Il giorno dopo ancora non ci credi. Ripensi a tutto e ancora non sembra vero.

Proprio come tutto sembrava labile da farti male, surreale, il giorno precedente, tanto ti pare tutto vero il giorno successivo. E il problema è proprio questo, è vero e non puoi farci niente.

Nelle prime ore di ieri le tue reazioni sono scostanti, disparate. Passi dal non crederci ad andare a cercare tutte le notizie possibili. Scrivi un articolo su quello che provi e  ti rendi conto che lo devi salutare, m ancora è tutto surreale.
Quella sensazione non ti abbandona per tutta la giornata. Quella sofferenza che non capisci, incapace di accettare il fatto per quello che è. La verità ti colpisce la sera, quando sei a letto, quando tutto ti appare chiaro.

È lì che rivedi le immagini del giorno, lì che realizzi che non lo vedrai alla prossima gara, lì che comprendi che il 58 non sarà più sul cupolino della sua Honda.
Ed è ancora lì che non sai come reagire. Si perché non sei uno di famiglia, non sei un suo amico e neanche uno che ci stava a contatto tutte le settimane per lavoro. Non lo conoscevi nemmeno in realtà. Ti senti un po’ fuoriposto, come se non avessi il diritto di piangerlo.
Ma la sua visibilità, il suo modo di fare, la tua passione per il suo sport, per la sua passione, ti avvicinavano a lui molto più di tante altre cose, almeno ideologicamente.

Ci pensi e realizzi perché stai soffrendo. Perché aveva 24 anni, uno meno di te. Perché sognava come te. Perché ti faceva divertire, dentro e fuori dalle corse. Perché era spontaneo e genuino, ed in lui potevi credere quando diceva qualcosa, in qualunque modo la dicesse.

Perché alla fine non lo vedrai più e tutto questo ti mancherà, anche a te che non lo conoscevi, figurarsi agli altri, a chi con lui ha condiviso una vita.

Sarà retorica, sarà quello che volete, ma è un boccone duro da mandare giù, soprattutto se la tua passione è lo sport.

Ti risuonano in testale parole del padre: <<Non se lo meritava>>

Nel senso che era veramente un bravo ragazzo, nel senso che davvero era così come lo vedevi. Le capisci e rifletti ancora di più, anche se non puoi fare niente.

Rimani lì, solo, a non saper come reagire.

Solo nel vero senso della parola, a pensare a tutto e niente, straniato da una giornata che ti ha portato via il sorriso.

Poi ci pensi, capisci che lui non lo avrebbe voluto, sorridi e chiudi gli occhi.

Ciao Marco, Grazie di tutto.

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Cambi canale e ti accorgi subito che qualcosa non va. Cambi canale e percepisci che qualcosa di grosso è accaduto.

Guardi in alto sullo schermo e noti la scritta: “Race Cancelled”. Cazzo pensi, non succede mai.
Allora ti ritrovi ad osservare l’asfalto, e noti che non è bagnato, la pioggia non è il motivo.
Osservi meglio, il team è quello Repsol, tutti a testa china e sguardo cupo, tutti sull’orlo di una crisi di pianto.
In piedi vedi subito Pedrosa, poi un amico ti fa notare anche Dovizioso. Allora pensi che manca Stoner, e ti metti sull’attenti.
Sull’altro canale la finale del mondiale di Rugby sta cominciando di nuovo dopo la pausa del primo tempo, ma non ti importa niente, adesso devi capire come mai hai quel groppo in gola, come mai hai quella sensazione di qualcosa di grosso che non va.

