è riabilitato non cerca di scuse o dichiarandosi innocente come fa qualcun altro, si è allenato anche quando pensava di non rientrare, e alla fine ha vinto lui.
Perlomeno merita rispetto, quello che la squadra, Cadel, tutto il gruppo e i tifosi gli hanno dato. E se lo è conquistato.

Pura e semplice potenza quella mostrata da Andre Greipel sul traguardo di Brescia.
E mi tocca ricredermi.
Lo avevo additato come un brocco troppo presto. In realtà era colpa del virus intestinale avuto prima del Giro, che lo ha debilitato e fatto arrivare fuori forma sulle strade di Amsterdam.

Poi lo si è visto soffriresulle rampe dello Zoncolan e di Plan de Corones, e qualcosa doveva voler dire.
Se uno come lui, un velocista puro, passa queste salite, significa che a qualcosa punta. Era la tappa di ieri, adattissima ai velocisti, l’unica con volata vera di questo Giro.

Greipel ha fatto vedere perché crede di poter battere uno come Cavendish, hanno provato ad anticiparlo, ma in due pedalate ha staccato tutti con una potenza incredibile, che poche volte ho visto.
E allora forse ce la può fare a battere uno che di soprannome è chiamato Cannonball, non biglia.
Secondo me non è alla sua portata ma ieri mi ha fatto impressione, veramente impressione.

Oggi tappa monumentale, Mortirolo e due volte Aprica. Una di quelle che può far saltare il Giro, una di quelle che ti fanno ricordare Pantani, e direi che non è poco…

Che la tappa di ieri sarebbe stata da fuga era chiaro, molto chiaro.
Il problema è che può essere una grossa occasione buttata al vento, soprattutto da parte di Evans.

Il problema è che l’Australiano non ha la squadra per tenere la corsa, e gli altri sono stanchi. Si, gli abbuoni sarebbero stati utili, la tappa era per Cunego o Garzelli, ma sono tutti stanchi, molto stanchi.

E allora ecco che la corsa è lasciata alla Casse D’Epargne, che la maglia rosa se la vuole tenere fino alla fine, e che ce la può fare.
Ieri hanno fatto il minimo indispensabile, lasciando andare la fuga che ci stava e tenendola a dieci minuti di massimo vantaggio. Adesso saranno più freschi, soprattutto per le du tappe decisive di venerdì e sabato.
La tappa alla fine se la aggiudica il francese Damien Monier su Danilo Hondo e Steven Kruijswijk. Il transalpino batte gli altri 18 compagni di fuga con una bella azione iniziata in pianura e finalizzata a 3 km dal traguardo, sul terreno di massima pendenza della tappa.
Per lui una bellissima prima vittoria in carriera, dopo sei anni da professionista, quasi una favola per chi, per una volta, non è più un gregario…

Quello che non ho capito bene è la tattica Liquigas, tutti davanti dall’inizio degli ultimi 8 km finali, tutti in salita e, veramente pendenti, proprio a 3 km dal trguardo, da dove è partito Monier quindi.
Tutti davanti a scremare il gruppo, che si riduce fino ad una ventina di corridori, poi nessun attacco. Come a dire, niente sorprese, teniamo la media alta, così nessuno può scattare. Il Giro ce lo giochiamo dopo. SInceramente mi sorprende un po’, però alla fine va bene così, le tappe decisive saranno veramente venerdì e sabato.

Oggi altra tappa da riposo, da fuga partita da lontano o da volata quasi classica, visto che i velocisti rimasti sono veramente pochi. Attenti a sorprese o azioni da finisseur…

Che Nibali fosse un gran corridore lo sapevano tutti.
Da ieri è un campione vero, di quelli che un grande giro in classifica lo possono vincere, di quelli che comunque lo spettacolo lo danno.
E spettacolo è stato sulla discesa del Monte Grappa, con curve effettuate con maestria da gran corridore, che gli hanno permesso di arrivare in solitaria e guadagnare su tutti.

Adesso è di nuovo nei dieci in classifica.
Garzelli è udcito dalla generale. Rimangono Scarponi, Basso ed Evans, che difficilmente molleranno e saranno lì fino alla fine. Le incognite sono Arroyo, con il suo gran vantaggio e la maglia rosa appena conquistata e Vinokourov, che comunque ci proverà sempre.
Altro discorso per Sastre, che dovrà dimostrare di reggere fino al’ultima settimana, dove lui solitamente va in crescendo.