Aspetti in silenzio, cercando di interpretare gli sguardi degli inquadrati, secondi interminabili in cui nessuno dice niente, nemmeno i telecronisti. Dentro di te ripeti le stesse cose:

– “Che cazzo è sucesso?”
“La gara non la annullano mai, al massimo la interrompono…Che cazzo è successo?”
“A chi è successo?2

Cominci ad avere paura, come quando toccò a Shoya, come auando toccò a Fabrizio, come ad Ayrton, a Franco, o a Wouter…

non capisci più niente, sai solo che non quadra qualcosa. Poi vedi beltramo, il suo volto rigato di lacrime e il dolore stampato sulla faccia ligia dalla sofferenza. Poi senti le parole di Meda. Ascolti tutto con il cuore in gola. Capisci che manca molto poco e ti scordi del Rugby, dell’avvenimento che aspettavi da un mese e mezzo. Ti scordi di tutto e aspetti la parola fine. Perché anche se la mente non lo vuole ammettere sai che finrà così. Lo hai già visto altre volte, lo hai già evvertito e lo sai già.

Poi rivedi le immagini e capisci tutto. Speri solo che non sia Valentino ad averlo preso. Non perché hai sempre tifato per lui, non perché lo adori o per patriottismo, solo per umanità. Sai che erano tremendamente amici e non vorresti che toccasse a lui, proprio a lui. Tu non sapresti come fare ad andare avanti.

Riguardi tutto e vedi quello che non avresti voluto vedere. Nessuno lo dice ma sai che c’è anche lui di mezzo.

Poi torni ad ascoltare e a soffrire, a sperare anche se non credi. Pochi attimi dopo arriva ciò che non volevi. Lo capisci dai volti del padre, di Pernat e di tutto il paddock. Non c’è bisogno che nessuno parli.

Ti emozioni ancora di più proprio per questo, perché il silenzio di tutti è emblematico di cosa stiano provando, perché lo sguardo di Beltramo ti fa male, molto male, troppo male. Perché anche se non sei dove loro, anche se non ci sei a contatto ogni settimana com loro, soffri anche te, empaticamente.

Ritorni alla realtà, è tutto vero, non ci credi ma è vero.

Ciao Marco, grazie di tutto

P.S. Alla fine è giusto che siano loro a salutarlo. Spero che nessuno osi criticare, né le loro parole (per le quali si può discutere ma rimangono comunque personali), né i loro sentimenti, che credo siano assolutamente autentici.

“Ho deciso che ti ricorderò con un sorriso, con quel sorriso che avevi sempre. Ti ricorderò con quell’esclamazione che ho avuto oggi quando ti ho visto prima di partire con quel coso giallo in testa e gli occhiali da sole, ho detto “minchia sic, fortuna che sei simpatico, perchè sei proprio brutto”.
Ti ricorderò come quello che a Monza, quando ti ho visto è sceso dalla macchina ha tolto il casco e incazzato come una iena se n’è andato a piedi dopo aver perso.
Ti ricorderò come “quel bastardo di Sic” che stava diventando un mostro.
Ti ricorderò come l’amico pazzo di Vale, quello del primo mondiale 125 cc, quello che a inizio stagione lo volevano mettere nei casini perchè “era violento”.
TI RICORDERO’ COME IL CAMPIONE CHE SEI SEMPRE STATO…
SEI UN GRANDE E TI PORTERO’ PER SEMPRE NEL MIO CUORE.”


Valentino Rossi

 

“Con te credo sia rimasto un pezzo di me, un pezzo di vita, un pezzo di cuore. Tutte le nostre avventure, battaglie sin da quando eravamo bimbi, bimbi con un sogno. Sono convinto che te ne sei andato facendo quello che amavi, ma questo non serve a riempire il vuoto che ci hai lasciato. Sto riflettendo se realmente ne vale la pena, fare sacrifici, rischiare la pelle, dedicare tutta la vita per rimanere un ricordo. Sappi però che se andrò avanti per inseguire quel sogno, lo farò per te”.

Mattia Pasini

 

 

 

Volevo scrivere da tempo le mia impressioni personali sul mondiale di rugby in corso. Volevo scrivere prima, dopo il primo match dell’Italia e ripetermi nei giorni successivi, Non ho avuto tempo, voglia, o magari cose da dire.
Mi ritrovo a parlare ora, ad analizzare quello che è stato e quello che sarà.

L’Italia di Mallett è al punto di svolta della gestione dell’allenatore sudafricano. Punto di svolta relativo poi per lui, che comunque vada lascerà la guida del nostro movimento.

Una decisione, quella della federazione, tipica dell’italiano medio a mio modo di vedere. Perché se passerà bene, avremmo raggiunto il massimo dalla sua gestione e sarà giusto rinnovare, se non supererà il turno allora avremmo deciso per tempo di cambiare ad un fallimento annunciato.
Un mettere le mani avanti che non apprezzo e che non capisco. Una mancanza di rispetto verso una persona che ha dato molto al nostro movimento e che credo dovremmo ringraziare a prescindere, invece che trattare come un uomo inutile prima di vedere i risultati delle sue scelte.

Scelte discutibili. A me non piace Orquera come n.10, avrei preferito di gran lunga il Burton visto solo due volte con la maglia azzurra negli ultimi tempi, ma il risultato si vedrà Domenica prossima contro i verdi d’Irlanda.

La mia sensazione personale è che l’Italia sia cresciuta molto. Magari non sarà al livello delle grandi squadre internazionali quando ci gioca contro, ma credo che rispetto alle piccole realtà, come sono gli USA che affronteremo domani mattina, siamo nettamente migliorati. Quattro anni fa patimmo contro Romania e Portogallo. Ora abbiamo vinto nettamente contro la Russia e credo che lo faremmo anche domani contro gli statunitensi. Sono impressioni personali e niente di più, ma vedo automatismi diversi e una mentalità nettamente evoluta grazie all’ingresso in quella Celtic League di cui è autore proprio Nick Mallett, più ancora del presidente Dondi, più ancora della federazione.

Domani vedremo se avrò ragione, ma la mia sensazione è che possiamo farcela, che per la prima volta l’obiettivo sia alla nostra portata, che per lo meno loteremo con i denti e con cognizione di causa contro un’Irlanda molto più forte di quella che fu la Scozia 4 anni fa. Un’Irlanda che ha battuto l’Australia che dovrebbe contendere la Web Ellis Cup agli All Blacks.
Se sarà come dico io non mi sembra cosa da poco. Se non sarà così la federazione ha già messo le mani avanti, alla faccia di Mallett e di tutto il suo lavoro…

Era il 2005 quando vincemmo l’ultima partita importante della nostra Pallavolo.

Era il 2005 quando trionfammo negli Europei casalinghi, a sorpresa e con cuore.

Poi niente altro, tante speranze e poche certezze, fra squadre composte da grandi professionisti quasi a fine carriera e giovani promettenti che però non decollavano definitivamente.
Se ne sono andati i vari Cisolla, Papi, Fei, Vermiglio, Cernic e altri. Sono arrivati Parodi, Savani e Zaytsev.
La nostra pallavolo è passata dalla delusione mondiale dello scorso anno per rinascere. Nel 2010 perdemmo con un Brasile stellare in semifinale e non riuscimmo a conquistare il bronzo contro la Serbia.
Anastasi, allora nostro allenatore se ne è andato in Polonia, sostituito da Berruto.

Siamo arrivati all’europeo Austro-Ceco con tante speranze e qualche certezza, abbiamo passato un girone nemmeno troppo facile convincendo fino all’ultima partita con la FRancia, dove già sicuri del passaggio come primi della classe ci siamo rilassati e abbiamo perso la partita.