Il problema per Nibali, e per tutti, è che oggi c’è la tappa dello Zoncolan, di 220 km, non 150km. La selezione ci sarà, e molta secondo me.
Ora sta a loro giocarselo questo Giro, molto si deciderà sulla salita Friulana, moltissimo…

La fuga che non ti aspetti e che cambia totalmente le sorti del Giro.
La fuga che da spettacolo e che da qualche speranza in più che questo Giro sia pulito.
La fuga della stanchezza e dei campioni, perché dentro c’era uno che ha vinto il Tour, uno che è arrivato quarto in Francia, uno che sembra già una stella, e altri che proprio piano non vanno, vedi Arroyo.
La fuga che più di una fuga è una bidonata, bella e buona.

Ma gli errori ci sono stati, e molti.
Coma hanno detto in molti, quando c’è una fuga con 56 corridori, prima si va a riprendere i fuggitivi, poi si guarda chi è dentro la fuga.
Ed è una verità assoluta.
Non solo non si era mai vista una fuga così numerosa, ma è anche assolutamente ovvio che fra 56 corridori c’è per forza qualcuno che conta.
Questi si chiamano Porte, Arroyo, Tondo Volpini o Sastre, senza contare Agnoli e Kiserlovski.

Ma alla fine hanno sbagliato tutti. Far arrivare una fuga a 18 minuti di vantaggio e poi svegliarsi mi sembra assurdo.
Inutile dire che la giuria non ha detto quanto era il vantaggio o chi era in fuga.
Come ho già detto è ovvio che qualche bel nome c’è fra un gruppo di 56.
E inutile dire che si è saputo tardi che c’era Sastre.
Nell’era delle radioline e degli allenamenti studiati con precisione assoluta, per non parlare degli alimenti, è assurdo pensare che non si sappia controllare chi è davanti.

Certo, l’Astana doveva fare di più. Erano loro che dovevano controllare la gara. La Liquigas, unica grande squadra, non poteva certo lavorare per Evans e Vonokourov, però svegliarsi solo a 18 minuti di ritardo è semplicemente assurdo.Poteva mettere in fuga un grande e, o non sarebbe successo niente perché sarebbero stati ripresi, o avrebbe sbancato con una tattica meravigliosa. Erano l’unica squadra con due capitani, e uno poteva essere sfrutatto meglio.
Certo è che comunque non hanno lavorato poi così male. Adesso ne hanno due ben messi in classifica, difficili da attaccare se da gregari faranni Basso e Nibali, o se proprio i due capitani saranno i primi ad attaccare per poi vedere chi farà qualcosa.
Evans aveva la scusante, che più di altro è un fatto, di avere solo 4 compagni di squadra, e neanche forti.
Gli altri, Scarponi e la Diquigiovanni, Cunego e la Lampre, Garzelli e l’Acqua e Sapone e le altre squadre no, non avevano scuse.
La più colpevole è l’Astana, ma tutti ci hanno messo del suo.
Alla fine erano di più davanti che nel gruppo dietro, assurdo, ma bello, molto bello.

E allora via con i processi e con le polemiche.
Fatto sta che le squadre forti non ci sono, nessuno riesce a controllare i fuggitivi, e il gruppo adesso sarà di chi saprà attaccare meglio e mantenersi più costante.
Il miracolo alla fine o ha fatto Sastre, con un colpo di genio da campione enorme, con una voglia di vincere e di non arrendersi che di solito ha un ragazzino di 15 anni, non di 35 come lui. Alla fine la tappa l’avevano preparata loro della Cervélo, e si è visto il risultato.
Dopo il fallimento al Tour dell’anno scorso, lo spagnolo ritrova classifica e morale in una sola tappa, adesso sarà dura staccarlo in salita.
Ma più duro di lui sarà Arroyo, che proprio un brocco non è, che in salita va bene se non benissimo, che nei primi dieci al Giro c’è già arrivato due volte, e una nei quidici al Tour.
Ora ha 5’27” su Sastre, 8’16” su Vinokourov, 9’28” su Evans, 9’46 su Nibali e 10’07” su Basso.
Per vincere devono fare loro i bidoni, ma non è la stessa cosa. Per vincere devono attaccare sempre e in ogni tappa, ma sarà dura.

E i corridori sono stanchi. Bello, bellissimo vedere Vinokourov arrivare al traguardo con le labbra tremanti, stremato, come tutto il gruppo, dal tempo e dalla prima settimana corsa a ritmi eccessivi.
Ora è dura battere chi è davanti. Il gioco lo faranno tutti e nessuno, squadre piccole e grandi, fuggitivi e non.
Adesso il Giro è per tutti, perché un padrone non c’è.