Ai quarti di finale abbiamo trovato la Finlandia in una partita non facilissima che abbiamo vinto per 3-1. La semifinale è dominata proprio contro la Polonia di Anastasi. E adesso siamo in Finale, dopo 6 anni di molte ombre e poche luci internazionali torniamo la squadra del secolo, almeno per una sera, aspettando quella finale che ci vedrà opposti ad una Serbia stellare e con un cuore incredibile. Nella semifinale contro la Russia va sotto 2 set a 1 e 22-20 nel quarto set. Tutto sembra portare verso la vittoria russa, più quotata e più forte. Poi esce il cuore di Miljkovic e compagni. 22 pari e via punto a punto fino al 31 pari. La palla pesava terribilmente ma Miljkovic con grandi colpi e tutta la Serbia con recuperi mostruosi difendono su un Khtey fantastico, capace di mettere giù quasi tutte le palle che gli vengono offerte.
Questo quasi fa tutta la differenza del mondo. Si va al tie break sul 33-31. la Serbia va avanti, la Russia rientra e poi altri due colpi assurdi dei ragazzi di Miljkovic. Finisce 15-13 per la Serbia, con una decisione clamorosa della terna arbitrale che, sul 14-13 dichiara fuori l’attacco Russo nettamente toccato dal muro avversario. Proteste russe che partono subito e che, poi si fermano sul muro dell’arbitro.
In finale potremo vendicare il bronzo perso un anno fa.
Sarà difficile, dura e da lottare punto su punto, ma possiamo farcela come abbiamo fatto molte volte. Basta ricordare la storia che abbiamo alle spalle, non si diventa squadra del secolo per caso…

Sarebbe l’ora, però, di far vedere le partite su Rai 2, non su Raisport. Sarebbe l’ora di permettere a molti Italiani di vedere la propria nazionale in chiaro, non in streaming. Sarebbe l’ora di permettere a molti movimenti sportivi nazionali di avere la propria visibilità, e non lasciarla al solito e unico sport che esiste in Italia. Perché poi siamo bravi a lamentarci quando le cose vanno male alle manifestazioni internazionali, ma no facciamo niente per cambiare le cose, per far crescere movimenti che ne avrebbero tremendamente bisogno…
Continuiamo così, intanto loro sono in finale…

Se questa è la cultura sportiva in Italia mi vergogno di far parte di questa nazione.

Ieri se n’è andata una intera squadra di Hockey, quella del Lokomotiv Yarislav. Se n’è andata in un incidente aereo proprio a Yarislavl. L’aereo è caduto nelle acqua del Volga subito dopo il decollo. Abordo tutta la prima squadra più quattro giocatori delle giovanili. Tutti deceduti ad eccezione di uno steward e di Alexander Galimov, giocatore del team russo.

Se ne sono andate anche molte stelle ex NHL, tra i quali il portiere svedese ed ex olimpionico Stefan Liv, il capitano della nazionale slovacca Pavol Demitra (ex St. Louis e Vancouver), i cechi Josef Vasicek, Jan Marek e Karel Rachunek, e il lettone Karlis Skrastins. Tra i russi, i più noti erano il difensore Ruslan Salei, Karlis Skrastins e Alexander Vasyunov, nella scorsa stagione a Detroit.

La cosa che più mi rattrista è che nessuno ne parla, che Studio Sport – Studio Calcio, a volte MotoGP e Formula 1 per la verità – non menzioni nemmeno l’incidente. Che la Gazzetta dello Sport ne parli solo a pagina 43, dopo l’Attualità, il caso Meredith, la manovra finanziaria, gli stipendi in dettaglio dei calciatori di serie A, il fantacalcio,  il Meteo e il palinsesto Tv.

Così, come se non fosse successo niente.

E quello che mi fa più rabbia è il fatto che la cosa si ripeta ogni volta. Dopo Ballerini, dopo Caliandro, dopo Meoni, dopo Casarotto e Marco Delle Cave, nomi fra tanti.

L’Ultimo morto proprio ieri, travolto a Roma da un furgone dei Carabinieri. La Gazzetta ne parla a pagina 31, in un trafiletto che sarà si e no di 5 cm…

E se vogliamo seguire le pure logiche del mercato, che pure non sarebbe giusto seguire in queste situazioni, va detto che la notizia venderebbe anche molto. La tv del dolore mi pare che vada molto ultimamente no?

Se questo deve essere il maggior giornale italiano di sport, se questa è la nostra cultura sportiva, peraltro similitudine quasi esatta della nostra cultura nazionale, non mi meraviglio che tutto vada a rotolo.

Ma me ne dispiaccio tremendamente, fiero di essere Italiano, ma di non sentirmi così Italiano.

Mi viene in mente Gaber…e assieme a lui mi incazzo ancora di più…

La maratona femminile è la gara che apre i mondiali Koreani, quella che apre la giornata del trionfo Keniano. Tre medaglie per la nazione Africana, alle quali si aggiungeranno poche ore dopo le tre medaglie nei 10.000 femminili.

Il primo giorno di Daegu è di quelli che si possono definire storici per l’Africa. 6 medaglie su 6 al Kenia è roba assurda, roba da statistici che spulciano le passate edizioni per vedere se una giornata era mai andata ad appannaggio di una sola nazione.

Nella prova più lunga del mondiale a vincere è Edna Kiplagat (2h28:43) che precede le connazionali Priscah Jeptoo (2h29:00) e Sharon Cherop (2h29:14).
Senza storia già dal settimo km quando le prime tre scremano il gruppo e se ne vanno senza lasciare niente alle avversarie.

I 10.000 femminili sembrano la fotocopia della maratona, Keniane che fanno il ritmo e che dominano una finale senza storia. Alla fine saranno quattro atlete della stessa nazione a dominare la gara, con Vivian Cheruiyot che vince (30’48″98) davanti a Sally Kipyego (30’50″04) e Linet Masai (30’53’59), quarta Priscah Cherono.

Meseret Defar non regge il ritmo di testa fin da subito, lasciando alla connazionale Etiope Meselech Melkamu l’onere di fermare il dominio Keniano. Alla fine chiuderà quinta.

Niente più finali nella prima giornata ma belle gare e alcune sorprese. Prima su tutte l’eliminazione dell’Australiano Campione Mondiale e Olimpico di salto con l’Asta. Steven Hooker era arrivato in Korea in condizioni non perfette, se ne va subito con tre nulli a 5.50 m, lontanissimo dal suo livello e dalle sue possibilità. Finale che sembra adesso scontata con Lavillenie netto favorito.

Bene Vizzoni per in nostri colori. Il capitano della nostra nazionale raggiunge la finale del martello con un lancio non proprio esaltante dopo le misure lanciate quest’anno. Riesce comunque ad entrare nuovamente fra i primi 12 del mondo a 38 anni e all’ottavo mondiale.

Ma gli occhi di tutti erano puntati sui 100 metri maschili e ovviamente su Usain Bolt. Il Giamaicano ha trionfato in una batteria facile dimostrando però una condizione molto buona e capace di portarlo quantomeno a tentare di battere il suo record del mondo.
Bene, benissimo Lemaitre, che sembra avere una fase lanciata bellissima e che non sbaglia più un colpo. Belle anche le prove di Blake e Carter, compagni di squadra di Bolt e possibili medagliati per una tripletta Giamaica che sembra molto probabile.

Discorso diverso invece per quanto riguarda la seconda giornata i gare. Bolt è apparso sottotono, vincendo agevolmente la sua batteria, ma non dimostrando una brillantezza che lo possa far scendere sotto i 9″70, secondo me nemmeno sotto i 9″80. È vero che il Giamaicano si è un po’ tenuto coperto, ma è anche vero che in alcune fasi della gara ha spinto davvero. Il tempo finale di 10″05 no impressiona per come è arrivato. Faticherà più del previsto in una finale senza Gay e Powell che per la prima volta avrebbero potuto batterlo in un evento importante. Bene Lemaitre che svolge il suo compito e raggiunge al finale, anche lui impressionando meno di ieri. Chi invece piace molto è Blake, capace di correre in 9″95 con discreta facilità. Lotterà con Bolt per l’oro, anche se il primatista mondiale sembra avere pochi avversari nonostante la forma non all’altezza di due anni fa.