Ha vinto Petrov, secondo è arrivato Cataldo e terzo Sastre, ma il punto è un altro, il Giro riparte da zero, forse anche sottozero.
E le facce lo dicono chiaramente.

C’è chi si lamenta e c’è chi gode.
Io godo!
Oggi ho visto uno degli spettacoli sportivi più belli degli ultimi 20 anni.
Se non altro una delle tappe più belle degli ultimi 20 anni, se si vuole rimanere solo in ambito ciclistico.
E l’analogia con la Roubaix non è casuale.
Corridori sfiniti, qualcuno staccato di 5 minuti, vedi Sastre, qualcuno che tira fuori il miracolo, vedi Cunego, e qualcuno che, come al solito, non molla mai, vedi il campione del Mondo Evans.
Corridori che cadono e si rialzano, e che, alla fine, perdono meno di quel che potevano perdere, appellandosi alla classe che hanno, vedi Basso, Nibali e Scarponi.
215 km che alla fine sono di follia pura, più che altro per colpa del maltempo che condiziona in modo pesante una tappa fondamentale del giro 2010.
Follia sportiva però, follia bella e romantica, come Lloyd aveva in qualche modo previsto dopo la vittoria di ieri.
Una follia che fa rima con passione, quella dei tifosi presenti sulle strade bianche, che poi bianche non sono, oggi. Quella dei presenti per assistere ad un passaggio su salite a fondo sterrato che raggiungevano pendenze del 15% e che, per una volta, hanno tramutato i corridori in maschere di fango e smorfie di fatica. E non sto scherzando, c’ero e l’ho visto da meno di un metro di distanza.

Dicevo che c’è anche chi si lamenta, Vinokourov per dirne uno, ma sono anche molti altri addetti ai lavori a fare la bocca storta, dichiarando che una tappa così è si bella ed eroica, ma adatta a corse di un giorno, adatta a essere una classica, e non una tappa di un grande giro.
Io in questo caso mi incazzo, per due motivi.
Il primo è che se sei un professionista devi essere pronto a tutto e, così come io, umile tifoso di provincia, credevo fin dalla presentazione del giro che questa sarebbe stata una tappa fondamentale, allo stesso modo tu, ciclista o membro della squadra, devi fare ricognizoni, studiare il percorso e roba simile. Non limitarti a guardare l’altimetria e poco più.
Perché in un caso arrivi preparato, nell’altro perdi minuti, che poi significa buttare un giro intero…
E poi come si fa a lamentarsi dopo che tutto questo ti ha ridato la maglia del primato?
Il secondo motivo è che chi critica forse si scorda che una volta c’era chi, per pochi spiccioli, correva anche per 17 ore consecutive, partendo alle tre di notte.
Una volta c’era chi saliva con la neve e si cambiava i tubolari da solo.
Una volta c’era chi si arrabbiava se vedeva qualcuno abbandonare, lo prendeva e gli metteva la faccia nella neve, per poi obbligarlo a ripartire ricordando i sacrifici dei genitori per comprargli la bici…

E se una volta era così perché non deve esserlo anche oggi, se pur aiutati dalle radioline, da biciclette di dieci chili più leggere e da sistemi di allenamento e alimentari decisamente migliori?
In fondo questo è il bello del ciclismo, è ciò che lo ha reso popolare, nel senso vero del termine, nel senso di unico sport che ti viene a trovare a casa, nel senso di appassionare tutti quelli che erano là, a prendere la stessa acqua di chi era in corsa, a soffrire insieme, perché alla fine sono due facce della stessa medaglia, poco ma sicuro.

Ma al di là delle lamentele e di poche polemiche rimarrà una tappa che molti ricorderanno, come vengono spesso ricordate le imprese mitiche passate.
Rimarrà una giornata bella e che il maltempo ha reso unica.
Rimarrà la fatica nel volto di chi saliva, il dolore nelle gambe e la voglia di lavarsi la faccia dal fango che ti copriva gli occhi.
Rimarrà la sensazione di altri tempi, di fatica che significa più, immagini che sembravano confinate a decenni passati, vincolate al bianco e nero delle vecchie TV e a “due uomini soli al comando”.
Rimarrà la tappa di domani, Terminillo, dopo la fatica di oggi, e sarà dura per tutti. Credo che qualcuno salterà di nuovo.
Rimarrà tutto questo, e non mi sembra poco…
Questo è sport, questo è ciclismo.

Il resto non conta…