Bellissima prova per Kim Collins, capace di tornare in una finale mondiale a 35 anni suonati e dopo essere rientrato dal ritiro. L’atleta di Saint Kitts e Nevis, campione mondiale del 2003 è uno che sbaglia poche volte nel momento in cui non deve sbagliare, a anche a Daegu centra una finale che potrebbe anche dargli qualcosa di importante in caso di gara perfetta.

Delusione invece per la marcia maschile. Nella 20 km di stanotte a trionfare è stato il Russo Valeriy Borchin (1h19’56”) davanti al connazionale Kanaykin ed il colombiano Lopez, fuori dal podio l’altro favorito, il cinese Wang.
Protagonista il nostroGiorgio Rubino che se ne va dopo le prime battute insieme al giapponese Suzuki guadagnando un buon margine. L’azzurro però non ascolta il coach Damilano che gli consigliava di stare in gruppo ed evitare troppa visibilità e proposte di squalifica. Marcia davvero male e si ritrova con due proposte di squalifica a metà gara, da li la decisione di rallentare per farsi riprendere dal gruppo, ma è troppo tardi e a breve arriva la definitiva squalifica. È vero che se ne hai devi andare, che nel finale avrebbe avuto ben poche possibilità contro il russo vincitore, ma forse un po’ più di acume tattico era necessario.
Belle però le sue parole, almeno secondo me. Sentire uno sportivo quasi in lacrime per la delusione che si scusa con tutti (federazione, amici, parenti, allenatore) per come ha gareggiato non è roba da tutti i giorni. Bello soprattutto per uno che fatica tutto l’anno e che non vede quasi mai la sua famiglia per la scelta di allenarsi con il gruppo cinese, di cui fa parte anche Wang. Sentire poi che un atleta del gruppo attacca altri atleti ex dopati mi fa ancora più piacere. Non perché si deve accusare qualcuno, ma per il concetto espresso. Nelle dichiarazioni a caldo Rubino ha detto a chiare lettere che sperava nella vittoria dell’amico Wang, sperando nella sconfitta di Borchin, ex dopato rientrato dalla squalifica. Il concetto dell’Italiano è semplice. La Russia schiera tre atleti su quattro trovati posotivi in passato. Secondo lui (e anche secondo me), esiste solo la squalifica a vita. “Chi si droga fa male a se stesso, ed è sbagliato. Ma chi fa uso di sostanze dopanti fa male a se stesso e a chi lavora onestamente”. Queste le sue parole che condivido a pieno.

Personale delusione per Alex Schwazer, nono e soddisfatto del piazzamento in una gara non sua, ma ancora lontano dalla forma che un talento come lui può raggiungere.

Fra poco finale dei 100 m e e dei 10.000 m maschili, con un rientrante Bekele che vuole sorprendere.

Provo a dare dei giudizi, i miei giudizi, a quello che è stato probabilmente il più bel Tour degli ultimi dieci anni.

Non sono mai stato un estimatore della Grand Boucle e delle sue salite. Certo, l’ho sempre seguita da appassionato di ciclismo, ma ho sempre preferito le erte del Giro alle rampe lunghe e regolari della corsa in Giallo. Quest’anno, però, il tracciato prevedeva più salite e meno cronometro, che storicamente decidono il Tour più dei tapponi alpini o pirenaici.
Le premesse c’erano tutte, da Contador, dominatore del Giro, che ovviamente avrebbe faticato di più dopo le fatiche in rosa, a Cunego quasi vincitore del Giro di Svizzera. Da Basso che aveva preparato la corsa Francese con meticolosità (salvo caduta che ha ritardato la sua preparazione di 10 giorni), a Evans, eterno secondo e alle ultime battute utili. Passando ovviamente per i fratelli Schleck: Frank, più grande e probabilmente meno talentuoso del giovane, che sulle strade di Francia ha raccolto molto e si è sempre difeso bene, l’altro, Andy, con un immenso talento ancora da dimostrare, voglioso di rivincite dopo due secondi posti consecutivi e dopo il Tour dell’anno passato, perso di trenta secondi da un Contador battibile come mai negli ultimi anni.

Tutto è stato avvincente fin da subito con cadute che hanno messo a dura prova il fenomeno Spagnolo nella prima settimana e ribaltamenti continui di classifica nelle ultime tappe.

Contador ha provato con le unghie e con i denti a riprendere quella maglia Gialla che sembrava persa dopo la seconda settimana, ma senza riuscirci. In sua difesa vanno ricordate le fatiche del Giro d’Italia, vinto da autentico dominatore, le cadute della prima settimana che gli hanno fatto perdere due minuti e il dolore al ginocchio relativo proprio alle botte prese nelle prime tappe.
Il ciclista più forte del momento ha provato comunque a ribaltare la corsa da campione, e ci era quasi riuscito con attacchi in salite che sembravano non poter fare la differenza e fughe in discesa d’altri tempi. Senza la crisi nella tappa del Galibier con arrivo a Serre-Chevalier avrebbe davvero potuto vincere. La tappa del numero di Andy Schleck per intendersi, in cui lo Spagnolo ha perso più di tre minuti dal Lussemburghese e un minuto e mezzo da Evans. Il giorno successivo ha regalato sprazzi di autentica follia, coraggio e talento sull’Alpe-d’Huez, per poi spegnersi negli ultimi chilometri e lasciare il passo all’amico Sanchez battuto dal talento francese Rolland.
Ci ha provato, ha fatto il possibile in una stagione che può anora dargli soddisfazione. Ha mostrato di saper perdere ma di non voler accettare la sconfitta fino all’ultimo metro disponibile, provandoci anche nell’ultima cronometro. Così deve correre un campione secondo me, così si da spettacolo e si possono vincere Giro e Tour nello stesso anno. Pazienza, sarò per un’altra volta…

Il discorso Schleck è molto diverso. Fino all’anno passato l’eterno piazzato era Evans, l’eterno secondo incapace di vincere e perseguitato dalla sfortuna. Adesso lo scettro di perdente rischia di prenderlo Andy Schleck, tre volte consecutive secondo al Tour dopo il secondo posto, allora a sorpresa data la giovane età, al Giro d’Italia 2007.
I fratelli Lussemburghesi, mai come quest’anno, avevano l’occasione di gestire la corsa e provare a dominare il Tour alleandosi, e invece hanno sbagliato tutte le tattiche possibili. Andy è sembrato meno in forma di Frank nelle prime due settimane. Sui pirenei correva in rimessa, aspettando il fratello e facendogli da gregario, cercando lui di spaccare il gruppo in vista di un attacco di Frank. Poi sulle Alpi la metamorfosi. Nella tappa del Galibier il gran numero di uno che talento ne ha da vendere. Fuga solitaria di 90 km e arrivo con vantaggio di più di 2′ su Cadel Evans e Voeckler, più di 3′ su Contador. Sull’Alpe-d’Huez si prende la maglia, convinto di difenderla il giorno successivo a crono. Alla fine prenderà 1’30” da un Evans scatenato, dovendosi accontentare di un secondo posto che ormai gli va stretto.
Il mio parere è che ancora sia troppo spocchioso e presuntuoso per vincere un Tour con l’umiltà del campione. Senza cronometro vai da poche parti, soprattutto se perdi un Tour come quello di quest’anno, disegnato per gli scalatori come forse in Francia non faranno più. Soprattutto se stai lì a tentennare, aspettando un fratello che non è alla tua altezza e non capendo le mosse giuste da fare in corsa, come allearsi con il Contador in fuga sull’Alpe-d’Huez e dare la mazzata finale all’Australiano, come lasciare il fratello o farlo partire prima nella stessa tappa, in modo da costringere il gruppo o ad andarlo a prendere o a perdere il Tour a favore di Frank. Insomma, ancora Andy è acerbo, il problema è che ha già molti secondi posti sulle spalle e gli anni cominciano ad essere 26…sarebbe l’ora di darsi una mossa anzichè fare proclami pre cronometro tipo: “io questa maglia la porto a Parigi a costo di spaccare la bici”…io comincerei a prendere il martello…

È stato il Tour di Voeckler, arcigno e duro fino alla fine. Il francese ha provato a sorprendere tutti vincendo, non ci è riuscito, ma ha lottato e sofferto fino all’ultima tappa. Il querto posto finale è comunque un risultato enorme per uno che era entrato nei 20 in un grande giro solo una volta, per uno che era abituato ad azzeccare la fuga giusta e riprovarci comunque il giorno successivo, per uno che è un gran bel corridore da corse di un giorno, ma niente di più di un buon ciclista per quel che riguarda le corse a tappe. SI è trovato in una situazione più grande di lui e ha lottato con energie e forze ce lui stesso non sapeva di avere. Un gran bel Tour che ha canalizzato praticamente tutte le prime pagine dei giornali Francesi per almeno due settimane.

È stato un Tour bellissimo, con il tre cambi di maglia negli ultimi tre giorni (mai successo nella storia), con le fughe di Hushovd e di Boasson-Hagen, con le volate di Cavendish e la dedica di Farrar e Weylandt. È stato il Tour di Hoogerland, steso assieme a Flecha dalla macchina della Tv Francese e arrivato a Parigi con più di 30 punti di sutura nelle gambe. È stato il Tour della rinascita di Cunego e della delusione di Basso. È stato il Tour più bello che abbia visto, che mi ha entusiasmato come non credevo potesse fare.

Ma è stato soprattutto il Tour di Cadel Evans, il corridore che più meritava una grande affermazione in una gara a tappe nell’intero circus del ciclismo. Simbolo di correttezza e di cuore enorme fin dal 2002, dove, nell’ascesa di Folgaria e con la maglia Rosa sulle spalle, fu protagonista di una delle crisi più grosse che abbia mai visto. Arrivò con un quarto d’ora di ritardo, ma arrivò. Quelle immagini raccontano tutto del gentiluomo Australiano. Un corridore mai domo che ha raccolto una serie di sfortune incredibili negli anni. Dalla febbre durante il Giro dello scorso anno, al braccio rotto al Tour dello scorso anno. L’emblema del lottatore che ci prova sempre, ma che per un motivo o per un altro, per malasorte o per un giorno di crisi, alla fine perde sempre. L’immagine del corridore pulito che arriva in fondo dando tutto quello che ha, sfinito e perdente. Ai Mondiali di due anni fa qualcosa cambiò sul traguardo di Mendrisio Cadel arrivò per primo, e si rese conto, forse per la prima volta in vita sua, che il dottor Sassi aveva ragione a credere in lui, che lui era un vincente. L’anno passato si prese la maglia Gialla nella tappa in cui cadde e si ruppe un gomito, per poi perderla il giorno successivo, in lacrime per il dolore. Santambrogio, suo compagno di squadra e gregario dichiarò che per uno così avrebbe dato anche la vita.

Per questo ho sempre fatto per Cadel Evans, per questo ho gioito come non mi capitava da quando Pantani dominava sulle salite del Giro e del Tour. Per questo credo che Cadel se lo sia meritato a pieno. Ha vinto un Tour da protagonista, recuperando avversari in fuga da solo, come da solo ha sempre lottato fino alla fine. Per una volta è stato lui a giungere primo a Parigi. E poco importa se ha 34 anni, se sarà l’unico Tour che vincerà, se da qui in avanti al sua parabola sarà discendente. Da adesso è uno che ce l’ha fatta, e io sono tremendamente felice per lui. Vederlo in lacrime che non riesce a staccarsi dalle mani il leoncino Giallo simbolo del primato è il coronamento di una carriera e l’immagine che più lo rappresenta, incredulo di fronte alla più bella impresa della sua vita.

Era l’ora Cadel, ora goditela…